lunes, 29 de febrero de 2016

La truffa dell’aumento degli anni di lavoro in base alla vita media (Articolo di Eugenio Orso)

Eugenio Orso, Pauper Class, 28/02/2016

Una colossale truffa si sta consumando a danno dei lavoratori italiani presenti e futuri e, di conseguenza, delle sempre più malconce schiere di pensionati. In questa truffa, gli apparati che sostengono il sistema in posizione servile – politici, giornalistici, accademici, giuslavoristici – sono tutti complici ed esecutori di un disegno sopranazionale-elitista che fa riferimento agli onnipotenti Mercati & Investitori. Meno soldi per stipendi e pensioni e più anni di lavoro al volgo, più risorse e potere per la Grande Finanza Internazionalizzata. Il truffato, in tal caso, è rappresentato dalla grande maggioranza della popolazione italiana, che sopravvive grazie  ai redditi da lavoro e alle pensioni erogate.

Non troverete un solo esponente dell’entità collaborazionista della troika chiamata piddì disposto ad ammettere apertamente, con chiarezza, che l’allungamento della vita lavorativa a carico delle classi dominate è una mera truffa, cinicamente studiata a tavolino, in quanto si rapporta esclusivamente alla vita media degli umani, fino ad ora in progressivo aumento nel nostro paese.

Oltre ai giornalisti prezzolati e ai giuslavoristi al servizio del sistema elitista, sono entrati in campo anche gli specializzati demografi (come ad esempio Antonio Golino, accademico emerito, docente della Sapienza, già pro tempore alla presidenza INPS), per ordire la truffa che si sta consumando ai danni di tutti noi, e che potremmo definire come “aumento della vita media dell’uomo, conseguente aumento della vita lavorativa delle neoplebi”, con la creazione di automatismi ad hoc.

Siamo passati attraverso le Forche Caudine di ben quattro riforme principali delle pensioni, nell’arco di un ventennio:

1)    Riforma delle pensioni di Giuliano Amato del 1992 (quello del prelievo forzoso del sei per mille dai conti correnti di tutti, poveracci compresi), che manteneva il sistema retributivo, più favorevole al lavoratore, ma innalzava l’età pensionabile per i lavoratori con meno di 15 anni di contributi, benché non ancora “indicizzata” all’aumento della vita media, e, fatalmente, portava a riduzioni del fondo di Trattamento di Fine Rapporto per le nuove generazioni.

2)    Riforma delle pensioni di Lamberto Dini del 1995 (pensionato d’oro, privilegiato, che danneggia i futuri lavoratori e pensionati). Passaggio al sistema contributivo (ovviamente il meno favorevole per i lavoratori, futuri pensionati) dal retributivo con tre sistemi di calcolo: con più di 18 anni di contributi il calcolo sulla media degli ultimi stipendi percepiti (dieci anni, per i dipendenti), in un’ottica sostanzialmente retributiva; con meno di 18 anni di contributi, sostanzialmente retributivo fino al 1995 e poi contributivo dal primo gennaio 1996; per i giovani, con contributi dopo il 1995, solo contributivo. Un colpo deciso anche alle cosiddette pensioni di anzianità, data la riduzione del coefficiente di computo della pensione. Un passo in avanti deciso, oltre Amato il castigalavoratori e pensionati che ha allungato la vita lavorativa, verso la riduzione delle pensioni dovute.

3)    Riforma delle pensioni di Romano Prodi del 2007 (quello che ha contribuito a “terminare” l’IRI, essenziale per le produzioni e il lavoro italiani, e ci ha “portato in Europa” definitivamente, condannandoci al declino). Qui registriamo brevemente l’allungamento progressivo della vita lavorativa – ma non ancora direttamente dipendente dall’allungamento della vita media – dai 57 anni del 2007, con 35 anni di contributi, ai 62 previsti anni dal 2014, sempre con 35 anni di contribuzione e l’alternativa, per andarsene finalmente in pensione, dei 40 anni di contributi a un’età qualsiasi.

4)    Riforma delle pensioni di Elsa Fornero del dicembre del 2011 (da poco insediato l’esecutivo Monti), che ha rincarato la dose e si è rivelata letale per le sorti del lavoro e dei pensionati. La riforma, nel concreto, distingue fra le sole pensioni di vecchiaia e quelle anticipate, a partire dal 2012, con 66 anni d’età per dipendenti, autonomi, donne del settore pubblico, 62 anni per le donne nel settore privato, con incremento fino a 66 dal primo gennaio 2018, 63 anni e sei mesi per le donne nel settore privato, con aumento fino ai 66 a partire dal primo gennaio 2018. Dal 2021 è richiesta l’età minima di 67 anni per tutti i lavoratori. Inoltre, per quando riguarda l’anticipo, è possibile ottenerlo dal 2012 con 42 anni di lavoro per gli uomini e 41 anni per le donne, ma ciò che più importa, ai nostri fini, è che dal 2013 il periodo minimo per maturare l’anzianità necessaria si lega alla speranza di vita, con aumenti di almeno un mese, forse di due, per ogni anno che passa. Tanto che si lavorerà fino ai settant’anni e oltre, se fino al 2050 non interverranno nuovi e più penalizzanti interventi normativi (per le masse), che imporranno ulteriori accelerazioni nell’allungamento del periodo di lavoro.

Metabolizzata l’ultima delle riforme contro lavoratori e pensionati, quella della giustamente odiata Elsa Fornero, con il senno di poi appare chiaro l’intento truffaldino: il progressivo innalzarsi della vita lavorativa si lega indissolubilmente alla speranza di vita e all’aumento della vita media. E’ proprio su questo punto che bisogna insistere, per comprendere la natura perversa del raggiro, più che perdersi in considerazioni ovvie e diffuse, come quella che lega il permanere di una forte disoccupazione giovanile al fatto che i lavoratori anziani sono costretti ad andare in quiescenza sempre più tardi.

E’ intuitivo, infatti, che per un trattamento informato dall’equità, accanto alla vita media si dovrebbe considerare anche quella massima della specie umana. Pur vivendo in media, oggi, più a lungo di sessant’anni fa, l’aspettativa di vita massima della specie è geneticamente limitata, si stima intorno ai cento e venti anni, anche se una percentuale sempre più alta della popolazione si avvicina un po’ di più a questo massimo. Il processo d’invecchiamento dell’uomo, quindi, incontra un limite invalicabile rappresentato dalla vita massima, che non si sposta verso l’alto, comportando fatalmente dei cambiamenti, ovviamente sfavorevoli, nel sistema neuroendocrino e nei meccanismi della difesa immunitaria.

Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, non si sa bene perché, con il passare degli anni, si deteriorino la funzione delle cellule e degli organi, ma una cosa è assolutamente certa: la vita lavorativa di un uomo non può crescere indefinitamente, “indicizzandola” alla vita media che finora, per noi italiani ed europei, è cresciuta rapidamente, questo perché il limite rappresentato dalla vita massima della specie non si sposta verso l’alto, e perciò è invalicabile. Più ci si avvicina al punto di massimo, più si deteriorano organi e cellule umane e meno si è abili al lavoro, sia fisicamente sia mentalmente. Questa è la realtà.

L’età media potrebbe crescere – in eccezionali condizioni socio-sanitarie, di sviluppo scientifico e di miglioramento della qualità della vita – anche fino a centodieci anni, ma già a settanta-ottanta anni, avremmo un’estesa popolazione di vecchioni, “zombificata”, fragilissima, costituita da non autosufficienti parziali o totali, non più in grado di lavorare (neppure part-time!) e non in grado, in molti casi, di badare autonomamente a se stessi (a meno che non lavorino con la badante costantemente al loro fianco!).

Oltretutto, le politiche neoliberiste imposteci dal sopranazionale, distruggendo il welfare, riducendo all’osso i redditi da lavoro, alimentando la disoccupazione di lungo periodo, porteranno quasi sicuramente a una riduzione progressiva, per i decenni a venire, dell’età media di morte in Italia e a una minor cura degli anziani.

Solo se la vita massima si spostasse verso l’alto, l’allungamento del periodo di lavoro per tutti non sarebbe iniquo, com’è oggi, ma dovrebbe essere agganciato alla maggior vita massima della specie, non tanto a una più lunga vita media. Mi spiego, in conclusione dell’articolo, con un semplice esempio.

Poniamo che la vita media passi, in un sessantennio, da settant’anni (71 circa nel 1951) a oltre ottanta (che è la vita media di oggi, nella penisola), mentre la vita massima salga, nello stesso periodo, dai centoventi ai centoventicinque anni. L’aumento della media sarebbe di un decennio, mentre quello della massima di un lustro. Allora, per essere equi, se all’inizio del periodo pluridecennale si lavorava – supponiamo, senza riferimenti a una precisa realtà storica – fino a cinquantacinque anni, alla fine del sessantennio si dovrebbe lavorare fino a sessant’anni, cioè cinque di più, in linea con l’aumento della vita massima. Non sarebbe equo far lavorare le masse fino a sessantacinque anni, basandosi sul puro incremento della speranza di vita media. Questo perché i cinquantacinque anni all’inizio del sessantennio corrisponderebbero – in termini di deterioramento delle cellule e degli organi – ai sessanta di fine periodo, in accordo con l’innalzamento del limite massimo di vita.

Ecco spiegato il motivo per cui l’allungamento della vita lavorativa, basato sulla pura età media di morte della popolazione (in tal caso italiana!), è un bieco imbroglio, un’autentica truffa.

Se Amato, Dini e Prodi hanno mazziato, uno dopo l’altro, lavoratori e pensionati, Fornero e Monti ci hanno messo la ciliegina sulla torta, legando l’aumento degli anni di lavoro all’incremento della speranza di vita …
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