martes, 24 de noviembre de 2015

Emigrazione: Quando gli scafisti portavano gli italiani ...

Dante Lepore/Ponsimor
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Da prima ancora dei romani, dei veneziani e dei saraceni e fino all’800, i movimenti migratori sulle rive del Mediterraneo erano la norma, perché la specie umana è essenzialmente una specie che cammina, a dispetto di chi, come Salvini e la Santanché, vorrebbero gli umani fermi in una “casa loro”… che non c’è. 

Gli spostamenti di popolazioni raramente generavano drammi e tragedie di massa. Salvini e la Santanché forse lo ignorano, ma dall’800 gli “italiani”, che non ancora erano tali, cominciarono a sciamare in maniera consistente in più direzioni, e dove è possibile che emigrassero i calabresi?

Il continente africano, dalla Tunisia al Sud Africa, era lì, a volte nemmeno a due passi, per migliaia di profughi calabresi, che finirono per determinare un flusso costante, un’”invasione” direbbe il leghista padano. Furono chiamati “italiani d’Africa” e anche “africani bianchi”. A Johannesburg,  si celebra la “Festa dei calabresi del Sudafrica” (1), come in Tunisia c’era un agglomerato cittadino chiamato “la petite Calabre”, mentre oggi i nord africani vanno a Rosarno a raccogliere pomodori e …le  fucilate dai caporali.

Fu comunque l’affermarsi del capitalismo come modo di produzione dominante, anche in un paese straccione come l’Italia, a determinare movimenti di popolazioni dalle proporzioni gigantesche e dagli esiti tragici. Con l’invasione del Regno delle Due Sicilie, i piemontesi si impadronirono dei macchinari e delle industrie meridionali trasferendole al Nord dell’Italia, senza contare la finanza molto migliore nello stato borbonico. Come ricorda la Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia: “Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto” (2).

E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, avviata nel settore tessile e agroalimentare, un'agricoltura fiorente, sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. La popolazione di un Mezzogiorno guastato da una guerra di rapina fatta passare per “risorgimento” (ma ‘dde che?), scosso da periodiche catastrofi ambientali, saccheggiato, massacrato e seviziato dall’esercito e dagli stessi garibaldini (vedi eccidio comandato da Bixio a Bronte e dintorni), dissanguato da un potere non meno feudale e più bieco di quello borbonico, non ebbe, come oggi le popolazioni di Siria, Libia e Corno d’Africa, altra alternativa che fuggire lontano. 

Fino ad allora, nelle stesse  regioni, il modo di produzione feudale, per quanto anche esso fondato sulla servitù e il privilegio dei pochi, restava nel suo sonnolento equilibrio e in una tollerata efficienza di un’agricoltura di asservimento dei contadini ai grossi latifondi, ma la popolazione rurale non sortì un miglioramento neppure con lo Stato unitario, con lo sviluppo del capitalismo nelle campagne ed il mercato nazionale. 

Il brigantaggio e i drammi dell’emigrazione furono creati dunque dalla monarchia sabauda supportata dagli inglesi in funzione antifrancese.

Negli ultimi decenni del secolo, la fuga all’estero delle masse rurali non solo meridionali ma anche dal Piemonte, dal Veneto e dal Friuli fu aggravata proprio dall’ampliamento del mercato e della concorrenza che determinò dal 1873 al 1879 l’invasione del mercato nazionale da parte delle granaglie americane, meno costose ma che scoraggiarono la produzione nazionale. 

Fino al 1910, gli storici parlano di “grande esodo”, che in un secolo raggiunge circa 30 milioni di espatriati, quando la popolazione dello stato unificato non superava i 25 milioni. 

I barconi di italiani fuggitivi dalla miseria, dalle guerre, dai cataclismi naturali, dalle persecuzioni politiche e repressione poliziesca non erano poi meno stracarichi e pericolosi e clandestini, e non meno di oggi alimentavano la speculazione e gli affari di quanto non facciano gli scafisti, che, al confronto con le compagnie armatoriali nate proprio sulla pelle dei migranti e sulle loro rimesse, rappresentano solo un momento storico di dilatazione selvaggia del fenomeno: i predoni imperialisti oggi guastano popolazioni come la Jugoslavia e quelle popolazioni già abituate alla convivenza pacifica di mezzo secolo, si combattono con esiti nefasti e fughe di massa anche verso l’Italia. 

Poi è il turno dell’Iraq e dell’Afghanistan, stati canaglia per gli USA. Stesso copione per la Libia, lacerata da Inghilterra, Francia, USA e Italia, e poi … e poi ….? Eppure gli stessi italiani sembrano rimuovere la loro storia!

Note
[1] Donatella Cristiano, Migranti e morti di fame, si nasce o si diventa?, Url: http://www.incastri.org/la-migrazione-italiana.html

[2] STÉPHANIE COLLET, Gli euro bond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania (Corbis, 2012).
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