viernes, 5 de junio de 2015

A 26 anni dalla morte dell’Iman Khomeini, IRNA intervista Federico Dal Cortivo, direttore della rivista "Italia Sociale"

Irna, Roma 05/06/2015 (*)


Fonte
- http://www.irna.ir/fa/News/81634955/ (in lingua araba), 

Gentile Direttore, 26 anni fa da moriva l'Imam Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica dell'Iran. Vorrei un suo commento sulla persona dell'Imam Khomeini e sulla rivoluzione islamica guidato da lui. Quali erano secondo lei gli obbiettivi dell'Imam? In che modo è riuscito a far conoscere l'Islam al mondo? Come è visto nell'opinione pubblica occidentale la persona dell'Imam Khomeini?

Sulla figura dell'Imam Khomeini si è scritto molto e in Occidente dove non esiste la vera libertà di stampa tanto sbandierata dalle democrazie, si è scritto spesso a sproposito, dipingendolo ora come un nemico acerrimo delle "libertà", dell'Europa e delle potenze atlantiche, ora come un feroce sanguinario all'interno della propria nazione. Ancor oggi nell'immaginario collettivo dell'uomo qualunque in Occidente tutto ciò che rappresenta l'Iran, il solo pronunciare il suo nome viene spesso etichettato in modo superficiale e negativo e guardato con sospetto.

Questo grazie al lavoro quotidiano dei media occidentali che obbedendo ad un unica regia sovranazionale criminalizzano tutto e tutti coloro che osano intraprendere una via autonoma, che sia essa religiosa, nazionale o socialista, in contrapposizione alle oligarchie del denaro che controllano Stati Uniti ed Europa.

A queste due si deve necessariamente aggiungere l'entità sionista, che vuole mantenere inalterato il rapporto di forza nel Vicino Oriente e continuare indisturbata la pulizia etnica del Popolo Palestinese.

Sull'Imam Khomeini e la sua opera, vorrei però focalizzare brevemente un aspetto poco noto, indiretto della sua azione, ma non per questo meno importante, quello geopolitico.

In questo scenario, che si regge da decenni sulla forza delle armi e delle sanzioni economiche, la comparsa dell'Imam Khomeini che rientrò in patria dall'esilio il 1 febbraio 1979, credo sia stato uno degli eventi più importanti dal punto di vista geopolitico del secondo dopoguerra mondiale. Il 16 febbraio di quell'anno la fuga dello Scià Reza Pahlavi, filo statunitense, un vassallo di Washington nella regione, un gendarme a tutela dei forti interessi delle grandi corporation del petrolio, segna definitivamente la fine del tentativo di "convertire" alla religione dell'occidente capitalista la nazione più importante dell'area, ma soprattutto segna la fine del disegno statunitense di incunearsi prepotentemente nell'Area.

Tra i meriti dell'Imam a mio avviso, vi è stato senza dubbio quello, attraverso la Rivoluzione islamica, di avere impedito agli Stati Uniti ed ai suoi alleati, di porre un altro tassello a loro favore nel grande gioco geopolitico che si svolge da sempre in Eurasia. Questo aspetto, spesso messo in subordine rispetto alla politica interna iraniana, e forse non così appariscente per chi viveva le cose dall'interno dello Stato, e forse nemmeno tra gli obiettivi della Rivoluzione, oggi invece appare in tutta la sua estrema importanza geopolitica. 

Non dobbiamo dimenticare come sulla "grande scacchiera euroasiatica", come la definisce Zbigniew Brzezinski già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter dal 1977 al 1981, si gioca la più importante partita per il controllo globale. É più che mai evidente che un Iran libero di muoversi in perfetta autonomia, così come avvenuto dalla Rivoluzione in poi, può incidere profondamente negli equilibri regionali e non solo. Si parla spesso di mondo multipolare in contrapposizione a quello unipolare dominato dagli Stati Uniti, ebbene lo scenario più pericoloso, secondo l'ex consigliere di Carter, per il secondo fa perno anche sulla Repubblica Islamica, che potrebbe vedere il sorgere di una forte coalizione formata da Russia, Cina e Iran e, chissà, magari un domani, anche l'Europa.

(*) IRNA è l'Agenzia di stampa della Repubblica Islamica (Iran)
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