domingo, 20 de diciembre de 2015

Partito Leninista e dittatura del proletariato

Fonte: Partito Leninista, Lotta Comunista n. 6-7, Luglio-Agosto 1966

Vedasi: 50 Anni Lotta Comunista


A Lotta comunista Vedo che considerate capitalisti URSS e Cina. Cercate di spiegare ciò che, secondo voi, non è socialismo; non spiegate però quel che dovrebbe essere il Vostro socialismo. In breve: criticate senza chiarire quel che fareste. Vi invito, quindi, a illustrare la Vostra posizione rispondendo pubblicamente alle seguenti domande:
  1. Che intendete per Partito del proletariato? Quali le sue funzioni, il suo potere?
  2. Che intendete per dittatura del proletariato?
  3. Che intendete per socialismo? Come deve essere strutturato uno Stato socialista? 
In attesa ringrazio. G. Cozzani
Cogliamo l’occasione da questa lettera, formulata in così decisi termini interrogativi, per rispondere una volta per tutte in modo chiaro e schematico alla domanda che ci viene rivolta da molti lettori i quali, conoscendo da poco il nostro giornale, e storditi d’altra parte da decenni dal rumore della colossale  macchina propagandistica staliniano-togliattiana, trovano difficile abituarsi o riabituarsi a pensare in termini leninisti, o scoprono magari per la prima volta concetti che 40 o 50 anni fa erano patrimonio comune di una larga parte della classe operaia.

Concetti come «Partito Rivoluzionario», «Dittatura del proletariato» , «Società socialista», o non fanno ormai più parte del vocabolario politico di nessuno dei partiti cosiddetti operai, o vengono talmente falsati e distorti da renderli completamente estranei alla classe operaia.

Per questo motivo, ripetiamo, abbiamo ritenuto opportuno riassumere brevemente quei concetti che per anni abbiamo messo in pratica, nei limiti consentiti dalla situazione politica oggettiva, e ribaditi prima negli articoli dei compagni della corrente leninista sulle colonne di «Azione Comunista», e oggi sul nostro giornale, e che sono ormai familiari ai nostri più attenti lettori.

Ovviamente per rispondere a domande quali «Che si intende per Partito Rivoluzionario o per Dittatura del Proletariato» non basta lo spazio di mezza pagina di giornale: esistono volumi di testi ai quali quotidianamente ci riferiamo, e seguendo i cui principi elaboriamo le nostre analisi e la nostra linea di azione, ed esiste tutta la storia e l’esperienza del movimento operaio dell’ultimo secolo, a cui è indispensabile rivolgersi per uno studio esauriente di argomenti così fondamentali. La esposizione sommaria che qui facciamo delle nostre concezioni basilari vuole essere più di tutto un invito ed un incoraggiamento ad accostarsi direttamente ai testi fondamentali del marxismo, che non ci siamo mai stancati di cercare di diffondere il più possibile tra la classe operaia, in modo da preparare la sua avanguardia cosciente, che le permetta di sottrarsi a tutte le mistificazioni di destra e di sinistra di cui, sotto la dittatura borghese, cade inevitabilmente vittima.

Avanguardia cosciente, abbiamo detto: questo concetto ci introduce direttamente nell’esposizione della concezione leninista del Partito Rivoluzionano. L’opera fondamentale di Lenin sull’argomento è certamente il« Che fare? »scritta nel 1902, quando il partito era ancora nella prima fase della sua organizzazione, e conduceva la battaglia contro gli economisti, i quali sostenevano una visione spontaneista della lotta politica del proletariato.

In polemica appunto con gli economisti, Lenin sostiene la sua teoria della «coscienza importata dall’esterno». La classe operaia, egli afferma, è sì potenzialmente rivoluzionaria, ma se lotta guidata dalla propria spontaneità, la sua lotta non esce dall’ambito dei rapporti economici, tende a migliorare le sue condizioni contingenti, il suo salario, il suo tenore di vita, ma non è ancora una lotta rivoluzionaria, per la trasformazione radicale della società. La coscienza di classe non può rimanere solo una coscienza rivendicativa, la coscienza del contrasto economico tra operaio e padrone: deve essere una coscienza dei rapporti tra tutte le classi e delle classi con lo Stato. Il partito ha la funzione di elevare la classe operaia alla coscienza politica: esso si forma ad un determinato stadio del processo di evoluzione della lotta di classe, ed è composto degli elementi migliori, più attivi, più combattivi del proletariato. La prima funzione del Partito è quindi una funzione di educazione della classe, di «importazione» dei principi scientifici che devono guidare la sua lotta. Ma questo processo non è un processo idealistico di illuminazione: la teoria, la scienza non possono essere conosciute ed assimilate se non nell’azione. Solo nel campo della lotta di tutte le classi la classe operaia raggiunge la coscienza delle leggi oggettive che regolano tale lotta, e della sua funzione storica di abbattere il capitalismo e di iniziare una nuova era per tutta l’umanità.

Il Partito è costituito quindi dalla parte migliore della classe, da quella che ha già raggiunto la sua coscienza politica, e ciò spiega anche perché il Partito possa essere molto ristretto in determinati momenti in cui le condizioni storiche concrete fanno sì che la grande maggioranza della classe sia soggetta alle mistificazioni delle ideologie borghesi.

Ciò spiega anche come non sia possibile definire in assoluto quali siano i poteri del Partito: la sua è una funzione di educazione e di guida ideologica e politica, che può esercitarsi in modo più o meno vasto ed efficace a seconda delle condizioni oggettive, tra cui non ultima la sua stessa capacità di analisi e di elaborazione di una valida strategia per la classe. Se la sua influenza sulla classe è debole, il Partito non ha praticamente alcun potere; ma se in un momento rivoluzionario esso sa inserirsi adeguatamente nella lotta politica e conquistarsi la fiducia della classe, allora il suo potere può crescere enormemente, come la stessa esperienza storica della Rivoluzione di Ottobre ci insegna.

La sua funzione di guida il Partito la esercita anche dopo la presa del potere da parte della classe operaia, nella fase della dittatura del proletariato.

Il concetto di dittatura del proletariato è forse quello che è stato più soggetto alle mistificazioni del benpensanti «democratici» di destra e di sinistra, che, sfruttando più o meno abilmente il vocabolo «dittatura» si sono affannati a dimostrare gli uni che il comunismo sopprime la libertà, gli altri che questo concetto è ormai superato, e che loro non hanno intenzione alcuna dl essere meno che democratici tutto questo naturalmente sfruttando un equivoco, e cospirando a mantenere la classe operaia all’oscuro del vero significato in senso marxista di questa espressione.

Non si può infatti afferrare pienamente il concetto di dittatura proletaria se non si è prima chiarita l’essenza della teoria leninista dello Stato, quale è elaborata principalmente nel testo che per noi rimane fondamentale in questo campo «Stato e rivoluzione», in cui Lenin espone ed integra con le esperienze dei successivi 40 anni le teorie dl Marx e di Engels.

Solo dopo aver compreso che lo Stato è sempre lo strumento della dittatura di una classe (nella nostra epoca, nella quale si afferma e predomina il modo di produzione capitalistico, la classe borghese, cioè quella che detiene la proprietà privata dei mezzi di produzione). La dittatura della borghesia si può esercitare in forme diverse, come differenti esperienze storiche ci dimostrano, può essere rivestita di veli democratici e parlamentari o presentarsi apertamente come fascismo, ma in ogni caso le caratteristiche fondamentali rimangono invariate, lo Stato rimane uno strumento di oppressione di classe, in ogni caso si ritrovano l’esercito permanente, la polizia, la burocrazia ecc., e inoltre mille modi più sottili di imporre l’ideologia della classe borghese, attraverso il controllo dell’istruzione, della stampa, del partiti e perfino degli spettacoli. Questo è lo Stato borghese, che è sinonimo, nella concezione marxista, di dittatura borghese.

Quando il proletariato compirà la sua rivoluzione, spezzando una volta per tutte la macchina dello Stato, sostituirà alla dittatura borghese la propria dittatura, cioè lo Stato proletario, che realizza la sottomissione dell’infima minoranza della società alla stragrande maggioranza. La forma dell’organizzazione del potere politico del proletariato (evitiamo deliberatamente di parlare ancora di Stato in quanto non si avrà già più uno Stato in senso tradizionale, pur conservandosi un apparato repressivo) dipenderanno evidentemente da moltissimi fattori, primo fra tutti l’entità della resistenza che la borghesia sconfitta opporrà allo affermarsi della rivoluzione.

La dittatura del proletariato, cioè in ultima analisi l’organizzazione del proletariato come classe dominante, è dunque una fase transitoria nel cammino verso la società comunista, la società senza classi. Ma è una fase che non può essere saltata, perché sarebbe puro idealismo rappresentarsi la rivoluzione proletaria come un tranquillo passaggio di poteri dalla minoranza alla maggioranza, trascurando la feroce resistenza che la vecchia classe dominante opporrà all’abolizione dei suoi privilegi.

Dopo la presa del potere da parte del proletariato, la nuova organizzazione della società e l’educazione in senso comunista delle nuove generazioni faranno si che l’apparato repressivo diventi sempre meno necessario, fino a che si estinguerà del tutto, mentre permarranno solo le pure funzioni di coordinamento a cui ognuno avrà la possibilità di partecipare.

Abbiamo così incominciato a chiarire anche il concetto di «Società socialista». Non di Stato socialista infatti si deve parlare, perché nella fase di sviluppo della società in cui si realizzerà il socialismo lo Stato, che inizia la sua estinzione già nella fase della dittatura del proletariato, con la soppressione immediata di alcuni suoi elementi caratteristici (quali ad esempio l’esercito permanente, un corpo di funzionari di polizia ecc.) avrà cessato di esistere.

La locuzione «Stato Socialista» non fa parte del vocabolario marxista, ma di quel corredo di mistificazioni con cui i partiti cosiddetti «di sinistra» provvedono alla sistematica diseducazione della classe operaia, facendo passare per socialisti dei paesi in cui il potere statale, e non il potere statale del proletariato, ma della borghesia, è più forte che mai e dove perdurano tutti gli elementi caratteristici del modo di produzione borghese (salario, profitto, ecc.) e tutte le relative sovrastrutture caratteristiche.

Per società socialista intendiamo quella in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione e di distribuzione è stata trasformata in proprietà sociale, cioè in proprietà comune di tutti i suoi membri. In una società siffatta non esisteranno più merci (secondo la definizione marxista della parola) ma solo prodotti, e di questi prodotti ognuno riceverà, nella fase più elevata dl evoluzione, la parte che soddisfa ai suoi bisogni, mentre contribuirà a formarli secondo le sue capacità. Naturalmente per giungere a questa fase della distribuzione dei prodotti secondo il bisogno, sarà necessario traversare fasi intermedie, in cui, per esempio, ci sarà ancora una regolamentazione della distribuzione in base all’entità del lavoro compiuto (ore lavorative compiute) e tenendo conto della necessità di provvedere ai bisogni di tutta la società (strade, scuole, ospedali, nuove fabbriche, ecc. ecc.).

In questa fase avranno cessato di esistere le classi sociali, anche se permarrà forse a lungo una certa divisione delle funzioni. Non sarà più possibile lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, ma solo la lotta dell’uomo unito all’uomo contro la natura. Sarà, come dice Engels, l’inizio della Storia dell’umanità, perché non possiamo qualificare che come preistoria una era in cui gli uomini sono costretti a lottare gli uni contro gli altri.

Quanto alle forme concrete che andrà via via assumendo la organizzazione della società socialista, non possiamo che riferirci all’esperienza che il movimento operaio ha fatto negli ultimi cento anni, tra le quali sono di gran lunga le più importanti quella della Comune di Parigi e quella della Rivoluzione di Ottobre. Queste due esperienze, benché lontane fra loro più di quarant’anni, e sotto molti aspetti diverse, ci hanno confermato che alcune caratteristiche sono fondamentali e costanti e tra queste ricordiamo come esempio la sostituzione dell’esercito col proletariato armato, la elettività e revocabilità di ogni funzionario, cioè in pratica l’abolizione della burocrazia, la creazione di organi di potere legislativo ed esecutivo insieme ecc.

Queste sono le indicazioni fondamentali sebbene sommarie che ci vengono da tali due esperienze. Ma è senz’altro legittimo concludere che se le condizioni oggettive politiche e soprattutto economiche, non hanno consentito loro di svilupparsi completamente, oggi esistono per noi condizioni estremamente più favorevoli, create dallo stesso sviluppo del capitalismo; la classe operaia è incomparabilmente più numerosa, il processo di concentrazione capitalistica tende ad eliminare le classi intermedie, il proletariato si è ormai impadronito di tali condizioni tecniche da non dover più ricorrere agli specialisti borghesi per gestire la produzione ecc. Naturalmente per contrapposto l’azione politica del Partito si complica per l’azione dl freno svolta dai partiti opportunisti, che servono il capitalismo contrabbandando ideologie piccolo-borghesi per scienza marxista. Tale è dunque, a grandi linee, il processo di sviluppo che noi prevediamo e per il quale svolgiamo la nostra azione politica: la nostra previsione ovviamente è basata su una concreta analisi scientifica dello sviluppo del capitalismo.

Esporre anche le linee essenziali di tale analisi sarebbe tuttavia troppo lungo e non ci sembra il caso di farlo in questa sede. Vi accenniamo soltanto per sottolineare come ciò che abbiamo esposto sia non una bella teoria, ma una previsione scientificamente fondata, ciò che fa del marxismo rivoluzionario – unico tra tutte le dottrine politiche – una scienza della storia e contemporaneamente un metodo di intervenire nella storia, una sintesi di scienza e di azione dialetticamente unite in un tutto inscindibile.
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