miércoles, 19 de octubre de 2016

Caso Foodora: alcune domande e una certezza (Lotte operaie)

Daniele Mallamaci (*), 13/10/2016

Sabato 8 ottobre è cominciata a Torino la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici di Foodora che, insieme al sindacato SiCobas, hanno proclamato lo “stato d’agitazione” per cambiare in meglio la propria condizione salariale e di lavoro.

CHE COS’È FOODORA?

Anche sotto la Mole, come già altrove in Italia e in Europa, ogni giorno e notte decine e decine di “riders” (fattorini in bicicletta) pedalano dai ristoranti cittadini alle case e agli uffici dei clienti di Foodora, giovane multinazionale tedesca che consegna il cibo a domicilio previa ordinazione e pagamento via internet.

Ultima frontiera del capitalismo, l’attività di Foodora si basa su tre fattori: l’uso di internet (per fare “sharing”: il consumatore risparmia, il venditore guadagna), l’approccio “start-up” (da neo-impresa “smart”, ovvero innovativa, creativa ed ecologica: non a caso, il viola è l’amichevole emblema aziendale) e il massiccio ricorso al marketing (il logo aziendale simboleggia una mano che impeccabile regge un vassoio, rimandando all’immagine d’un maggiordomo in livrea che serve un pasto sofisticato ad una persona benestante).

Da sabato, però, il ramo torinese di questo gigante dell’imprenditoria virtuale e transnazionale sta confrontandosi con un problema molto reale: appunto, i riders-fattorini che con il SiCobas hanno dichiarato lo stato d’agitazione per denunciare la paga infima e a cottimo, i turni spezzatino massacranti sui pedali tra le macchine o sotto la pioggia, il precarissimo regime contrattuale con rinnovi a singhiozzo e al ribasso e, ultimo ma non ultimo, la malcelata e ormai quotidiana mancanza di rispetto - finanche educazione - da parte padronale.

Ecco così svelata l’ambiguità di un’azienda solo apparentemente veloce, giovane e vincente: nella Foodora virtuale, infatti, non si va al ristorante e nemmeno il ristorante viene da te, bensì a spostarsi sembra esser soltanto il cibo, quasi magicamente. Nella Foodora reale, invece, sono i riders lavoratori e lavoratrici a permettere il funzionamento e il profitto dell’azienda. Insomma: quanto più chi lavora è sfruttato, tanto più aumenta il profitto di chi lo sfrutta. Il metodo Foodora si chiama sfruttamento!

Questo grande sfruttamento sta in un piccolo numero: circa 5 euro l’ora è infatti il salario dei fattorini, in maggioranza giovani e giovanissimi studenti italiani. A loro son girate le ordinazioni online, loro si recano nei ristoranti per ritirare i pasti, loro li trasportano fin nelle mani dei destinatari finali. Tanto lavoro poco retribuito e molto sfruttato, sebbene soltanto nell’ultimo anno l’azienda abbia mobilitato 150 milioni di euro, naturalmente quasi interamente intascati da chi non ha pedalato nemmeno uno delle migliaia di kilometri percorsi dai riders: i proprietari e dirigenti di Foodora.

COME MAI ALLORA I RIDERS TORINESI HANNO ACCETTATO DI LAVORARE PER LORO?

Ogni riders ha la sua spiegazione per aver acconsentito simili campioni del capitalismo di giocare con la propria vita. Tutte queste motivazioni individuali, però, sono coperte da un rumore di fondo incessante e assordante: il rapporto di forza tra chi ha e chi non ha. L’ingiustizia tra chi è forte, oltre che della proprietà e direzione di Foodora, anche della grancassa dei media e del placito delle istituzioni, e chi al contrario dalla sua ha solo tante spese quotidiane e come unica forza il proprio lavoro. Forza lavoro che quindi deve vendere e spesso - specie in un periodo di disoccupazione endemica e competizione sfrenata tra lavoratori - finisce collo svendere, un po’ per ingenuità ma soprattutto per necessità di sopravvivere.

Non è facile la vita di questi fattorini del cibo, pur pedalando nella capitale dello slow food “buono pulito e giusto”. Da un lato, riempiono la pancia di clienti generalmente smanettoni, i quali anziché cucinar da sé s’illudono con un’applicazione virtuale di comprare ciò che è impossibile nella realtà: consumare un piatto cucinato da altri altrove senza muover un dito tranne quello sul cellulare, non sapendo o fingendo di non sapere che il prezzo loro pagato al fattorino è basso perché in larga parte mangiato da un’azienda che lascia le briciole ai propri dipendenti. Dall’altro lato, consegna dopo consegna, i riders riempiono il portafoglio di una proprietà e una dirigenza più virtuali del maggiordomo evocato nel logo: Berlino (sede centrale) e Milano (sede della filiale italiana) sono città troppo lontane, se armati solo di biciletta e poco o nulla consapevoli né delle regole del gioco, né della posta in palio.

CHI SONO I PROPRIETARI E DIRIGENTI DI FOODORA?

Il sito aziendale mostra imprenditori rampanti e platinati della stessa generazione dei riders. Sotto foto dove sfoggiano il sorriso di chi la sa lunga e un abbigliamento casual, snocciolano i rispettivi curricula, farciti delle parole “business”, “global”, “management”, “internet”, “finance” et alia, citano studi a Stanford e Harvard, vantano esperienze professionali a PricewaterhouseCoopers e McKinsey. In linea con i canoni mainstream, si presentano come studenti e imprenditori modello, al cui confronto i fattorini fuori corso sembrano dei poveri co.co.co. senza né arte né parte, buoni al massimo a pedalare e ringraziare!

Ebbene: a sfruttare i loro coetanei riders che lavorano nel traffico e nell’inquinamento, guadagnando pochi spicci mentre consegna dopo consegna scorre via la parte migliore della propria vita, lorsignori hanno imparato sui prestigiosi banchi di scuola, o presso le scrivanie dei blasonati uffici? Oppure lo sfruttamento dei propri fattorini è un’idea innovativa, creativa ed ecologica tutta loro?

Probabilmente, nei templi pedagogici e operativi del capitalismo finanziario mondiale lorsignori hanno innanzitutto appreso e sperimentato il metodo. Dopodiché, una volta lanciatisi in proprio, allo sfruttamento vecchio stile dei loro maestri hanno forse aggiunto il logo dalla grafica impersonale e scelto il viola obbligando i dipendenti a vestircisi. Se nel marchio di fabbrica fanno intuire il maggiordomo ma non lo raffigurano è per penetrare subdolamente nell’immaginario dei clienti (cioè potenzialmente noi tutti, apprendiamo dalla pagina web) provando ad eliminare una lapalissiana verità, ovvero che tra il movimento dei polpastrelli sullo schermo per ordinare un pasto e la materializzazione fumante dello stesso al proprio domicilio ci sia sempre e comunque un fattore determinante: quello del lavoro umano.

A spiegar ai riders quanto il gioco sia spietato e che la posta in palio è letteralmente la loro vita è stato uno dei due dirigenti della filiale italiana di Foodora, il ventinovenne Gianluca Cocco (già ex di Amazon). Riferendosi ai riders ribelli ha affermato: “Devono capire che è un lavoro da tempo libero”, come e dire: adesso oltre che nel tempo di lavoro dovete farvi sfruttare pure durante il tempo libero, qui è finito il tempo del lavorare per vivere con noi dovete vivere per lavorare facendovi sfruttare sempre!

Di tale terribile realtà dell’organizzazione del lavoro in Foodora, quanti dei suoi clienti virtuali sono coscienti? Pochi, forse pochissimi. Intanto, clic dopo clic, pagamento dopo pagamento, dal loro quartier generale a Berlino e tramite i solerti sottoposti a Milano, lorsignori ex di Harvard e McKinsey divorano la forza lavoro di migliaia di riders nel mondo per il proprio ingordo profitto, dimenticandosi o meglio infischiandosi del fatto che questi uomini e donne in biciletta non sono loro schiavi maggiordomi sfiancabili all’infinito, bensì persone con necessità e aspirazioni da comuni mortali, tra cui: pagare l’affitto le bollette e i viveri, godersi il tempo libero, essere trattati con rispetto e financo gratitudine per il lavoro svolto con solerzia e in silenzio.

A un dato momento, tali insopprimibili necessità e aspirazioni dei lavoratori e delle lavoratrici hanno avuto la meglio sullo sfruttamento e il profitto dei proprietari e dirigenti di Foodora. Cosicché laggiù a sud delle Alpi, in basso nella catena gerarchica aziendale è accaduto l’impensabile: alcuni riders della flotta torinese si sono rivelati meno maggiordomi e più guerrieri, un cambiamento radicale dalle conseguenze dirompenti, non previsto da Foodora e forse neanche da loro stessi…

Questi lavoratori e lavoratrici ribelli non hanno mai conosciuto i loro capi e nemmeno studiano nelle università d’elite dove s’insegna il metodo Foodora: eppure, pedalata dopo pedalata, paga dopo paga hanno sentito e compreso il loro sfruttamento unendosi e mobilitandosi per dire basta e romperlo. Non appena si sono organizzati sindacalmente, a Milano e Berlino lorsignori distanti e altolocati han scoperto che Torino è vicina, vicinissima: e pericolosa, quando i maggiordomi in livrea e bicicletta viola si trasformano in scalatori d’assalto alla Pantani. Finalmente coscienti di quanto ingiusta e dannosa fosse la propria condizione salariale e di lavoro, i riders sindacalizzati e compagni hanno iniziato a lottare per migliorare la loro vita: per fare, bisogna pur incominciare!

COME SON RIUSCITI A RIBELLARSI?

Innanzitutto, i più consapevoli e coraggiosi di loro già avevano ufficiosamente avanzato critiche e proposte all’azienda, vanamente cercando per mesi un dialogo che mai poteva iniziare per via della sproporzione del rapporto di forza con il gigante Foodora. Tuttavia, di fronte al perdurare e anzi peggiorare delle loro situazione, questi riders hanno capito di doversi organizzare meglio e localmente per combatter un nemico enorme e globale: si sono allora incontrati con il SiCobas torinese, discutendo sul che fare.

Iscrittisi al SiCobas, i riders hanno quindi cominciato alla luce del sole la loro agitazione coinvolgendo una cinquantina di colleghi in varie forme di protesta verso l’azienda, per chiederle un confronto ufficiale e discutere delle proprie condizioni e prospettive di lavoro. 

Così agendo, ragazzi e ragazze dalla nascita digiuni di sindacalismo hanno messo immediatamente in crisi la multinazionale primeggiante nella ristorazione a domicilio. Nel corso degli eventi sono emersi nel gruppo i rappresentanti e conduttori dell’agitazione, già prima scaltri organizzatori e adesso sindacalisti in erba ma combattivi. Sabato scorso, a decine si sono ritrovati davanti alla stazione di Porta Nuova per una biciclettata di protesta nel quartiere di San Salvario, toccando alcuni ristoranti affiliati alla multinazionale tedesca. Finalmente pedalando per il proprio futuro anziché per il profitto dell’azienda, i ribelli emanavano un entusiasmo adrenalinico che con la loto tanta ragione da vendere ha contagiato non solo la gran parte dei passanti, ristoratori, cuochi e camerieri incontrati ma addirittura i media nazionali, con alcuni giornali e tv che stanno dedicando spazio alla notizia della loro protesta.

Con intelligenza e determinazione, i riders SiCobas sono stati capaci di andar ben oltre il confine della loro vertenza. Infatti, la loro discesa in campo ammonisce i torinesi e gli italiani che dietro il fumo del capitalismo, foss’anche declinato nella forme del commercio online, della economia “smart” o “sharing” o “green”, la sostanza è sempre e comunque la stessa: lo sfruttamento del lavoro umano, che porta al profitto di pochissimi e all’impoverimento di tutti gli altri. Significativamente, il metodo di sfruttamento loro applicato dai proprietari e dirigenti di Foodora è pari pari quello che i proprietari universali di banche, fondi e multinazionali stanno facendo applicare a noi tutti dai Parlamenti corrotti e dai media collusi.

Se l’obiettivo di denunciare lo sfruttamento di Foodora è stato centrato, i riders sanno comunque che la visibilità dura poco e soprattutto non serve a pagare l’affitto: le loro richieste all’azienda, poche e chiare, sono tutt’ora valide e riguardano il salario e la contrattualizzazione. Sanno anche che avranno bisogno di organizzare ancor più e meglio la propria forza, poiché dall’altra parte il nemico conta su retroguardie a Berlino, avamposti a Milano e alleati di chissà che calibro: probabilmente tenterà di dividerli, persuaderli a desistere con offerte d’ogni sorta e... 

INSOMMA, I LORO OBIETTIVI PRINCIPALI SONO NON PIÙ LONTANISSIMI MA ANCORA LONTANI: SI FERMERANNO O CONTINUERANNO?

La lotta dei fattorini ribelli continuerà certamente e anzi crescerà di quantità e qualità, perché il piatto è ricco e a Torino non soltanto i riders SiCobas ma anche tutti gli altri lavoratori e lavoratrici Foodora si son stancati di racimolarne le briciole…

Sabato prossimo si farà il bis: buon appetito!

(*) SICOBAS TORINO
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