sábado, 28 de noviembre de 2015

Il teatro degli orrori di Casa Saud: fra droga e mercato della prostituzione

Mentre l’attenzione della maggioranza delle persone è – giustamente – rivolta alla Siria, in Arabia Saudita, nel silenzio dei mass media occidentali, il poeta palestinese Ashraf Fayadt, 35 anni, viene condannato a morte perché colpevole di aver scritto questi versi “Rifugiato: stare in fondo alla fila in attesa di un pezzo di patria/ Stare in piedi: attività che svolgeva tuo nonno senza sapere il perché / Quel pezzo di patria: sei tu / Patria: una tessera che si mette nel portafoglio / Banconote: pezzi di carta con l’effigia del re / Il ritorno: una leggenda che la nonna era solita raccontare”. 

Una notizia amara che ripudia e offende, per l’ennesima volta, il vero spirito dell’Islam, troppe volte pugnalato alle spalle dai monarchi sauditi, oscurantisti fuori dalla storia, stretti alleati degli Stati Uniti e di Israele.

Il giornalista e scrittore Tahar Lamri fa notare il carattere antimusulmano della dittatura saudita rammentando come, in un tempo antico, il poeta Omar Khayyam (1048-1131) poteva scrivere “Mi parlate di fiumi di vino nel paradiso. Ma il paradiso per voi è un’osteria? Mi parlate di vergini che aspettano il credente in paradiso. Ma il paradiso è un bordello per voi?”, ed essere amato e rispettato nella Terra dell’Islam. 

Cosa urta Casa Saud? Forse il fatto che un palestinese reclami la sua legittima Patria, occupata dai coloni israeliani evidentemente cari ai monarchi guerrafondai sauditi? Col passare del tempo l’Arabia Saudita si è rivelata una vera e propria dittatura, nonché un avamposto strategico per mercenari e trafficanti di droga, un regime totalitario e ultrarepressivo che – come vedremo – calpesta i precetti basilari dell’ Islam. Una dittatura antimusulmana che, come tale, va giudicata. I media occidentali hanno l’onestà intellettuale per denunciare questo?

Il poeta Omar Khayyam colpì i re rivelandoci, con linguaggio poetico, come questi credessero che il paradiso fosse un bordello. Uno strano bordello quello di Casa Saud – una dittatura figlia del colonialismo occidentale – fatto di vergini ma non solo; oggi abbiamo qualche inedita novità. Facciamo capolino in questo teatro degli orrori.

Casa Saud contro i precetti dell’Islam

Un recente rapporto di Wikileaks ripreso dal Guardian racconta dei sadici costumi di un membro della famiglia reale durante la festa di Halloween del 2009 “Nella villa super-sorvegliata di un facoltoso principe della famiglia al-Thunayan l’alcool scorreva a fiumi e non mancavano le prostitute”. E’ evidente come tutti i precetti dell’Islam siano in questo modo calpestati. Il dispaccio – leggiamo addirittura su La Repubblica! – firmato dal console Martin Quinn conclude “anche se in questo caso non ci sono testimoni diretti, l’uso di cocaina e hashish è consueto in questi ambienti sociali”.

Le rivelazioni di Wikileaks smascherano un vero e proprio traffico di schiavi sessuali, che parte dall’Africa ed arriva fino alcune regioni asiatiche. Quando la morale sessuale, nelle normali relazioni, è rigidissima, il rovescio della medaglia diventa la perversione. Ovviamente i reali sauditi uniscono l’utile al dilettevole non trascurando i guadagni derivanti dal traffico criminale di essere umani.

Le conseguenze sono drammatiche. Un giornale kenyota che si occupa dei diritti degli omosessuali, “Identity Magazine”, ha denunciato che alcuni ragazzi gay sarebbero stati reclutati nelle Università del Kenya con la promessa di essere assunti come impiegati in Arabia Saudita ed in altri paesi del golfo dove invece vengono trasformati in schiavi sessuali. La testimonianza di uno di loro, Paul, è raccapricciante: “Molti sono sadici. Mi hanno picchiato, urinato addosso e una volta qualcuno mi ha anche defecato sopra. Per tutto questo tempo hanno abusato sessualmente di me e a volte mi hanno anche inserito le mani e degli oggetti nell’ano”.

Ovviamente per gli Usa e l’Europa i diritti umani vengono sospesi quando a calpestarli è Casa Saud. Lo stesso vale per i diritti civili e sociali e ben conosciamo il vergognoso silenzio occidentale quando, la scorsa estate, alcuni attivisti gay israeliani furono accoltellati dai coloni sionisti durante il Gay Pride di Tel Aviv. Mi pongo una domanda: e se questa tipologia di diritti (difesi da chi scrive ma all’interno di una reale democrazia sociale) fosse – per gli Usa, Israele e i suoi alleati – solo un’arma (utilizzata a corrente alternata) per alimentare la conflittualità geopolitica e le loro politiche interventiste e neocolonialiste?

L’Arabia Saudita ha sempre condannato con la massima pena l’omosessualità nonostante il suo sistema giudiziario preveda altre vergognose opzioni che vanno dalle sanzioni alle percosse. Anche le forze di polizia assumono un ruolo molto particolare, “La polizia dell’ordinare il bene e vietare il male”, è di fatto concepita come una macchina da guerra che disintegra le stesse relazioni personali. Incredibile – fra le tante cose – la storia di Stephen Cominskey, 36 anni, infermiere inglese – in Arabia Saudita probabilmente per ragioni di lavoro – arrestato dalla polizia con l’accusa di sodomia. La notizia, di qualche anno fa, mantiene un forte interesse e va, a mio avviso, collegata alla precedente condanna, in Inghilterra, del principe gay Saud Abdulaziz bin Nasser al Saud colpevole di aver assassinato un suo ‘’servo’’. Casa Saud aveva tenuta nascosta l’identità sessuale del principe. Mi chiedo: il principe Nasser Al Saud è stato condannato perché ha ucciso il “suo servo” in Inghilterra, ma nel paese in cui gode del titolo di ‘’principe’’ avrebbe subito la stessa sorte? E quanti “servi” in Arabia Saudita sono alla totale mercè dei loro padroni?

Qualche media occidentale ci ha per caso raccontato di Ali Ahmad Asseri, ex diplomatico saudita, che in “patria” rischia la pena capitale per il suo orientamento sessuale? Gli Stati Uniti di Obama, per non urtare i dittatori wahabiti, non hanno concesso asilo politico al malcapitato. Molto puntuale il commento di Russia Today “Este es un caso en el que EE.UU. está dispuesto a violar su propia legislación para complacer a la monarquía saudita. En su propio país, el Gobierno de Obama ignora principios que procura en el extranjero, negando a Asseri el derecho de asilo y tratando de deportarle cuatro años después de haber pedido ayuda”. E ancora “La Administración Obama ya ha demostrado que los derechos de los homosexuales le preocupan menos que la opinión del monarca de Arabia Saudita”. Nei paesi del golfo esiste una omofobia sociale sistematica che dietro le quinte nasconde ben altro.

In Arabia Saudita il moralismo wahabita vale solo per i poveri malcalpitati che vedono quotidianamente calpestati i propri diritti civili (e sociali): vale per gli impiegati e qualche diplomatico caduto in rovina e naturalmente per la gente del popolo. Fuori da queste categorie sociali, e andando in alto nella gerarchia, la Sharia – o quella che viene fatta passare come tale – viene sospesa. Di notte, in locali del tutto simili a quelli occidentali e ancor più sfarzosi, le elite saudite si intrattengono con festini in cui abbonda la prostituzione, prevalentemente maschile. Naturalmente vengono coinvolti principi e uomini d’affari dediti alle più spregiudicate pratiche sessuali. In rete si possono trovare filmati e video che attestano ciò. (Ecco un esempio: https://www.youtube.com/watch?v=cU_M-2K_43s). Mi sorge spontaneo un quesito: e se, fra le altre cose, esistesse anche una relazione (schizofrenica) fra il loro modo di concepire e vivere il sesso (in contraddizione con i precetti di cui sostengono di essere portatori) e la gestione del potere politico ed economico?

Giunti a questo punto, il lettore, potrebbe porsi il seguente legittimo quesito: i diritti civili, per le persone omosessuali e transessuali, sono davvero in contrasto con le leggi islamiche?

Fida Dakroub ci ha spiegato che “l’Iran è l’unico paese mussulmano che riconosce formalmente i diritti civili e sociali ai transgender e offre loro i servizi e il supporto medico di cui hanno bisogno”. Infatti le persone transessuali nella Repubblica Islamica dell’Iran “beneficiano di fondi governativi per quasi il 90% del CRS”. Lo hojatol-islam Kariminia, un noto esponente religioso, vuole “suggerire che il diritto del transessuale a cambiare sesso diventi un diritto dell’uomo’’, inoltre “tenta di presentare i transessuali alla gente attraverso il suo lavoro e fare piazza pulita degli insulti e delle stigmate che si rivolgono a queste persone”.

Ovviamente, i mass media occidentali, omettono di parlare dei progressi, nel campo delle libertà civili, fatte dall’Iran e si limitano a demonizzare la religione islamica, nella sua interezza, creando falsi stereotipi. Spesso vediamo servizi giornalistici, in televisione e online, completamente privi di riscontri con la storia reale di quei paesi. Del resto, questi giornalisti scrivono a comando di Usa e Israele e Casa Saud va prontamente in soccorso, con i suoi crimini, a questi “funzionari dell’informazione” offrendo una giustificazione alle loro menzogne. L’islamismo wahabita diventa quindi un piede di porco in mano alle agenzie giornalistiche di Londra, Parigi e Roma.

In conclusione: da Casa Saud a Israele, per l’Occidente gli affari vengono prima di ogni altra cosa. I diritti umani? Una bandiera da sventolare a seconda dei contesti e delle circostanze…

Fonti:
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