domingo, 27 de septiembre de 2015

Colosseo: bene essenziale è la lotta di classe!

Combat-Coc, 22/09/2015

Nei giorni scorsi ha fatto molto scalpore la temporanea chiusura del Colosseo a causa di un’assemblea sindacale. Un’assemblea annunciata da una settimana e regolarmente autorizzata dalla Soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area archeologica. Una assemblea ben conosciuta, visto che già il 17 settembre il sito web del Corriere della sera rendeva noto il rischio chiusura per alcuni siti archeologici; lo stesso articolo riportava le rimostranze dei dipendenti del settore: “ci sembra necessario denunciare: il mancato pagamento delle indennità di turnazione e delle prestazioni per le aperture straordinarie (1° maggio, aperture serali, ecc.); la mancata apertura di una trattativa per il rinnovo del contratto; la decisione tutta politica di costituire, in accordo con il Comune di Roma, una sovrastruttura burocratica come il Consorzio per la gestione dell’area centrale; la mancata apertura di un confronto sull’organizzazione del lavoro all’interno della Soprintendenza”.

Non si è trattato quindi neppure di uno sciopero, che in teoria dovrebbe essere un diritto garantito dalla Costituzione repubblicana e ammesso dalla legge anche nei servizi pubblici essenziali, ma di una semplice assemblea sindacale, indetta per decidere come rispondere alle mancanze del ministero, lo stesso ministero che oggi si indigna per quanto accaduto. Un’assemblea che avrebbe dovuto svolgersi nei mesi scorsi ma che è stata posticipata apposta per ridurre i disagi ai turisti.

Eppure è stato il pretesto per un attacco all’agibilità di sindacati e lavoratori, col sindaco di Roma Ignazio Marino che parla di “sfregio per il nostro paese” (più degli arresti che hanno decimato la sua giunta?), Renzi che tuona: “Non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l’Italia. Oggi decreto legge”, il presidente della Commissione lavoro del Senato Maurizio Sacconi che chiede con urgenza una legge per la regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici (non sa che c’è già?)…

E’ una reazione analoga a quanto successo agli scavi di Pompei il 24 luglio scorso: anche lì un’assemblea sindacale regolarmente annunciata e autorizzata ha ritardato l’apertura del sito di due ore e ha scatenato una campagna mediatica contro i lavoratori, col soprintendente Massimo Osanna che, dopo aver autorizzato l’assemblea, ha dichiarato di non saperne nulla. Diverso il caso di Roma, dove il soprintendente al Colosseo Francesco Prosperetti che conferma che l’assemblea era stata autorizzata e che era stata diffusa la notizia seppure solo il giorno prima.

Venerdì sera il governo vara il decreto che inserisce i musei – pubblici o privati – nell’elenco dei servizi pubblici essenziali, dove il diritto di sciopero è fortemente limitato. Peccato che sia lo stesso governo che promuove una lunga serie di tagli alla spesa pubblica anche nei beni culturali: sul sito Huffington Post si legge che nel triennio 2014-2016 è previsto un taglio dei fondi dell’8,3% (9,4% per i beni archeologici) mentre i dipendenti del ministero dovranno passare da 25.175 a 19.050, e che già ora al Colosseo vi sono “27 custodi a turno (a volte anche notturno) per 6.000 e più visitatori al giorno”; peccato che proprio questi tagli siano all’origine del malcontento dei dipendenti: il mancato pagamento di nove mesi di straordinari. Lo stesso governo che taglia le risorse ai musei nel nome della spending review ora li dichiara servizio pubblico essenziale.

Un piccolo particolare: a ritardare l’apertura del Colosseo e degli scavi di Pompei non sono stati degli scioperi, quindi se il decreto fosse stato approvato un anno fa, non sarebbe cambiato nulla né a Roma né a Pompei.

La montagna dell’indignazione ipocrita ha quindi partorito un topolino legislativo? Per nulla. Già il clamore mediatico e le calunnie contro chi si è permesso di fare uso di un diritto non ancora cancellato dalla legge sono un risultato politico nel ridimensionamento dei diritti dei lavoratori. Far rientrare i musei – e domani tutto ciò che può favorire il turismo – fra i servizi pubblici essenziali è un modo per prevenire conflitti sociali in vista del Giubileo, oltre che un nuovo tassello di un attacco a tutti i diritti dei lavoratori, in linea col Jobs Act e i provvedimenti dei governi precedenti. Per questo politici e media hanno inventato il caso trasformando una normale assemblea sindacale in uno sciopero selvaggio e il ritardo nell’apertura in una chiusura che non c’è stata.

Quello che abbiamo visto non è quindi un episodio isolato che riguarda i lavoratori dei beni culturali, ma un attacco a cui si deve rispondere uniti, sia per rispedire al mittente le campagne diffamatorie che la borghesia conduce col pretesto di tutelare i diritti dei cittadini, sia per massimizzare il potere contrattuale nello scontro sociale: anche nei servizi essenziali la risposta non può essere quella di una maggiore “responsabilità” verso la “collettività”, ma di una maggiore estensione della lotta coinvolgendo anche agli utenti dei servizi pubblici, proprio perché i servizi essenziali sono di tutta la classe lavoratrice e non solo di chi se li può permettere.

Se per il governo i beni essenziali sono i profitti di albergatori e tour operator, per noi lo sono l’unità e l’organizzazione dei lavoratori.
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