miércoles, 1 de junio de 2016

2 giugno: festa della repubblica borghese. Per l'occasione un articolo di Amadeo Bordiga del 1947: "Abbasso la repubblica borghese, abbasso la sua costituzione"

Amadeo Bordiga, da «Prometeo», n° 6 marzo-aprile 1947

Consigliamo anche: "La repubblica borghese festeggia tra le macerie" di Michele G. Basso

Il dibattito sulla costituzione della repubblica italiana è stato già definito come un compromesso tra ideologie diverse e contrastanti. La sottile malignità di Nitti ha distribuito alla massa dei suoi tanto più giovani colleghi una autorevole patente di asinità, scherzando sulla combine di morale cristiana e dialettica marxista. Non meno ovviamente si risponde che la politica non è che l'arte del compromesso, che il problema dell'oggi non è che politica - politique d'abord - e che le quistioni di principio erano di moda trent'anni fa. Oggi tutti quelli che di politica fanno professione le considerano fuori corso, e si sentono ad ogni passo anche vecchi militanti di sinistra chiedere con aria stanca di raffinati: non vorrete mica fare tra le masse quistioni di teoria?!


Lasciamo dunque per un momento da parte le dottrine e il chiaro assunto che quella religiosa e quella socialista sono incompatibili. Segniamo solo un innegabile punto di vantaggio a questo riguardo che i cristiani e i credenti in genere sono in grado di vantare sui sedicenti marxisti. Chi segue un sistema religioso è dualista, ossia pone su due piani e su due mondi distinti i fatti dello spirito e quelli del mondo materiale. Sui dogmi oggetto di fede non transige, e può benissimo tenerli salvi ed indenni nel settore spirituale e teoretico mentre fa mercati nel campo degli atti pratici, dei fatti e degli interessi materiali. Questo vantaggio sta alla base della grande forza storica della Chiesa, duttile e volubile nella sua politica e nella sua attività sociale, rigidissima sui capisaldi della teologia. Quindi il cristiano, che come militante politico addiviene al miscuglio di opposte direttive nelle questioni dello Stato terreno, e dei rapporti tra le classi e i partiti, non tradisce i suoi principii, o almeno non è costretto ad ammettere di averne subordinato il rispetto a quistioni di bassa convenienza.

Così non è per il marxista, il cui sistema si basa sulla diretta derivazione delle ideologie dallo stesso mondo materiale in cui si svolgono i fatti, e i rapporti degli interessi che divengono forze reali. Questi non possiede una comoda cassaforte dove riporre, mentre fa commercio di fatto con i propri avversari nel campo pratico, una sua intatta dottrina. Quando i delegati degli opposti partiti e delle opposte classi trafficano tra loro e convergono su un accordo intermedio alle loro posizioni di partenza, chi segue o dice di seguire il materialismo storico non ha il diritto di contestare che sia avvenuto il «commercio di principii» rimproverato da Marx ed Engels ai programmi socialdemocratici. Poiché alla pratica, alla effettiva meccanica della collaborazione, non può non corrispondere nei cervelli, una eguale frammistione e contaminazione delle opinioni.

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Procuriamo dunque di vedere alcune delle quistioni più notevoli su cui si discute a proposito della nuova costituzione, senza sfondare la porta aperta che i testi di compromesso che vengono fuori dalla discussione, e meglio dalla manovra, sono dal punto di vista teorico semplicemente pietosi nella sostanza come nella forma; ma attenendoci ai rapporti concreti e al gioco delle forze storiche.

Vi è la quistione della laicità dello Stato, ridotta al cavillo di menzionare o meno in un articolo della costituzione il patto tra l'Italia e il Papato stipulato da Mussolini, che però tutti sono d'accordo nel volere rispettato.

Nulla di più esatto, storicamente, che dichiarare chiusa la quistione romana, e nulla di più vano e sterile che il voler risuscitare su di questo punto il vecchio schieramento dei blocchi anticlericali secondo il metodo che i socialisti marxisti già liquidarono prima del 1914, rompendola con le ideologie e la politica della borghesia massonica. A tal proposito entrambi i partiti socialisti hanno dimostrata la stessa vuotaggine; ed il contenuto veramente reazionario e di estrema destra di tutto lo schieramento, che condividono con i gruppetti repubblicani e consimili, e qualche cadavere di liberale.

La quistione è storicamente superata su scala sociale, se si considera la generale evoluzione del capitalismo e della politica della Chiesa, e soprattutto su scala locale se si pone mente alle vicende dello Stato italiano.

La rivoluzione borghese che instaurò la democrazia trovò come ostacolo ed avversario di prima forza la chiesa, in quanto la organizzazione, l'inquadramento gerarchico di questa, e la stessa sua vasta funzione economica, facevano blocco con il regime delle aristocrazie feudali. La dura lotta economica e sociale si rifletté in una lotta ideologica, sicché la filosofia borghese fu antireligiosa e la politica della vittoriosa e giovane classe capitalistica fu antichiesastica. I tentativi di restaurazione del vecchio regime trovarono solidale la chiesa, e quindi tutte le misure della borghesia nel rafforzare le proprie conquiste di classe furono decisamente anticlericali. Tuttavia quando il clero comprese che non era più possibile evitare socialmente il trionfo del capitalismo, esso cessò di scomunicarlo, e ovunque si affiancò, in un processo più o meno complicato nei dettagli, al nuovo ceto privilegiato. Il contrasto teoretico tra la religione e i fondamenti della economia e della politica borghese prima si sbiadì, poi scomparve, come riflesso della alleanza, tra gli stati maggiori del capitale e della chiesa. Non staremo a riportare la dimostrazione, esatta, che non vi è contrasto tra l'etica e il diritto capitalistico ed una visione fideistica.

La classe operaia, alleata rivoluzionaria della borghesia nascente, fu a lungo trascinata sullo slancio di un giacobinismo letterario e retorico, e il succo della politica massonica fu di fare di questo mangiapretismo un diversivo alla lotta di classe ed una maschera al vero obiettivo che la politica proletaria, una volta uscita di minorità ed acquistato un moto storico autonomo, trovava nell'abbattimento del privilegio economico e sociale.

In Italia tale svolgimento ebbe ben noti aspetti particolari. Lo Stato nazionale non si era formato nel periodo preborghese, e tra le cause vi era il fatto che in Italia aveva sede la massima chiesa a base mondiale. La giovane borghesia unitaria fu tremendamente antipapale e anticattolica: nel 1848 non esitò ad espellere il papa da Roma, nel 1870 fece quel che tutti sappiamo.

La chiesa cattolica fu costretta a compiere in Italia al rallentatore la sua manovra storica generale di benedire l'avvento dei regimi capitalistici e conciliarsi con essi. Da Cavour a Mussolini, finalmente ci arrivò come in tutti gli altri paesi aveva fatto.

Una volta di più si dimostrò il carattere del metodo cattolico. Il fascismo nei suoi dubbi abbozzi ideologici era inaccettabile nella dottrina per il tentativo di spostare su nuovi miti, con la sua mistica della nazione e dello Stato, i valori religiosi, cosa che fece poi più radicalmente in Germania. Ma la sua politica pratica offrì la possibilità di consolidare negli istituti presenti l'influenza dell'inquadramento chiesastico, e convenne subito approfittarne. La meccanica fascista e quella cattolica nell'ordine economico sociale conducono infatti ad una stessa prassi conservatrice, e questo era il punto sostanziale.

Questo status quo non dà fastidio alla attuale repubblichetta il cui riformismo e progressismo è avviato dalla storia sulla stessa strada.

Ma come potrebbe l'attuale governo italiano, senza vera sovranità e senza forza materiale, più o meno delegato o tollerato dalle grandi forze mondiali, permettersi in questo campo novità ed iniziative? Evidentemente nel nuovo clima storico susseguito a due guerre mondiali, in cui l'organismo borghese dirigente italiano si è misurato e si è rotto le costole per sempre, non si tarderebbe ad avere una nuova legge internazionale delle guarentigie, analoga a quella nazionale del 1870 sorta dalla regolazione unitaria dei rapporti tra i vari stati e regioni cattoliche della penisola con il Vaticano. Questo non si porrebbe più quale un pari contraente di fronte all'Italia, come nella puerile finzione del famoso articolo 7, ma in un piano superiore.

Nella moderna fase totalitaria del capitalismo è facile prevedere una regolazione pianificata mondiale anche del fattore religioso. Al fianco dell'uno vedremo probabilmente una U. C. O. (United Churchs Organisation).

La Chiesa di Roma non si trova a controllare la maggioranza dei credenti nelle più potenti nazioni del mondo, America, Inghilterra, Russia. Essa non può non aspirare ad una funzione unitaria cristiana. Nella sua azione politica chiama oggi i partiti che inspira «democratici cristiani», «cristiani sociali», «popolari», mai «cattolici». Con ciò al solito non elude la sua dottrina, poiché la riforma fu quistione di dogma e di rito, ma l'etica sociale può essere la stessa per tutti i cristiani, se non per tutti i religiosi. Quindi gli abbozzi che si ebbero dopo l'altra guerra per una Chiesa unitaria avranno a ripetersi, sotto nuova forma, e già si parla di una Internazionale cristiana. Un grande paese in maggioranza cattolico, la Francia, che sembrava qualche decennio fa guadagnato all'ateismo militante, ha visto sorgere dal nulla un potente partito cattolico.

Nella nostra visione marxista noi consideriamo invece storicamente che le chiese riformate sorsero in corrispondenza di una adesione anticipata del fideismo al mondo borghese che nasceva, ed oggi la Chiesa di Roma conciliandosi col regime mondiale del Capitale si mette al passo con quei precursori. L'ultimo atto di questo svolto storico furono i patti del Laterano. Meravigliarsi che lo Statuto della Repubblica sia più legato al Vaticano di quello della Monarchia è ingenuo. La quistione sa di rancido, e in ciò Togliatti ha ragione.

Lo slogan liberale del laicismo fa ridere. Di individui laici si poteva parlare quando tutta la società era controllata da una gerarchia religiosa e i chierici erano in potere di convalidare non solo gli atti politici e giuridici ma anche quelli scolastici e culturali, monopolizzando tali funzioni in un inquadramento stabile cristallizzato. Tentando di agire fuori di questi rigidi schemi e di romperne il conformismo feroce, ben facevano opera laica Dante, gli umanisti del Rinascimento, Galileo, Vico, Bruno, Telesio, Campanella, benché di essi alcuni fossero frati. Il primo laico, nel mondo d'occidente, fu Cristo, contro il chiericume degli scribi e dei farisei. Laico dovette essere Cavour e laico lo Stato Albertino, poiché non potevano procedere se non spezzando i poteri di diritto divino nella penisola, le investiture di Roma e le manomorte.

Oggi che il Sillabo più non tuona contro l'economia ufficiale capitalistica e il diritto romano-napoleonico, sotto lo stesso baldacchino conformista si muovono tutti quelli che, pur vantando intenti riformatori e progressivi non meglio identificati, non sono schierati in una lotta istituzionale dall'esterno per rovesciare ed infrangere autorità e gerarchia di un ordine costituito.

Lo stesso fatto di scrivere una costituzione in cento è sintomo di una fase di conformismo. Quando storicamente le costituzioni ebbero una ragione ed un contenuto, esse seguivano ad una lotta rivoluzionaria, ne erano il riflesso, la loro stesura fu rapida e diritta nelle fiamme dell'azione. Sancirono come carte e dichiarazioni di una nuova classe vincente principi in contrasto stridente col passato, un gruppo omogeneo le affermò e proclamò con ideologie a netti contorni. In epoca successiva le costituzioni «concessive» dei principi segnarono la presa di atto di una irrevocabile situazione rivoluzionaria, anche laddove la lotta non era stata cosi aperta e vittoriosa.

Oggi tutti quei signori di Montecitorio sono allo stesso grado conformisti. Chierici tutti. Voci «laiche» nel senso storico non se ne sono, li dentro, sentite. Una complicità da congrega li associa, nei loro urti, intrighi e complotti.

Nell'atteggiamento dei «comunisti» alla Costituente non è grave dunque lo smantellamento della tesi che uno Stato borghese e democratico-parlamentare come questa povera Italietta possa ben stare sotto le ali della Chiesa, constatazione storica del ponte gettato tra il regime capitalistico e la religione. Il grave è la pretesa di gettare un altro e ben diverso ponte tra i regimi proletari socialisti e il fideismo. Qui la rinnegazione del marxismo si ripete e si riconferma.

Ne avremmo un solo esempio storico ed è la Russia. Ivi non solo vi sarebbe Libertà di coscienza religiosa (e quale mai posto nel materialismo dialettico trovano i termini «libertà», «coscienza», e la loro correlazione?), ma la stessa Chiesa, avendo rinunziato alla difesa del vecchio Regime Zarista di cui era alleata, viene oggi ammessa dallo Stato, e la sua propaganda ha collaborato in guerra con quella nazionale nello spingere le masse militari alla lotta.

La quistione è di una portata imponente. Essa presenta due conclusioni: o quella di Togliatti che la religione e il socialismo non sono in antitesi, o l'altra che siamo in presenza di una nuova prova che il regime di Mosca non ha più carattere socialista e proletario. Comunque un'altra verità pacifica è che al fine di lanciare milioni di esseri umani nel mattatoio bellico la fede nell'oltretomba è un fattore prezioso.

Poiché tutti i politici e i giornalisti stanno a chiedersi che cosa pensa il capo dei comunisti italiani quando li sorprende - ci vuole poco - colle sue mosse e le sue tesi, ci proveremo a illuminarli col dire che egli, nel raggio del futuro praticamente indagabile dalla sua mente concreta, si chiede se la interchiesa mondiale di domani sarà o meno un monopolio e un possente atout del blocco occidentale. Nella gara a chi potrà con successo maggiore sfruttare la voga dell'odio al fascismo e al nazismo, si inserisce un'altra gara, vecchia quanto la storia umana, a chi potrà meglio utilizzare, per la sua bandiera di commercio e di guerra, la popolarità del buon Dio. Purtroppo il cumulo della sagacia della romana curia e della tenacia del pestifero puritanesimo anglosassone ci fanno vedere la bilancia pendere dal lato opposto a quello palmiresco. Togliatti si induce a fare un po' di credito a Dio, De Gasperi avalla la cambialetta, ma con la comoda reservatio mentalis che Dio non paga il sabato... Si troverà poi sempre un Calloso per credere che ad essere fatto fesso è stato il prete.

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Troppi spunti offrirebbe nei suoi innumeri e malconnessi articoli il progetto di costituzione, e il suo rabberciamento col metodo parlamentare, che più che mai mostra di essere putrescente.

Si è voluto dare un contenuto comune a tutti i gruppi del presente aggregato politico, derivati, come si deve far credere al grosso pubblico, dall'abbattimento del fascismo, trovando una nota, una almeno, accettabile per tutti. Se andiamo in senso contrario alla «statolatria» fascista, non ci resta che fare leva sull'Individuo, e sulla sacra ed inviolabile dignità della persona umana. E dall'altra parte abbozzare alla meglio un decentramento burocratico colla creazione di altri organi parassitari e confusionisti - se non camorristici - quali saranno le amministrazioni regionali. Temi tutti che si prestano a suggestive illustrazioni.

Lasciamo la teoria. Mentre le realtà di oggi più che mai dimostra la sua caratteristica saliente nello irretire, nel soffocare quel povero individuo, quella disgraziata persona, nelle strette senza complimenti dei centri organizzati, mentre gli stessi stati minori perdono ogni residuo di funzione autonoma in tutti i campi ad opera delle pressioni e dei brutali interventi dei grossi mostri statali (vedi per ultimo episodio il colpo di tallone in Grecia e Turchia), qui ci corbelliamo col ricostruire cartaceamente la lacerata libertà del singolo e della regione.

Su quei principii «sacri e inviolabili» convengono nel nirvana conformistico tutte le multicolori ideologie rappresentate a Montecitorio: trascendentalisti cui occorre dare all'individuo il libero arbitrio (poiché altrimenti come farebbe dopo morto ad andare all'inferno?); immanentisti che, dalla libertà dell'IO di attuarsi nella eticità dello Stato, debbono derivare la facoltà di disporre vuoi del proprio patrimonio vuoi del proprio lavoro, ossia la libertà di comprare e di vendere tempo umano; materialisti e positivisti che, avendo tra tutti fatto un informe pasticcio di marxismo, da un lato col più volgare cinismo, dall'altro colla più lacrimogena filantropia, non sapevano quale parola più comoda della libertà potesse indurre gli elettori a fare la estrema fesseria di designarli a prendere il posto dei gerarchi di Mussolini.

Quando una cosa è divenuta sacra e inviolabile per tutti, in quanto in quattrocento discorsi non uno tenta di intaccarla, questa è la prova certa che se ne fregano tutti nella stessa suprema misura. Vada questo finale conforto al cittadino, elettore che si paga a prezzo da borsa nera la compilazione della carta costituzionale.

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Vi è il piatto forte nel contenuto economico e sociale della costituzione repubblicana. Si fa il passo audace di menzionare qua e là insieme al cittadino anche il lavoratore. Abbiamo una repubblica fondata sul lavoro, o sui lavoratori? L'uno e l'altro, in quanto tutti gli stati borghesi odierni sono fondati sullo sfruttamento sia del lavoro che dei lavoratori da parte del capitale. Come le fondazioni sopportano il peso dell'edificio, cosi i lavoratori italiani tengono sulle spalle il peso di questa repubblica fallimentare.

Le espressioni letterali sono state felici. La più comoda era stata purtroppo sfruttata dai fascisti: l'Italia è una repubblica sociale.

Anche questa evoluzione di attitudini è perfettamente consona a tutto lo sviluppo del ciclo borghese. Agli inizii la mentalità e l'ordinamento democratico non tollerano che si parli di lavoratore e non di cittadino, di questione sociale e non politica. Il cittadino può credere di essere uguale a tutti gli altri, il lavoratore capisce di essere uno schiavo. La politica del Capitale è uguaglianza di diritti, la sua sociologia è lo sfruttamento.

Ma in un secolo la difensiva borghese ha avuto agio di cambiare i suoi fronti polemici. Riformismo prima, fascismo dopo, hanno portato sulla scena le misure sociali ed il lavoro: Non riportiamo qui questa dimostrazione, che è al centro di tutto il nostro compito, di analisi e di ricerca.

Il liberale e il giacobino puro non esistono più. Il sindacato economico proibito nella prassi iniziale della rivoluzione borghese viene prima ammesso, poi corretto, poi inquadrato nello Stato. Il gioco delle iniziative economiche che all'inizio deve per sacro canone (versione diretta di quello sgonfione della inviolabilità della persona) essere incontrollato, vede interventi sempre più fitti e diretti del potere politico, in nome dell'interesse sociale!

Ma al mondo borghese liberale puro e social-interventista, contrapponiamo, noi socialisti conseguenti, una idealizzazione, una mistica, una demagogia del lavoro e del lavoratore? Mai più. Ecco un altro punto che merita di essere chiarito e liberato da ostinate incrostazioni.

Quando gli schiavi lottarono per emanciparsi, proposero una repubblica di schiavi, o una senza schiavi? Gli operai di oggi lottano per una società senza salariati.

È fare filosofia definire il lavoro come attività umana generale sulla natura senza dedurne subito l'analisi dei diversi rapporti sociali in cui il lavoro stesso si inquadra. La lotta proletaria non tende ad esaltare ma a diminuire il dispendio di lavoro, e si basa sulle enormi risorse della tecnica odierna per avanzare verso una società senza sforzi lavorativi imposti, in cui la prestazione di ciascuno si farà allo stesso titolo con cui si esplica ogni altra attività, abbattendo progressivamente la barriera tra atti di produzione e di consumo, di fatica e di godimento.

Non per nulla i regimi fascisti parlano largamente di lavoro, e la carta mussoliniana si chiamò carta del lavoro. La stessa falsa demagogia guida la prassi «sociale» dei modernissimi regimi. Dove essi, tutti, scrivono di esigenze sociali noi leggiamo: esigenze borghesi di classe.

La classe operaia non può considerare come una sua conquista l'enunciato che nelle istituzioni entra il lavoratore.

Il programma di trapasso dei comunisti tra l'epoca capitalista e quella socialista non è una repubblica in cui i borghesi ammettono i lavoratori, ma una repubblica da cui i lavoratori espellono i borghesi, in attesa di espellerli dalla società, per costruire una società fondata non sul lavoro, ma sul consumo.

Il postulato politico della classe operaia non è il trovare un posto nello Stato costituzionale presente, in quanto i posticini vi sono solo «per quelli dei membri della classe dominante che ogni tanti anni gli operai possono scegliere a rappresentarli» (Marx).

Il suo postulato sociale non è nemmeno di trovare un posto nella gestione dell'azienda. Nemmeno la fabbrica è l'ideale cui tendono le conquiste del socialismo. Se Fourier chiamò le fabbriche capitalistiche ergastoli mitigati, Marx, ricordando le inglesi «case di terrore» per i poveri, dice che questo ideale si realizzò nella manifattura borghese, e il suo nome fu «fabbrica»! Tutto il riformismo moderno sulla tecnica produttiva non cessa di avere a scopo il prodotto e non il lavoratore; forse non tutti sanno che le recentissime fabbriche di motori in America si fanno senza finestre perché il pulviscolo atmosferico disturba le lavorazioni meccaniche di precisione, e occorre un ambiente condizionato per temperatura, umidità etc. Da ergastolo a tomba.

Quanto ai metodi russi di ultralavoro viene anche a mente un passo di Marx:
«A Londra lo stratagemma che si usa nelle fabbriche per la costruzione di macchine è che il capitalista sceglie come capo operaio un uomo di gran forza fisica e sollecito nel lavoro. Gli paga tutti i trimestri e ad altre epoche un salario supplementare, a patto che esso faccia tutto il suo possibile per eccitare i suoi collaboratori, i quali non ricevono che il salario ordinario, a gareggiare di zelo con lui...» (1)

Basta col fare sgobbare, basta con lo spingere le masse coi metodi che derivano da quelli che si applicavano agli schiavi, se non al bestiame da lavoro e da macello. Al quale, tuttavia, non si imponeva nella costituzione di credersi sacro e inviolabile, né risuscitabile dopo essere stato mangiato.

1. Marx: Il Capitale, I, IV. 3.

da «Prometeo», n° 6 marzo-aprile 1947
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