lunes, 28 de agosto de 2017

Dal Venezuela (Intervista al professor Attilio Folliero a cura di Stefano Zecchinelli)

Stefano Zecchinelli, L'Interferenza, 24 agosto 2017
Intervista al professor Attilio Folliero a cura di Stefano Zecchinelli

Professor Folliero, prima di tutto le chiedo di descriverci le caratteristiche, politiche e sociopolitiche, della destra venezuelana. Il paragone col neofascismo europeo è corretto?

La destra venezolana si caratterizza per una forte componente fascista. Il fascismo è l’azione política di una classe violenta che si fa strada all’interno della società nei momenti di crisi, come appunto sta succedendo in Venezuela. Quando la classe borghese, la classe dominante, temendo una rivoluzione del proletariato, appoggia gruppi dell’estrema destra, la cui funzione è in definitiva salvaguardare l’ordine sociale esistente. Certamente è corretto un paragone col neofascismo europeo, che non si differenzia troppo dal fascismo classico, dal fascismo sorto nel ventesimo secolo, dopo la I Guerra mondiale.

Più concretamente, in Venezuela l’aspetto visibile del fascismo è rappresentato dai Leopoldo Lopez, Henrique Capriles, María Corina Machado o Antonio Ledezma, che hanno orchestrato il piano per farla finita con la “Rivoluzione bolivariana”, dopo la morte di Chávez. Infatti, con la morte di Chávez comincia un piano che consiste nel disconoscere sistematicamente i risultati delle varie elezioni e incitare alla violenza ed all’odio.

Per capire il fascismo e le sue caratteristiche sociopolitiche in Venezuela è necessario fare un breve richiamo della situazione di questi ultimi anni. Il capitale, la classe borghese, la classe dominante durante il governo di Chávez ed in particolare fra il 2003 ed il 2013, pur avversandolo sempre – sia chiaro questo: la borghesia non ha smesso un minuto di attaccare Chávez e non ha mai abbandonato l’idea di liberarsi di lui – ha vissuto un periodo di grandi accumulazioni, di grandi profitti. Le stesse politiche sociali del governo hanno favorito la classe capitalista. In che senso le politiche di Chávez hanno favorito il capitale? Chávez, per esempio ha dato impulso ad una politica basata sull’istruzione gratuita ed accessibile a tutte le classi sociali, quindi scuola ed università per tutti, anche per i più poverì, una volta totalmente esclusi da una istruzione praticamente privatizzata e costosissima; ha fortemente sostenuto la “Mision vivienda” che ad oggi ha costruito oltre un milone e settecentomila appartamenti popolari; ha sviluppo una sanità pubblica, per permettere a tutti, quindi anche ai più poveri, di potersi curare; senza dimenticare le grandi infrastrutture pubbliche, come strade, ferrovie, porti, aereoporti, ponti, metropolitane, funivie, ecc.. Alla base di tutte queste politiche sociali ovviamente c’era la costruzione di migliaia di asili, scuole, università, più di un milione e settecentomila appartamenti popolari, ospedali e centri sanitari ovunque, ecc.. In definitiva grandi benefici per l’impresa della costruzione. Non solo le grandi multinazionali, ma anche le grandi imprese nazionali hanno ottenuto enormi profitti. Basta citare i Cohen, famiglia di costruttori di origine ebrea, da sempre a lato della “Rivoluzione bolivariana” che hanno ottenuto l’appalto per la costruzione di migliaia di “simoncito”, ossia gli asili, scuole, università, case popolari, ecc..

I Cohen sono conosciuti in America, per essere i costruttori dei grandi centri commerciali denominati “Sanbil”, presenti a Caracas, come a Miami, così come i complessi residenziali per la classe media, denominati “Doral”, presenti ovunque in Venezuela, ed all’estero anche in Florida. Questi costruttori hanno ottenuto enormi benefici economici proprio grazie alla “Rivoluzione boilivariana”. Ovviamente anche altre grandi imprese private del paese, di tutti i settori, hanno ottenuto grossi benefici. A partire dal 2003, in Venezuela ci sono stati 22 trimestri consecutivi di grande crescita economica. In questo periodo in cui la classe borghese faceva grossi guadagni, l’avversione a Chávez, pur esistendo, è rimasta confinata soprattutto a quei gruppi economici che prima si appropriavano delle ricchezze del paese legate all’energia ed al petrolio e che sono stati spiazzati, in un certo senso, dall’azione politica del Governo. Le altre imprese facendo “soldi a palate” – diciamo così – alla fine “tolleravano” la presenza di un governo progressista.

E’ con l’arrivo della crisi economica di questi ultimi anni, che coincide sostanzialmente col governo di Maduro, che si fa strada la destra ed il fascismo, che si diffonde nella società cavalcando soprattutto il malcontento delle classi medie ed anche di settori popolari. Maduro cerca di proseguire le politiche sociali di Chávez, continuando per esempio a costruire case popolari, a favorire l’istruzione gratuita, la sanità pubblica, le pensioni sociali, cerca di mantenere gli alti livelli di occupazione nel settore pubblico, fa arrivare alimenti a prezzo regolato a milioni di famiglie, ecc.. L’economia venezuelana è debole perchè basata sul monoprodotto, ovvero la produzione di un solo prodotto, il petrolio. Con il crollo del prezzo del petrolio ed il conseguente crollo delle entrate in dollari, Maduro per continuare le politiche sociali verso i più deboli ha dovuto necessariamente tagliare i finanziamenti alle classi medie. Per esempio tutti potevano disporre di una quota annuale in dollari ad un cambio preferenziale per acquistare beni personali all’estero; si poteva viaggiare all’estero perchè i biglietti aerei erano pagati dal pubblico in bolivar ed erano relativamente economici, dato che venivano poi rimborsati alle compagnie aeree in dollari, ad un cambio privilegiato.

Con la crisi, il governo non avendo i dollari sufficienti a finanziare questi servizi è stato costretto a tagliarli, “impoverendo” la classe media, che in definitiva era quella che poteva permettersi gli acquisti o i viaggi all’estero. Oggi, se la classe media vuole continuare per esempio a viaggiare all’estero deve necessariamente pagare il biglietto in dollari; le compagnie aeree in Venezuela vendono i passaggi solo in dollari, previamente acquistabili solo al mercato nero. 

Alla crisi economica si è aggunta la “guerra economica”, ossia il gran capitale, che disponde dei mezzi di produzione e di distribuzione, per accelerare la caduta del governo e quindi riprendersi anche la direzione poltica del paese ha praticamente fatto sparire dagli scaffali dei negozi i principali beni alimentari e per l’igiene, a rotazione (facendo sparire ora un detrminato prodotto, ora un altro) o contemporaneamente uno o più prodotti, creando malcontento e lunghe file. Grazie al fatto che il capitale oltre a possedere i mezzi di produzione, dispone anche dei mezzi di comunicazione, attraverso i loro media hanno diffuso l’idea che la colpa fosse di un governo inefficiente e corrotto. Non solo. Hanno ingigantito l’idea dell’insicurezza e della violenza nel paese; in definitiva hanno creato anche un clima che favorisse le manifestazioni violente. 

Il fascismo e la violenza hanno trovato dunque un terreno fertile in queste classi medie, impoverite dalla crisi economica e dalla “guerra economica”. Queste classi medie sono concentrate nell’est di Caracas e nei quartieri bene di alcune grandi città del Venezuela. Si comprende, dunque perché le manifestazioni di protesta e le violenze sono rimaste sempre circoscritte a determinate zone del paese. Sia chiaro, il fascismo è riuscito a penetrare anche in settori del proletariato e del sottoproletariato, ma in misura meno evidente. Sebbene anche il proletariato sotto Chávez poteva usufruire di certi servizi, alla fine difficilmente, per esempio poteva viaggiare all’estero o acquistare beni all’estero. Un proletario del Venezuela fino a pochi anni fa non disponeva neppure di una carta di credito venezuelana (e la maggioranza continua a non disporne), figurarsi disporre di una carta di credito estera e di un conto all’estero. Quindi che un biglietto aereo venga pagato in dollari, al grosso del proletariato non importa; non poteva comprarlo prima e non può comprarlo adesso.

Il Vaticano ha condannato la legittima elezione dell’Assemblea Costituente dimostrando, ancora una volta, la sua natura reazionaria. Che rapporti intercorrono fra il Vaticano e la destra venezuelana? Si può parlare di fascismo religioso in rapporto all’attività destabilizzatrice di organizzazioni criminali come la setta Tradizione, Famiglia e Proprietà?

Diciamo subito che tutte le religioni sono reazionarie e tutte le religioni si schierano sempre con la classe dominante. Anche la religione cattolica, cristiana e del Vaticano è per natura reazionaria, pertanto anche la Chiesa venezuelana si è sempre schierata con le classi dominanti.

Mi permetto di ricordare un episodio risalente all’epoca della lotta per l’indipendenza, 200 anni fa circa. A quel tempo la chiesa venezuelana era schierata con l’aristocrazia spagnola, quindi era contro il movimento indipendentista e repubblicano portato avanti da Bolivar. Il giovedì santo del 1812, in Venezuela, a Caracas e altre città già liberate dall’esercito di Bolivar ci fu un disastroso terremoto con migliaia di morti. Preti e frati, schierati ovviamente con i realisti, con le forze spagnole fedeli al Re, nelle loro prediche fecero credere al popolo che si trattava di un “castigo del Cielo verso i patrioti che si erano ribellati al legittimo sovrano, il virtuoso Fernando VII”. Perfino in una occasione così drammatica la Chiesa invece di soccorrere i feriti ed aiutare i sopravvisuti lanciava messaggi contro i patrioti e in difesa dell’aristocrazia spagnola dominante. Fu in questa occasione che Bolivar, in risposta a questi sacerdoti pronunciò la famosa frase “Se la natura si oppone a noi, noi combatteremo contro di lei e faremo in modo che ci obbedisca”. La frase è oggi immortalata a lettere cubitali in un edificio della Piazza El Venezolano, a Caracas, a lato della Casa natale di Bolivar, oggi museo.

Sono passati due secoli e la chiesa continua a schierarsi con la classe dominante. Oggi è schierata con la classe borghese, col capitale. Recentemente c’è stato l’assalto ad una caserma a Valencia; si è trattato di un atto terroristico che i media della classe borghese nazionale e internazionale, tra cui quelli italiani, hanno cercato di far passare per un tentativo di colpo di stato o una ribellione militare. Ebbene la chiesa venezuelana, nell’appoggiare la classe dominante finisce per essere coinvolta anche in atti terroristici. Risulta che i terroristi hanno ricevuto appoggio da una chiesa ed un convento a lato della caserma oggetto dell’attentato e - come denunciato da un importante generale venezuelano (e riportato da Telesur) - hanno registrato all'interno della chiesa perfino il loro comunicato, poi diffuso attraverso youtube.

Certamente si può parlare di fascismo religioso, non solo in rapporto all’attività destabilizzatrice di organizzazioni criminali come la setta “Tradizione, Famiglia e Proprietà”. La Chiesa cattolica venezuelana attraverso la Conferenza Episcopale, attraverso i suoi più alti esponenti si è convertita in una cassa di risonanza del golpismo in Venezuela ed agisce come un partito politico di estrema destra a lato della classe potente. Il “famoso” plebiscito dell’opposizione, realizzato lo scorso 16 luglio, si è svolto nelle chiese, oltre che in locali commerciali e industriali; in altre parole la chiesa venezuelana ha messo a disposizione dell’opposizione le proprie strutture, capillarmente diffuse sul territorio.

Per rendersi conto dell’ideologia fascista che sta dietro la chiesa cattolica del Venezuela è sufficiente leggere le esternazioni e le azioni, in questi ultimi diciotto anni, di importanti prelati come Padre Palmar, del Vescovo di Coro Roberto Lückert, di Mikel de Viana, di Monsignor Baltazar Porras, che addirittura auspicò una cospirazione internazionale per invadere il Venezuela ed ovviamente del Cardinale Urosa, attualmente la più alta personalità del cattolicesimo in Venezuela. E che dire del Cardinale Ignacio Velasco, compromesso totalmente, anima e corpo, col Colpo di stato del 2002, firmando anche il “Decreto Carmona” o Luis Ugalde, che benedisse l’alleanza fra Fedecámaras, assimilabile alla nostra Confindustria, ed il sindacato CTV per abbattere il governo costituzionale di Hugo Chavez.


In quanto alla setta citata, va detto che i due principali partiti dell’estrema destra venezuelana, Primero Justicia e Voluntad Popular, affondano le loro radici proprio in questa setta, dove si sono formati tutti i loro principali esponenti attuali.

Andando oltre la chiesa venezuelana, mi permetto di aggiungere che a mio parere l’attuale papa latinoamericano è stato eletto per destabilizzare l’America Latina. Il suo predecessore, il Papa tedesco Ratzinger “è stato obbligato alle dimissioni” per l’urgenza di avere un papa latinoamericano, che contribuisse “a recuperare i paesi latinoamericani caduti in mano di governi progressisiti”. Io credo che il papa argentino stia svolgendo una funzione simile a quella avuta da Karol Woytila in Polonia e nell’Europa dell’Est, negli ultimi decenni dell’Unione Sovietica. E per essere più incisivi nella destabilizazione e nell’azione per cambiare il governo progressista del Venezuela ed a seguire gli altri governi progressisti della regione, a Generale dei Gesuiti è stato chiamato proprio un venezuelano, Arturo Sosa Abascal, primo non europeo a reggere la Compagnia di Gesù. Tra l’altro, Arturo Sosa Abascal è figlio di Arturo Sosa Fernández, più volte Ministro delle Finanze prima dell’arrivo di Chavez, socio di importanti gruppi finanziari, come la banca “Mercantil”. Per la prima volta nella storia abbiamo un papa latinoamericano ed un generale dei gesuiti venezuelano, membro di una importante famiglia capitalista. Un caso? Difficile da credere.

Il sociologo marxista Atilio Boron ha denunciato la presenza dell’imperialismo israeliano in America Latina. Qual è la sua opinione in merito? Quali sono i rapporti fra Capriles e le lobby sioniste?

Il sociologo Atilio Boron non solo ha denunciato la presenza dell’imperialismo israeliano in America Latina, ma ha messo in evidenza che il suo ruolo è molto più attivo di quello che si possa credere. Io non posso che essere d’accordo con questa opinione. Il sionismo in Sudamerica, dalla Colombia in giù, è molto attivo; anzi, esiste un piano, in cui il sionismo ha un ruolo fondamentale, per abbattere i governi progressisti che si sono installati in vari paesi dell’America Latina, a partire dal Venezuela. Poltici israeliani e sionisti latinoamericani si riuniscono spesso con esponenti della destra di tutto il continente americano ed ovviamente anche con militari e politici statunitensi, col fine appunto di agire contro i governi progressisti. Anzi, è bene segnalare che nel 2004 all’interno del Parlamento d’Israele, per iniziativa del rabbino e politico sionista Binyamin Elon si creò un gruppo di lavoro denominato “Alleati Cristiani di Israele”, una lobby che aveva il fine di individuare, nei diversi paesi, politici cristiani e personalità influenti che potessero orientare l’azione governativa e legislativa in favore di Israele. Tra i contatti di questa lobby c’era anche quel Patb Roberston, il pastore statunitense che invocò l’omicidio di Hugo Chavez. Tanto per capire chi abbiamo di fronte. Qualche anno dopo questa lobby, questo gruppo di lavoro si è trasformato in una Fondazione denominata “Alleati di Israele”. Tra l’altro l’azione di questa fondazione serve a ripulire l’immagine razzista e coloniale di Israele all’estero. Questa fondazione è riuscita a penetrare nell’estrema destra di numerosi paesi latinoamericani, almeno 13, i cui rappresentanti si riuniscono periodicamente a Miami. Uno degli assidui frequentatori di queste riunioni per il Venezuela è Julio Borges del partito dell’estrema destra venezuelana “Primero Justicia”, di cui è esponente di primo piano anche Capriles Radonsky. Pertanto Capriles è intimamente connesso alle lobby sioniste non solo per le sue origine ebree russe e polacche, ma anche per l’attività che porta avanti il suo partito. Per capire come agisce il sionismo, da un punto di vista finanziario, è interessante accennare al caso di Ricardo Hausmann, altro personaggio legato alla destra venezuelana e a Capriles. Questo personaggio nel 2016 è stato scoperto (e denunciato pubblicamente dallo stesso presidente Maduro) a cospirare contro il Venezuela. Per Haussman, per risolvere i problemi del Venezuela è necessario il ricorso al FMI, anzi egli stesso si è offerto per negoziare e stava negoziando (a nome di un futuro governo venezuelano) un grosso prestito con questa istituzione. Per questo sionista venezuelano che vive ed opera negli USA l’America Latina è un “complemento naturale” dello stato che presiede Benjamín Netanyahu, nel senso che il continente latinoamericano è visto come un appendice mineraria, un continente da sfruttare. Sostanzialmente questa è l’idea del sionismo e della destra venezuelana: sfruttare le risorse del paese e del continente per il proprio arricchimento, per le proprie necessità. Ovviamente il popolo, anzii popoli non esistono!

L’ex guerrigliero Douglas Bravo ha condannato l’Assemblea Costituente posizionandosi, nei fatti, dalla parte della destra golpista. Chi è realmente Douglas Bravo? Come spieghi questo suo atteggiamento di conciliazione verso il neofascismo venezuelano?

Douglas Bravo è considerato il più famoso guerrigliero del Venezuela degli ultimi 60 anni circa. Per rispondere alla domande su questo importante personaggio venezuelano, debbo premettere una riflessione: il comunismo è la negazione del capitalismo, pertanto nessun vero comunista sarà mai invitato in una importante televisione, o altro mezzo di comunicazione di proprietà del grande capitale e al servizo del sistema capitalista. Se qualche “comunista” partecipa a programmi TV è semplicemente perchè non è un vero comunista. Il capitale non inviterà mai un suo “nemico”, qualcuno che spieghi la necessità di andare oltre il capitalismo. Sappiamo che la classe dominante impone leggi severissime contro i comunisti veri, contro chi vuole farla finita col sistema capitalista. In Italia per esempio l’articolo 272 e seguenti del Codice Penale, promulgato dal Guardasigilli fascista Alfredo Rocca nel 1930 prevede pene severissime, fino a 5 anni di carcere per chi ad esempio fa propaganda per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici esistenti. E poi per principio un vero comunista non andrebbe mai a programmi dove sa benissimo che non potrà far valere le sue ragioni e se lo facesse finirebbe in galera.

Io sospetto di tutti quelli che si dicono “comunisti” o “socialisti” e poi sono ospiti, magari anche assidui e fissi, di importanti trasmissioni televisive. È precisamente il caso di Douglas Bravo, che si dice anticapitalista, ma che spesso e volentieri partecipa a programmi e interviste delle più importanti TV al servizo del capitale, come Globovision o in passato RCTV. E che cosa è andato a dire in questi programmi? Attaccare il governo di Chavez prima e Maduro poi, utilizzando gli stessi argomenti della estrema destra. Anche per quanto concerne l’Assemblea Costituente ha le stesse posizioni dell’estrema destra, ossia la condanna energicamente. Fino a pochi mesi fa, prima che venisse convocata da Maduro, la Costituente era invocata a gran voce da Douglas Bravo, così come da tutta la destra, da Leopoldo Lopez, da Marina Corina Machado e da Capriles. Da tutti questi personaggi, incluso quindi il nostro Douglas Bravo, la Costituente era vista come lo strumento per liberarsi del governo, di Chavez prima e Maduro poi; secondo tutti questi, l’opposizione aveva la maggioranza nel paese e quindi l’avrebbe avuta anche in caso di votazione per la Costituente. Adesso che si è votato per la Costituente e il governo ha ottenuto un grande appoggio popolare (quasi 9 milioni di voti; oltre agli iniziali 8 milioni di voti del 30 luglio vanno aggiunti quelli degli indigeni ed i voti dei 5 municipi in cui si è votato il 13 agosto; non si era potuto votare il 30 luglio per la violenza politica scatenata dall’opposione) l’opposizione ed anche Douglas Bravo l’avversano.

Chi è realmente Douglas Bravo? Mario Silva è un importante e noto comunicatore sociale, oggi eletto anche all’Assemblea Costituente, che da anni dirige il noto programma televisivo “La hojilla”, di grande successo in Venezuela e in cui spesso interveniva Hugo Chavez. Ebbene Mario Silva, qualche anno fa, dedicò un programma alla figura di Douglas Bravo, accusandolo di essere un membro della CIA. José Sant Roz, professore universitario, ricercatore e autore di numerosi libri, tra i quali “La CIA in Venezuela”, una importante indagine sull’azione della CIA in Venezuela e in altri paesi, tra i quali si cita l’Italia, ha parlato spesso del periodo della guerriglia e di Douglas Bravo. Anche questo importante ricercatore sostiene la tesi che Douglas Bravo alla fine era comunque coinvolto con la CIA. Douglas Bravo ha collaborato ed era grande amico di un altro famoso guerrigliero degli anni ’60, quel Teodoro Petkoff, che negli anni ’90 fu anche ministro negli ultimi governi di destra, prima di Chavez. Ebbene, Teodoro Petkoff era un importante collaboratore della CIA e questo è certo e ben documentato. José Sant Roz nei suoi scritti (per esempio in questo articolo “El revolucionario Douglas Bravo va y le da apoyo al capitalismo de RCTV“) evidenzia spesso che Douglas Bravo pur sapendo che Petkoff lavorava per la CIA fin dagli anni ’60, ha sempre continuato a collaborare con lui e mai lo ha attaccato o denunciato. In sostanza ci sono molti dubbi sulla figura di questo rivoluzionario. Si può ben pensare che il suo agire politico attuale, coincidente sostanzialmente con l’estrema destra venezuelana, non sia un caso. Ovviamente il problema di Douglas Bravo non è la critica a Chavez o a Maduro; di fatto in Venezuela esiste una forte critica da parte del marxismo e dell’estrema sinistra verso Chavez prima e Maduro poi, sostanzialemente visti come governi socialdemocratici, il cui obiettivo è la redistribuzione della ricchezza nazionale in maniera più equa fra tutte le classi sociali; ossia un capitalismo di stato, con uno stato assitenziale che interviene massivamente nell’economia e quindi le tante nazionalizzazioni, senza però mettere in discussione il capitalismo in se.

Il problema di Douglas Bravo non è dunque una critica di sinistra ai governi “progressisti”, quanto il fatto che le sue critiche coincidono con quelle della destra, che ha ben altre finalità, ossia il neoliberismo, una profonda riduzione dell’intervento dello stato nell’economia e quindi le privatizzazioni, ecc.. Questo suo atteggiamento di conciliazione verso il neofascismo venezuelano probabilmente ha radici più profonde; non è una semplice coincidenza di vedute per un avversario comune.

Pensi che le FARC possano intervenire in supporto del governo chavista in caso d’aggressione imperialistica?

Questa domanda presuppone la possibile invasione degli USA al Venezuela. Pertanto prima di parlare di un possibile intervento delle FARC in favore del Governo venezuelano, credo sia importante approfondire il discorso dell’invasione. Gli USA (e suoi alleati) indubbiamente hanno nel loro programma un’aggressione al Venezuela e lo dimostra il Piano Balboa, l’operazione Freedom II ed ovviamente il decreto emanato da Obama circa il pericolo che rappresenterebbe il Venezuela per la sicurezza degli USA. Un decreto del genere è sempre stato emanato dagli USA previamente all’invasione di un paese.

Va detto anche che nonostante i sogni dell’imperialismo, la realtà è un’altra. Gli USA sono intervenuti in tantissimi paesi. Negli ultimi decenni sono intervenuti direttamente con la propria forza militare in Iraq, Afganistan, Libia; sono intervenuti anche in Siria e in altre realtà, non direttamente, ma finanziando il terrorismo. Nei loro piani avevano (e continuano a sognarla) l’invasione dell’Iran. Come agiscono militarmente gli USA? Bombardando con la loro aviazione, con i loro droni. E poi, oltre ai bombardamenti l’occupazione va portata a termine con l’esercito, con uomini che entrano in un paese a combattere corpo a corpo contro il “nemico” per conquistare passo dopo passo il territorio. Ovviamente fino a quando la guerra si limita ai bombardamenti la perdita di militari per gli USA è decisamente bassa, ma quando bisogna entrare in un territorio con l’esercito, i rischi di grandi perdite umane aumentano. E la perdita di militari rappresenta un costo politico enorme per qualsiasi Presidente USA. Orbene, fino a quando si è trattato di invadere paesi con relativa scarsa popolazione, stremati da precedenti bombardamenti aerei massivi e magari in precedenza anche da anni di sanzioni che hanno ridotto alla fame ed indebolito fisicamente e moralmente la popolazione, l’ingresso dei militari nel territorio ha comportato un numero di morti relativamente basso. Ma quando si tratta di invadere paesi con decine di milioni di abitanti debbono pensarci bene prima di mettere in pratica il piano. L’Iran, per esempio, da tempo nel mirino degli USA, è un paese con oltre 80 milioni di abitanti e dispone di un esercito ben organizzato e motivato, in difesa del proprio paese. Gli USA, pur con tutta la loro superiorità, ci stanno pensando da anni. Tra l’altro bisogna considerare anche il gioco delle alleanze. Una cosa è invadere l’Afghanistan, completamente isolato, o la piccola Libia di Gheddafi, che con i suoi 5 milioni di abitanti è stata abbandonata totalmente al suo destino, anche da chi poteva alzare la mano in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed imporre il veto (mi riferisco a Russia e Cina), ben altra cosa è tentare di invadere paesi che non sono isolati, anzi.

Il Venezuela all’inizio del novecento, tra la fine del 1902 e l’inizio del 1903, ai tempi di Cipriano Castro, fu accerchiato dalle navi delle potenze dell’epoca (Impero britannico e tedesco, con l’aggiunta del Regno d’Italia) e bombardato. Le potenze esigevano dal Venezuela il pagamento dei debiti contratti con le grandi imprese dei loro paesi. I tre paesi citati furono appoggiati materialmente da un impresa francese che aveva il monopolio della comunicazione dell’epoca in Venezuela, ovvero il telegrafo. Quando si risolve la crisi dei debiti, con la sentenza del Tribunale dell’Aia nel 1904, inizia la crisi con la Francia; nel 1906 il Presidente Cipriano Castro ritira la concessione del servizio telegrafico all’impresa francese e la Francia rompe le relazioni col Venezuela. Le grandi potenze, o meglio i finanziamenti delle grandi imprese di queste potenze, nel 1908 riescono ad imporre un nuovo presidente in Venezuela, Juan Vicente Gómez. Grazie ad un colpo di stato ai danni di Cipriano Castro impongono la dittatura di Gomez, che rimarrà poi al potere per 27 anni. A quel tempo il Venezuela era totalmente isolato, come lo era per esempio l’Afghanistan nel 2001, che aveva relazioni con un solo paese.

Oggi la situazione è diversa. È vero che gli USA sono una potenza militare, ma una invasione diretta del Venezuela, con proprie forze militari, non sarebbe indolore. Il Venezuela ha trenta milioni di abitanti, milioni dei quali disposti a combattere; oltre ai militari di carriera, ci sono i riservisti e la milizia, costituita da non meno di mezzo milione di civili armati, che hanno volontariamente scelto di iscriversi a questo corpo per difendere la patria. A questi si unirebbero anche centinaia di migliaia di cittadini disposti a lottare in difesa del proprio paese. Infine, come ho già detto, il Venezula non è solo: uomini di ogni parte dell’America Latina verrebbero a combattere. Ovviamente non sto parlando di aiuti ufficiali da parte dei paesi alleati come la Bolivia, il Nicaragua, Cuba (ALBA), o i tanti paesi dei Caraibi che hanno ricevuto grandi aiuti in questi ultimi anni, basta pensare al petrolio venduto a condizioni e a prezzi agevolati, soprattutto quando i prezzi erano superiori ai 100 dollari (vedasi l'accordo "Petrocaribe"). Mi riferisco ai cittadini di questi e di altri paesi latinoamericani e di altre parti del mondo che volontariamente arriverebbero in Venezuela per difenderlo dall’invasione.

E poi ci sono Russia e Cina. Intendiamoci né la Russia e né la Cina si muovono e rischiano per altri; se si muovono è solo per motivi di interesse. Abbiamo visto che non hanno mosso un dito per la Libia di Gheddafi; la Cina non ha posto il veto alla guerra in Siria, cosa che invece ha fatto la Russia. Nel caso della Siria, (e questo ci fa capire gli interessi che muovono le potenze ad intervenire in difesa di un altro paese), motivi geopolitici e strategici hanno imposto alla Russia di intervenire prima col veto nell’ambito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e poi direttamente col proprio esercito e la propria aviazione per combattere i terroristi dell’ISIS (che oggi sappiamo sono stati armati dalle potenze occidentali).

Tornando al discorso della possibile invasione del Venezuela, questo paese non è solo. Russia e Cina hanno fatto enormi investimenti in Venezuela per cui difficilmente possono permettere una invasione che metta a rischio i loro investimenti. E infatti la Russia con Putin ha già alzato la voce.

Per la Russia, il Venezuela potrebbe rappresentare ragioni che vanno oltre quelli economiche, potrebbe rappresentare un punto di riferimento, una base nel continente americano. Già in passato navi russe sono approdate a porti venezuelani. Ricordiamo che l’America è un punto di snodo fondamentale nei commerci tra oriente ed occidente, fino ad oggi grazie alla presenza del Canale di Panama, divenuto obsoleto e per questo negli ultimi anni oggetto di ristrutturazione per permettere appunto il passaggio delle grandi nave odierne. Ma prossimamente entrerà in funzione il nuovo Canale del Nicaragua, che si sta costruendo con finanziamenti cinesi ed è costruito direttamente per permettere il passaggio delle immense navi odierne, che trasportano merci per interi paesi. Se la Cina ha come punto di riferimento in America il Nicaragua, la Russia, oltre a Cuba, può puntare sul Venezuela.

Non solo Russia e Cina, anche la Francia di Macron ha fatto sapere di essere contraria a sanzioni europee nei confronti del Venezuela. E ricordiamo che anche la Francia, potenza nucleare, è uno dei 5 paesi che ha diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dunque ben tre paesi, Russia, Cina e Francia, potrebbero mettere il veto ad una eventuale invasione della superpotenza USA.

Quindi è vero che gli USA hanno ormai questa idea fissa di invadere il Venezuela, ma poi i sogni si scontrano con la realtà.

A questo punto non possiamo non parlare delle contraddizioni esistenti in USA, dove il Dow Jones, l’indice della borsa di New York continua a macinare record su record e tutto sembra andare a gonfie vele. Le contraddizioni emergono proprio a proposito delle possibili azioni che l’imperialismo vorrebbe prendere contro il Venezuela. Vediamole.

Il 26 luglio gli USA decisero di sanzionare 13 alti funzionari del governo venezuelano, ai quali furono congelati eventuali beni e conti correnti bancari in USA. Una nota a margine per capire gli eventi in corso. Tra gli alti funzionari dello stato vi è il Procuratore della Repubblica, incarico occupato fino a poco fa da Luisa Ortega Diaz, che improvvisamente, da chavista qual era, inizia a rivoltarsi contro. Una possibile spiegazione di questo cambio, di questa rottura con il governo è probabilmente dovuta al fatto che lei e la famiglia, marito e figliastra, hanno beni e conti bancari a Panama e negli USA; il marito e la figlia gestiscono imprese in questo paradiso fiscale che è Panama. Di fronte alla possibilità che le venissero congelati beni milionari ha preferito attaccare il governo per non essere inserita nella lista degli alti funzionari da sanzionare.

Tornando agli USA, il 31 luglio il Presidente Trump emana sanzioni contro il Presidente Nicolás Maduro, si tratta sempre di sanzioni tendenti a congelare eventuali beni negli USA, con l’aggiunta di ritorsioni verso cittadini USA che intrecciano relazioni con il presidente.

Al momento dunque si tratta di sanzioni ad personam, che non incidono sui rapporti economici bilaterali. Perché questo?

Il 27 luglio i petrolieri statunitensi hanno inviato una lettera a Trump, esprimendo preoccupazione per possibili sanzioni economiche al Venezuela, in particolare nel settore energetico e petrolifero. Hanno ricordato al presidente che il Venezuela esporta 750.000 barili di petrolio al giorno verso gli USA, ossia il 10% circa delle importazioni petrolifere americane. Si tratta tra l’altro di petrolio pesante e le 20 raffinerie USA che trattano il petrolio pesante venezuelano sono state costruite appositamente per questo tipo di petrolio, quindi non potrebbero essere a breve e senza ingenti costi economici essere riconvertite per trattare petrolio proveniente da altre parti del mondo.

Vediamo un attimo la situazione petrolifera in USA: anche se le riserve di petrolio sono ancora alte, storicamente parlando, in realtà sono in caduta continua negli ultimi mesi; inoltre sta crollando la produzione di petrolio di scisto. Tutto ciò raccomanda cautela al governo americano perchè in definitiva eventuali sanzioni potrebbero far crescere il prezzo del petrolio e soprattutto il prezzo della benzina alla pompa negli USA. Perfino il Washington Post, in un articolo del 31 luglio, ha messo in guardia il governo proprio per i possibili aumenti del prezzo della benzina. Tra l’altro anche governi stranieri, come quello spagnolo, notoriamente contro il Venezuela, per bocca del Ministro degli Esteri ha chiesto agli USA che eventuali sanzioni non vadano ad incidere sulla popolazione, ma solo sul Governo venezuelano. Ricordiamo che l’Europa è già colpita fortemente dalle sanzioni imposte alla Russia. Abbiamo già detto della Francia che si oppone a sanzioni europee al Venezuela.

Queste contraddizioni impediscono dunque di vedere quali decisoni potrebbe prendere il governo USA in merito a possibili sanzioni economiche e perfino a possibili piani di invasione. Una invasione comporterebbe un forte aumento dei prezzi del petrolio. Il Governo USA sarebbe disposto a sopportarlo? Sarebbe disposto a prendersi questa responsabilità? Non c’è dubbio che voglia liberarsi di Maduro, ma poi bisogna fare i conti con le conseguenze politiche ed economiche.

E infatti, nella notte fra l’1 ed il 2 agosto Michael Fitzpatrick, Sottosegretario di Stato Aggiunto per gli Affari Sudamericani ha detto: “Vogliamo dialogare col governo del presidente Maduro”, ed ha aggiunto: “Non riconosceremo governi paralleli”; si riferiva all’opposizione venezuelana che parlava di mettere in piedi un governo parallelo.

Contemporaneamente Tillerson ha detto: “Stiamo valutando tutte le strade per arrivare ad un cambio di regime in Venezuela, dove Maduro potrà decidere di andarsene volontariamente o noi faremo in modo che il Governo ritorni alla via costituzionale”.

Come si vede ci sono contraddizioni; è certo che gli USA non abbandoneranno l’idea di liberarsi di Maduro, di un cambio di governo in Venezuela, ma non sarà facile.

Ricapitolando, in Venezuela l’opposizione è sconfitta su tutti i fronti, dalla violenza nelle piazze a quello elettorale. Praticamente tutti i partiti di opposizione hanno deciso di partecipare alle elezioni a governatore che si svolgeranno fra pochi mesi e di abbandonare la violenza, dove hanno dimostrato di fare ovviamente danni e morti, ma non hanno certo la forza per abbattere il governo.

Ricordiamo infine che anche in sede OSA (OEA in spagnolo), Organizzazione degli Stati Americani, gli USA non hanno la forza, non hanno l’appoggio necessario per intraprendere azioni contro il Venezuela. Su 34 paesi OSA, solo 12 appoggiano gli USA ed il suo Presidente Almagro.

Insomma una invasione del Venezuela è in programma da parte dell’imperialismo, ma difficlmente potrà essere messa in atto.

Tornando alla domanda sulle FARC: interverrebbero in una eventuale invasione? A parte tutto il discorso svolto, se ci fosse una invasione è possibile che membri delle FARC, a titolo personale, possano intervenire. Ufficialmente non le FARC, se non altro per il fatto che hanno deposto le armi e stanno “armando” il loro partito politico, che farà il debutto uffiiciale il prossimo primo settembre.
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