domingo, 27 de febrero de 2011

La febbre dell’oro in Cina, segnale di una crisi finanziaria mondiale?

Attilio Folliero e Cecilia Laya, Caracas 27/02/2011
Aggiornato 08/03/2011 e 22/05/2011 

In Cina sembra proprio che sia scoppiata la febbre dell’oro. Si sa che l’oro è uno dei metalli più rari, e dunque preziosi, esistenti al mondo. Secondo i dati del World Gold Council, il Consiglio Mondiale dell’Oro, sulla terra ci sono 165.000 tonnellate di oro, estratte durante tutto il corso della storia umana; per avere un’idea esatta di quanto sia poca la quantità d’oro esistente, basta dire che tutto l’oro del mondo entrerebbe in una stanza lunga 20 metri, larga sempre 20 metri e profonda ancora 20 metri, ossia un cubo. E’ dunque, la rarità a rendere l’oro un bene tanto prezioso.

Negli ultimi anni, la Cina sta sperimentando una veloce e iperbolica crescita economica, tanto che nel 2010 è diventata la seconda economia del mondo ed entro pochi anni diventerà la prima economia del mondo, sorpassando gli Stati Uniti.

Ovviamente, la crescita economica della Cina si riflette anche e forse soprattutto nel consumo di oro. Sempre secondo il citato World Gold Concil, nel corso del 2010 la domanda di oro in Cina è stata di 579,5 tonnellate, più del doppio rispetto a quella statunitense, arrivata a 233,3 tonnellate. Secondo quanto riportato da Forbes, il 25% della produzione mondiale di oro finisce in Cina. E’ tra i precursori che imboccarono con decisione la strada dell’incremento dell’oro nella riserva della sua banca centrale.

Dal 2007 la Cina, anno in cui ha superato il Sudafrica, è il principale produttore mondiale di oro e nel corso dell’ultimo anno ha registrato una produzione record di 340 tonnellate. Benchè, sia ormai il principale produttore mondiale di oro, la enorme domanda interna nel 2010 ha fatto crescere le importazioni di ben cinque volte rispetto al 2009. Nel corso del primo mese del 2011, la febbre dell’oro ha avuto una forte impennata, se si considera che la Banca Industriale e Commerciale della Cina ha venduto circa 7 tonnellate di oro fisico, contro le 15 tonnellate dell’intero 2010.

In Cina, dunque c'è una vera e propria febbre per l’oro. Perché la Cina accresce le riserve del metallo giallo? Non è facile dare una risposta, ma si possono avanzare alcune ipotesi.

Innanzitutto potrebbe tutelare i propri investimenti internazionali, diversificando l’uso del piramidale eccedente monetario generato dalle esportazioni. Finora, il principale investimento era rappresentato dai dollari e dai titoli cartacei del debito pubblico degli Stati Uniti. Di fatto la Cina detiene la più grande riserva mondiale di dollari, più di 2.800 miliardi ed è il paese che possiede la quota più alta del debito pubblico statunitense (altri 1.160 miliardi sempre in dollari).

Altra possibile spiegazione di questo accumulo d’oro sarebbe da ricercare nella necessità di tutelarsi contro i forti rincari dei beni agricoli; in tal senso la FAO mette in guardia contro l’impennata dei prezzi agricoli e la Banca Mondiale pronostica scarsità di cibo e possibili ribellioni a macchia di leopardo.

Non mancano altre ipotesi, anche inquietanti. La Cina vorrebbe imporre al mondo come moneta di riserva mondiale il Yuan, la sua moneta, in sostituzione o parallela al moribondo dollaro. A tal fine è necessario che - oltre alla forza propulsiva della sua economia - sia supportata, garantita e protetta anche dall’oro. Se la Cina ha deciso di accelerare l’incremento delle proprie riserve in oro, come passaggio necessario per internazionalizzare il yuan, possiamo ben aspettarci un considerevole balzo verso l’alto del prezzo dell’oro. Secondo varie fonti stiamo andando a ritmo sostenuti verso questo scenario. Ad esempio Chuck Butler, presidente di EverBank, prevede che l’oro nei prossimi anni possa raggiungere i 5.000 dollari.

Un dato comunque sembra certo. Secondo il Wall Street Journal, la Cina già dal prossimo aprile permetterà la conversione diretta della propria moneta in altre valute; ciò al fine di favorire e facilitare gli scambi dei propri operatori commerciali.

E’ da escludersi la possibilità di sostituire il dollaro con una moneta d’oro, come recita il comma 1, dell’art 4 del trattato di adesione al FMI, ratificato nel 1978, ma c’è da aggiungere che di fronte a sconvolgimenti totali ed alla riconfigurazione della gerarchia delle economie reali nell’epoca dell’emersione multipolare, anche questi accordi potrebbero andare a rotoli o ridefinirsi; per cui, anche questa ipotesi non è poi tanto fantaeconomia. Persino il Brasile, nell’ultimo conclave del G20, ha espresso a voce alta la proposta di sostituire il dollaro con un paniere di monete (tra cui il yuan, il real carioca, la valuta del Sudafrica ecc). Già da tempo la Russia si è pronunciata per una soluzione analoga o alternative orientate in tal senso. La grande debacle dell’egemonia dell’economia finanziaria, resa visibile dal finanziamento pubblico ai suoi santuari principali (Wall Street e la City londinese) ha determinato uno spostamento di risorse verso le materie prime, come oro e produzione di alimenti, cioè beni tangibili non più cartacei.

Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti è costituto ancora dai “prodotti finanziari” e dall’export del settore armamentista (che vive fondamentalmente con il bilancio statale). I consumatori nordamericani, in realtà consumano troppe merci d’uso quotidiano importate dalla Cina.

Nel corso dell’ultima visita del presidente cinese a Washington, abbiamo assistito ad un inatteso capovolgimento della prospettiva. La Cina ha firmato contratti con la Boing per 600 milioni di dollari; in cambio, Obama ha dovuto ascoltare il massimo leader cinese dire in piena Casa Bianca che il dollaro non è eterno, ha già compiuto la sua principale funzione, e che si va verso un’evoluzione. Chi l’avrebbe immaginato cinque anni addietro? La realtà supera quasi sempre la fantasia.

In altre parole, Hu-Jintao ha calato apertamente le carte sul tavolo e cosa più importante, non è un azzardo, né una bravata. Ha potuto farlo perché ha i muscoli necessari per difendere con energie i suoi argomenti. La settimana precedente alla visita di Hu-Jintao, esattamente l’11 gennaio, la Cina ha collaudato con successo il cacciabombardiere Jian 20 (J-20), che fornisce la superiorità -o una altissima competitività- negli spazi in cui si determina una parte importante della gerarchia strategica. Gli Stati Uniti si saranno ricordati del loro gioiello costretto ad atterrare dall’aviazione cinese dopo aver violato la sovranità aerea.
Cacciabombardiere cinese Chengdu J-20

L’ultima ipotesi, la più inquietante, e per questo lasciata per ultimo: la febbre dell’oro di Pechino è dettata dalla certezza che siamo alla vigilia di un altro terremoto finanziario mondiale.

Tutti i Paesi e le grandi economie occidentali, industriali sono altamente indebitati ed i loro debiti pubblici sono praticamente insostenibili, impagabili. La Cina diagnostica e pronostica quel che è a tutti gli effetti il “tracollo occidentale”, e corre ai ripari per tutelarsi da questa possibile ed imminente crisi finanziaría mondiale. Siamo alla vigilia della grande crisi, momentaneamente superata nel 2008/2009 con I grossi trasferimenti di denaro pubblico alle banche ed imprese in crisi?
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