miércoles, 9 de marzo de 2016

Il sapere di Socrate, il primo martire del libero pensiero.

Mirco Mariucci, Utopia Razionale, 29/02/2016

Non è soltanto la religione ad avere i suoi martiri, ma anche la filosofia. Socrate, infatti, può essere considerato il primo martire del libero pensiero.

E non stiamo parlando di un perfetto sconosciuto, bensì di uno tra i più noti esponenti della tradizione filosofica occidentale.

Per comprendere quali furono gli insegnamenti di questo grande filosofo, e perché fu condannato a morte, cercheremo di ripercorrere brevemente la sua vita fino al momento in cui la cicuta affidò alla storia la grandezza del suo pensiero.

Socrate (-470; -399) nacque e visse ad Atene dalla quale si allontanò solo in tre occasioni per compiere il suo dovere di soldato. 

Durante le campagne militari si contraddistinse per coraggio e resistenza fisica; si dice che marciasse senza scarpe né mantello anche in pieno inverno.

In verità, era noto anche per il suo aspetto fisico. Chi lo conosceva concordava sul fatto che fosse bruttissimo: aveva un naso corto e tozzo ed una grande pancia. Era più brutto di tutti i Sileni dei drammi satirici.

Il suo aspetto, però, non gli impedì di sposare Santippe, una donna che la tradizione descrive come bisbetica e insopportabile. Diogene Laerzio narra di quando Santippe versò dell'acqua addosso al proprio coniuge, non prima di averlo ingiuriato.  

Lo stesso Socrate ammise che il vivere con sua moglie lo aveva reso capace di adattarsi a qualsiasi essere umano, così come un domatore abituato a lavorare con i cavalli selvatici si sarebbe trovato a suo agio con tutti gli altri cavalli. 

Si potrebbe ironicamente affermare che Socrate divenne filosofo a causa di sua moglie: egli infatti preferiva trascorrere le giornate nelle piazze di Atene piuttosto che starsene a casa con Santippe. 

Il metodo d'indagine filosofica di Socrate consisteva esattamente nell'ingaggiare discorsi con gli interlocutori più disparati: stranieri di passaggio, intellettuali come i sofisti, politici, generali, cittadini semplici o di rango elevato, ma soprattutto giovani di famiglia aristocratica.

Era questo il suo modo d'intendere la filosofia, come un esame incessante di se stesso e degli altri condotto in modo dialogico. 

Per la filosofia Socrate trascurò ogni attività pratica e visse in povertà. Indossava abiti vecchi e logori anche quando non era in guerra. 

La sua apparenza cozzava prepotentemente con l'ideale ellenico dell'anima saggia ospitata in un corpo bello ed armonioso. Eppure era il portatore di un'integrità morale e di una saggezza unici.

Il suo modo di vivere incentrato su di un forte contenimento dei bisogni lo faceva apparire peggio di uno schiavo. Ma egli pensava che la condizione di vita divina consistesse nel non aver bisogno di nulla e che quel modo di vivere, in realtà, rendesse liberi.

Per questi aspetti inquietanti e contrastanti della sua personalità, Platone paragonò Socrate alla torpedine di mare: un pesce munito di un organo in grado di produrre un campo elettrico la cui scarica può arrivare fino a 220 volt.

Così come la torpedine intorpidisce chi viene a contatto con essa, Socrate induceva dubbio e inquietudine nelle menti di chi lo avvicinava e ancor più in quelle di chi dialogava con lui.

Ingaggiare un dialogo con Socrate era come subire gli effetti di una scossa in grado di risvegliare dal sonno della mente.

La tipica domanda socratica era «Che cos'è …?». In questo modo egli intendeva ottenere una definizione generale, valida in ogni caso particolare. 

Ad esempio, dalle costatazioni che chi ha imparato l'architettura è un architetto, chi ha imparato la musica è un musicista, e chi ha appreso la medicina è un medico, Socrate inferisce la definizione generale che chi ha appreso una disciplina è ciò che quella disciplina lo ha reso.

Ma solitamente le definizioni fornite dagli interlocutori o erano valide in un caso particolare ma non in quello generale, oppure si rivelavano troppo generali finendo per includere altri oggetti oltre a quelli in questione. 

E così non potevano essere accettate e dovevano essere riformulate.

Se la definizione era ammissibile, il discorso poteva continuare a suon di domande e risposte, fin quando l'interlocutore pronunciava delle affermazioni in contraddizione con ciò che aveva precedentemente sostenuto.

Queste ammissioni erano l'espressione di opinioni e credenze, rispetto le quali Socrate era riuscito a mettere in evidenza la loro incoerenza. 

In questo modo egli provava che il suo interlocutore fondava la propria vita su insiemi contraddittori di opinioni e credenze senza neanche accorgersene.  

Alla fine di ogni confronto l'interlocutore si smarriva nelle contraddizioni e provava stupore, apparendo come un individuo che presupponeva di sapere ma che in realtà era ignorante e ignorava perfino la propria ignoranza.

La ricerca per Socrate è sia ricerca del sapere che della virtù. È opinione comune che sapienza e virtù siano separati, ovvero che gli uomini possano allontanarsi dalla virtù nonostante conoscano cosa sia il bene.

Per Socrate, invece, scienza e virtù si identificano: le colpe e il male sono causati da errori di giudizio, perché chi è in possesso della vera conoscenza, sa valutare fino in fondo le conseguenze, e così effettua le scelte che gli consentono di evitare il male.

Per poter compiere il bene, bisogna disporre del sapere che rende possibile ciò, come un buon artigiano che per compiere il suo lavoro deve possedere la conoscenza delle tecniche più adatte ai suoi scopi. La stessa cosa vale anche nell'ambito etico e in quello politico.

È questo il senso della sua famosa tesi riassunta nel motto “la virtù è scienza”, o meglio conoscenza. Per Socrate il bene ha un potere attrattivo: chi sa cos'è bene non può non farlo.

Nessuno sapendo che una cosa è male per lui sarebbe disposto a perseguirla; se ciò accade significa che quell'individuo ha scambiato ciò che è male con ciò che è bene. 

Da qui la necessità di liberarsi da preconcetti, false credenze e ignoranza per mezzo della ricerca, perché essi allontanano dalla virtù.

La connessione tra virtù e conoscenza è tipica del pensiero greco. Secondo l'etica cristiana ciò che conta è avere un cuore puro, ed è altrettanto probabile trovarlo sia tra gli ignoranti che tra i dotti. 

Per Socrate invece non è così: è la conoscenza che conduce alla virtù. Ma chi era il vero portatore della conoscenza?

Un giorno un suo amico, di nome Cherefonte, chiese alla sacerdotessa dell'oracolo di Apollo a Delfi chi fosse l'uomo più sapiente di Atene. La risposta fu: «Socrate». 

Quando quest'ultimo venne informato del fatto rimase stupito. Consapevole della propria ignoranza, volle provare di persona che l'oracolo fosse in errore. E così se ne andò a dialogare con quegli uomini comunemente reputati saggi.

Si recò da un politico che era creduto saggio da molti, ed ancor più da lui stesso, ma ben presto si rese conto di essersi soltanto illuso che fosse tale.

Allora andò dai poeti chiedendo di spiegare alcuni passi tratti dai loro scritti, ma questi furono incapaci di farlo; comprese quindi che i poeti non scrivono poesie per saggezza, ma per genio e ispirazione.

Dialogò poi con gli artigiani, ma rimase ugualmente deluso. Costoro sapevano svolgere il loro mestiere, ma non erano in possesso della sapienza. 

Capì allora che l'oracolo non stava dicendo il falso e così riuscì ad interpretare correttamente la risposta. Socrate era più sapiente degli altri perché almeno sapeva una cosa: di non sapere. 

Socrate fece proprio il precetto «Conosci te stesso», una sentenza iscritta sul tempio di Apollo a Delfi. 

Sebbene il vero significato sia incerto, questo precetto sembrerebbe suggerire di riconoscere i propri limiti e la propria finitezza e di non offendere la divinità comparandosi ad essa.

Con Socrate diviene un invito ad ammettere l'umana ignoranza, e le false certezze dei propri convincimenti. Un'ammissione che non può che muovere da un'esame interiore. 

Egli non s'illudeva di essere in possesso di un sapere fittizio e in questo modo avrebbe potuto dar via alla ricerca che lo avrebbe portato alla verità e alla virtù. 

La professione d'ignoranza socratica non è da intendersi come la conclusione di una ricerca filosofica ma come un punto di partenza, perché chi sa di non sapere può ricercare il vero sapere. 

Socrate non si propone come il portatore di un complesso di dottrine ma con la sua azione comunica lo stimolo e l'interesse nei confronti della ricerca.

Non scrisse nulla e questa scelta non fu affatto casuale. Lo scritto è statico, ed è perfetto se si vuole diffondere una dottrina, ma non lo è se l'intento è di stimolare la ricerca così come Socrate la intendeva. Per questo i suoi discepoli utilizzarono il dialogo come forma letteraria prediletta.

Il metodo dialogico socratico, per far ammettere volontariamente agli interlocutori la propria ignoranza e gettare così le basi per la ricerca, è noto come “ironia”.

Socrate si fingeva meno sapiente del proprio interlocutore, poneva domande e accettava le risposte come valide solo per ridurle all'assurdo, in modo che lo stesso interlocutore comprendesse e ammettesse l'inconsistenza e gli errori insiti nel proprio pensiero, e quindi la propria ignoranza.

L'ironia è l'arma da utilizzare contro la saccenza dell'ignorante che non sa di esser tale e perciò si rifiuta di rimettere in discussione le proprie opinioni indagando se stesso e i propri limiti.

Subendo l'ironia socratica si può reagire in due modi: rifiutandola o accettandola.

Nel primo caso, la conversazione è stata vana; nel secondo, invece, la presa di consapevolezza della propria condizione diviene una sorta di liberazione dalla presunzione di un falso sapere.

Il metodo delle domande e delle risposte è spesso paragonato all'attività delle levatrici, ma a loro differenza Socrate faceva partorire la verità di cui ciascuno è gravido.

La sua arte consisteva nel vagliare se all'interno del suo interlocutore ci fossero solo opinioni e falsità o anche conoscenze genuine e verità. Quest'arte è anche detta maieutica.

Bisogna ammettere che è davvero difficile sostenere che una persona possa racchiudere già in sé conoscenze che prima di un dialogo ignorava completamente.

In realtà, il metodo d'indagine socratico funziona solo per quelle materie di cui disponiamo già di conoscenze a sufficienza per derivare una conclusione corretta, e rispetto le quali ci siamo erroneamente convinti di aver compreso la verità.

È certamente utile per fare chiarezza, correggere gli errori logici e riorganizzare il pensiero in modo coerente, impiegando al meglio ciò che conosciamo, ma diviene del tutto inutile quando si tratta di effettuare delle scoperte.

Tra una confutazione e l'altra, la ricerca filosofica di Socrate proseguì per molti anni. 

La sua influenza aveva già coinvolto un'intera generazione quando tre cittadini, di nome Meleto, Anito e Licone, gli mossero un atto d'accusa:

Socrate non credeva negli dei della città e ne introduceva di nuovi; inoltre, aveva corrotto i giovani insegnando loro dottrine che promuovevano il disordine sociale.

La vera causa dell'ostilità nei suoi confronti era quasi certamente dovuta al fatto che lo si supponeva legato al partito aristocratico.

Molti dei suoi seguaci facevano parte di questa fazione ed alcuni di essi si erano dimostrati pericolosi occupando posizioni di rilievo in un periodo in cui dominava la democrazia.

Per quanto riguarda gli accusatori, si può dire che rappresentavano esattamente le categorie umiliate da Socrate durante la sua indagine: Meleto era un poeta tragico, Anito un politico democratico e Licone un oscuro retore.

Socrate preferì difendersi da solo, probabilmente per non essere confuso con i sofisti ai quali, al contrario, mosse delle aspre critiche.

La difesa si apre con la sua famosa ironia: egli ammette di essere stupefatto dall'ars magna dell'accusa al punto da non credere più alla propria innocenza, nonostante i suoi accusatori non avessero proferito nulla di vero.

Si scusa poi con i giudici per il suo modo di parlare alla buona, e non con un'orazione ordinata, perché non conosce le prassi dei tribunali, dato che in tutta la sua lunga vita non vi era mai apparso prima, e sottolinea che la sola eloquenza di cui è capace è quella della verità.

Inizialmente lasciò da parte l'accusa formale, consapevole che fosse solo il pretesto legale dietro al quale celare altre accuse ben radicate nelle menti degli ateniesi. 

Fin da quando i giudici erano poco più che ragazzi, Socrate veniva dipinto come un «uomo sapiente, che specula su le cose celesti, che investiga i segreti di sotterra, che le ragioni deboli fa apparire più forti e questo va insegnando».

Egli se ne preoccupa perché sa che in realtà è da qui che muove l'accusa di empietà: chi indaga su cose di tal genere è considerato come un ateo che vuole intromettersi negli affari divini.

In risposta a queste vecchie ostilità, egli afferma di non aver nulla a che fare con le speculazioni fisiche, di non essere un maestro e di non ricevere denaro per il suo insegnamento. E come se non bastasse: come può insegnare se non sa nulla? 

Passa poi a prendersi gioco dei sofisti e a rinnegare la scienza che essi affermano di avere. 

Secondo Socrate essi non possiedono la sapienza, e se la possedessero sarebbe disdicevole farsi pagare per condividerla. Per questo fatto li definì «prostituti della cultura». A loro differenza egli filosofava per il semplice amore che nutriva verso il sapere.

Afferma: «qual è la ragione per cui mi chiamano saggio ed ho una così cattiva fama?».

Ed è proprio in questa occasione che egli racconta in prima persona il celeberrimo episodio nel quale Cherefonte domandò all'oracolo di Delfi se vi fosse qualcuno più sapiente di Socrate, e di come volle smentire l'oracolo, dialogando di persona con i sapienti della città. 

Ma lungo il cammino Socrate si fece dei nemici pericolosi. Messi di fronte alla loro pochezza, in molti iniziarono ad odiarlo. Investigando, aveva mostrato l'insufficienza della classe dirigente. 

Il continuo dialogare di Socrate nelle vie della città, circondato da giovani e da importanti personaggi, fece pensare che fosse un sofista dedito ad attaccare i politici. Socrate appariva come un pericoloso sovversivo. 

Anche l'accusa di insegnare ai giovani a far vincere il discorso peggiore fu causata dai suoi dialoghi: pare che i giovani si dilettassero nel vedere Socrate smascherare l'ignoranza della gente, e provassero anch'essi ad imitarlo in sua assenza.

Chiarito ciò, passò alle accuse più recenti, chiamando direttamente in causa Meleto che, incalzato da Socrate, arrivò a sostenere che tutti i cittadini ateniesi si curano dei giovani in modo retto tranne Socrate.

E allora Socrate si congratula con la città per la sua fortuna, e poi ribatte facendo ammettere al suo accusatore l'impossibilità che la maggioranza delle persone abbia conoscenza di cosa sia giusto fare e non fare.

Meleto ammette anche che le persone frequentano solo chi apporta loro del bene e rifuggono da chi apporta dei mali. 

Allora Socrate risponde che non avrebbe potuto essere così imprudente da corrompere intenzionalmente i giovani, perché altrimenti a forza di dialogare nessuno sarebbe più stato con lui, e se l'ha fatto è accaduto in modo inconsapevole e involontario.

E quindi, in quest'ultimo caso, non dovrebbe esser punito perché secondo le leggi ateniesi chi sbaglia senza saperlo non va processato ma istruito.

Inoltre, fa notare che al processo sono presenti molti suoi ex allievi, con i loro padri e fratelli, e che nessuno di questi è stato esibito dall’accusa come testimone del fatto che egli corrompa i giovani.

Meleto afferma che Socrate è ateo del tutto: egli sostiene che il Sole è di pietra e la Luna di terra. 

Socrate replica che gli sembra che Meleto stia processando Anassagora, e fa notare che l'accusa di professare nuovi dei e quella di ateismo sono in contraddizione: è impossibile non credere agli dei ma allo stesso tempo professarne alcuni.

Così come non possono esistere cose attinenti ai cavalli senza cavalli, né sonate di flauto senza suonatori di flauto, allo stesso modo non possono esistere nuovi dèi se non originati dagli dèi, sia pure come figli impuri. 

Socrate parla di un daimon come un sorta di voce interiore che fin da quando era bambino gli proibisce di fare le cose ma non gli comanda mai nulla. Ed era proprio questo segnale a intimargli di non diventare un politico.

Solo in due casi gli fu impossibile non immischiarsi nelle cose pubbliche, ma in entrambi l'autorità stava agendo illegalmente.

Socrate fu il solo che si oppose con un voto contrario al processo dei comandanti che non raccolsero i naufraghi nella battaglia delle Arginuse, non perché fossero innocenti, ma perché era contro la legge processarsi in blocco;

similmente disubbidì al governo dei trenta tiranni che gli intimò di uccidere Leonte di Salaminia, certo della sua condanna a morte, che però non sopravvenne perché nel frattempo il regime fu rovesciato.

Dio gli ordina di compiere la missione del filosofo che è quella di cercare dentro di sé e negli altri uomini, e sarebbe assurdo che proprio lui che rimase al suo posto durante le battaglie disubbidisse proprio ora che è il dio Apollo a ordinargli di filosofare.

La fede religiosa di Socrate, in realtà, non è altro che la sua filosofia. Egli non è l'antesignano del cristianesimo, come spesso è stato descritto. 

Non può esistere cristianesimo senza la rivelazione, ma niente è più lontano di questo concetto dal pensiero di Socrate. La divinità suggerisce di ricercare e perseguire la verità e la giustizia. 

Per l'uomo onesto non vi è male né nella vita né nella morte, ma per quanto riguarda il sapere e la virtù ciascuno deve cercarle e realizzarle da sé.

Egli non teme la morte, perché potrebbe addirittura essere un bene maggiore della vita. Si deve temere solo ciò di cui si sa esser un male.

Socrate intende condurre una vita retta, sia nei confronti degli uomini che nei confronti della divinità e non è disposto ad abbandonare la sua missione divina che è quella di filosofare.

Alla proposta di aver salva la vita a costo di cessare la sua attività di filosofo egli risponderebbe:

«O miei concittadini di Atene, io vi sono obbligato e vi amo; ma obbedirò piuttosto al dio che a voi, e finché abbia respiro, e finché ne sia capace, non cesserò mai di filosofare e di ammonirvi [...] 

Tu che sei ateniese, cittadino della più grande città, non ti vergogni a darti pensiero delle ricchezze per ammassarne quante più possibile, e della tua anima, affinché essa diventi quanto più possibile ottima, non ti dai cura?»

Non c'è altro motivo che lo spinge verso la filosofia se non l'amore che nutre per gli ateniesi e il rispetto del compito assegnatogli dalla divinità: quello di risvegliare le anime:

«Sappiate dunque, che uccidendo me, che sono qual vi dico, il maggior danno sarà vostro, non mio. A me non farà alcun male né Anito né Meleto. Già nemmeno potrebbero; essendoché io creda repugnante a giustizia che il più buono sia danneggiato dal più tristo. Potrà forse questi uccidere, bandire, oltraggiare; cose tutte che per costui e per altri saranno forse grandi mali; non già per me, che stimo maggior male far ciò che egli fa, tentando d’uccidere ingiustamente un uomo». 

Socrate sottolinea che è per la salvezza dei giudici e non per la propria che sta perorando. Egli è come è un tafano al fianco di un cavallo nobile che lo punge affinché non impigrisca.

«Penso però che sarete adirati con me, come uno improvvisamente svegliato dal sonno, e penserete di potermi facilmente colpire a morte come consiglia Anito, e allora dormireste tutto il resto della vostra vita, a meno che Dio, pigliandosi cura di voi, non vi mandi un altro tafano».

Socrate ricorda ai giudici che avrebbe potuto far ricorso alle suppliche di sua moglie e dei suoi figli, ma tali scene avrebbero reso ridicolo sia l'accusato che la città, il suo compito è provare la sua innocenza e non chiedere loro un favore.

E così si andò al verdetto. Sono 530 i votanti, ed egli fu giudicato colpevole per soli 30 voti di scarto: 250 a favore, 280 contrari.

Le leggi ateniesi prevedevano una proposta di una pena sia da parte del condannato che dal tribunale, da mettere ai voti. 

Era nell'interesse di Socrate proporre una pena così elevata da poter essere accettata, evitando così la condanna a morte. Ma come avrebbe potuto proporre una pena per sé sapendo di esser innocente? 

Infiammò il tribunale chiedendo di essere mantenuto a spese dello Stato. Al che, considerò le altre opzioni, tra le quali la schiavitù e l'esilio che però gli parvero troppo disonorevoli.

Chi lo avrebbe accettato ora che i suoi amati cittadini avevano condannato lui e la sua filosofia? E del resto egli non sarebbe stato disposto a rinunciare alla filosofia, convinto com'era del fatto che una vita senza ricerca non fosse degna di essere vissuta.

Propose allora una sanzione pari ad una mina d'argento, poiché era tutto ciò che aveva: si trattava di una cifra ridicola, che fu elevata a 30 mine solo grazie alla garanzia di alcuni amici, tra i quali Platone. 

Questa punizione però apparve così piccola che la corte lo condannò a morte per avvelenamento da cicuta con una più ampia maggioranza di quella che inizialmente lo aveva riconosciuto colpevole.

Dopo il verdetto finale e il rifiuto della sua proposta, Socrate effettuò un ultimo discorso nel quale fece notare le conseguenze della sua condanna:

«Dico dunque che su voi, miei uccisori, verrà tosto dopo la mia morte il castigo, e più severo di quello a cui condannaste me… Se voi, con l’uccider la gente, credete trattenere chicchessia dal rimproverarvi di non vivere rettamente, non pensate bene; codesto mezzo non è né possibile né onesto: ma onestissimo e facilissimo è quello che, senza frastornare altrui, ciascuno tenti dal canto suo di migliorare se stesso».

Con la sua morte Socrate diverrà un martire, ed in molti seguiranno le sue orme. 

Se prima era uno solo a punzecchiare i potenti di Atene, ora i tafani si moltiplicheranno; l'unica vera soluzione a disposizione dei potenti sarebbe stata di adoperarsi a conseguire la virtù.

Si rivolse ai giudici che votarono in suo favore dicendo che in tutto ciò che aveva fatto in quel giorno il suo diamond non si era mai opposto, come invece accadeva quando stava per errare, interrompendolo anche nel bel mezzo di un discorso.

E invece, in quell'occasione, il demone non si era mai intromesso, né quando uscì di casa per recarsi al tribunale, né durante tutta la sua difesa.

Questa, a sua avviso, era una prova a sostegno del fatto che quanto gli era accaduto fosse un bene e chi tra loro riteneva che la morte fosse un male era in errore.

Infatti, o la morte è un sonno profondo senza sogni, il che è una cosa bellissima, o è un migrare dell'anima verso un altro mondo. 

Socrate intravede la possibilità di ritrovarsi nell'Ade con i più grandi eroi dell'antichità: «che cosa non darebbe un uomo per poter conversare con Orfeo e Museo, Esiodo ed Omero? Oh, se questo è vero, lasciatemi morire e morire ancora».

Egli non è minimamente turbato, al contrario dei cristiani, dalla possibilità di un eterno tormento; per Socrate la vita nell'aldilà sarà felice.

Nell’altro mondo non mettono a morte un uomo; se ciò che si dice è vero, essi sono immortali. Così facendo Socrate potrà continuare la sua ricerca del sapere.

E conclude dicendo: «E dovete sperare bene anche voi, o giudici, dinanzi alla morte e credere fermamente che a colui che è buono non può accadere nulla di male, né da vivo né da morto, e che gli Dei si prenderanno cura della sua sorte. 

Quel che a me è avvenuto ora non è stato così per caso, poiché vedo che il morire e l'essere liberato dalle angustie del mondo era per me il meglio. Per questo non mi ha contrariato l'avvertimento divino ed io non sono affatto in collera con quelli che mi hanno votato contro e con i miei accusatori, sebbene costoro non mi avessero votato contro con questa intenzione, ma credendo invece di farmi del male. E in questo essi sono da biasimare. 

Tuttavia io li prego ancora di questo: quando i miei figlioli saranno grandi, castigateli, o Ateniesi, tormentateli come io ho tormentato voi se vi sembrano di avere più cura del denaro o d'altro piuttosto che della virtù; 

e se mostrano di essere qualche cosa senza valere nulla, svergognateli come ho fatto io con voi per ciò che non curano quello che conviene curare e credono di valere quando non valgono nulla. Se farete ciò, avremo avuto da voi ciò che era giusto avere, io e i miei figli. 

Ma vedo che è tempo ormai di andar via, io a morire, voi a vivere. Chi di noi avrà sorte migliore, nascosto è a ognuno, tranne che al dio».

Tra la condanna e l'esecuzione passarono 30 giorni, perché una ricorrenza sacra impediva le pene capitali; nel mentre i suoi amici organizzarono una fuga che però Socrate rifiutò.

Aveva vissuto per tutta la vita nel rispetto delle leggi e non voleva smentirsi proprio in quel momento così decisivo. 

«Non voglio scappare, non bisogna mai commettere un'ingiustizia nemmeno quando la si riceve».

Aveva 70 anni, sentiva che per portare a compimento con pienezza la sua missione avrebbe dovuto dare un'ultima prova di fedeltà: accettando la condanna, Socrate volle dare testimonianza agli ateniesi della sua filosofia.

Se avessero voluto ucciderlo, avrebbero dovuto farlo filosoficamente: in un certo senso la cicuta lo rese davvero immortale.

Mirco Mariucci

Fonti:

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