jueves, 18 de diciembre de 2014

Cause e conseguenze dei prezzi bassi del petrolio. Gli USA all’attacco di Russia e Venezuela. Prima parte

Prima parte - Seconda parte - Terza parte


Attilio Folliero e Cecilia Laya (*), Caracas 17/12/2014

Prima parte: Cause e conseguenze dei prezzi bassi del petrolio.

Dal mese di giugno ad oggi, il prezzo del petrolio venezuelano, cosi come il prezzo del petrolio in generale (OPEC, West Texas e Brent) è sceso del 40% circa. Il Ministro degli Esteri venezolano, Rafael Ramirez, nel tentativo di arrivare ad un accordo per il taglio della produzione in seno ai paesi produttori (OPEC e non), nei giorni anteriori l’ultima riunione dell'OPEC ha intrapreso un giro internazionale, visitando Algeria, Qatar, Iran e Russia; il ministro venezuelano ha cercato di convincere i paesi produttori a ridurre la produzione al fine di far risalire il prezzo.

Tutti gli sforzi di Venezuela, Iran ed Ecuador per far adottare dall’OPEC una riduzione della produzione sono stati vani. Nell’ultima riunione dei paesi produttori dell’OPEC, svoltasi a Vienna  il 27 novembre scorso si è deciso di lasciare invariata la produzione, ossia 30 milioni di barili giornalieri.


Anche se i principali paesi produttori sono raggruppati nel cartello dell’OPEC e tutti teoricamente sono interessati ad un prezzo del petrolio il più alto possibile, in realtà ognuno ha interessi differenti. L’economia di ogni paese produttore, per poter funzionare al meglio, ha bisogno di un prezzo del petrolio differente; ossia ogni paese ha un proprio prezzo giusto. Per il Venezuela il prezzo ottimale è circa 120 dollari per barile.

Il prezzo ottimale (1) nei differenti paesi OPEC è: Qatar 65, Emirati Arabi 70, Kuwait 75, Libia 90, Arabia 93, Angola 98, Iraq 106, Ecuador 117, Nigeria 119, Algeria e Venezuela 121 ed infine Iran 140. Vedasi il grafico di sotto, che comprende anche la Russia principale produttore di petrolio al mondo, cui prezzo ottimale è 107.


Ovviamente i motivi di questa differenza sono molteplici; tra questi, indubbiamente predominano il numero di abitanti e la dipendenza dal petrolio. Se un paese produttore ha maggiore popolazione, a parità di produzione petrolífera giornaliera ovviamente ha bisogno di prezzi più alti rispetto ad un paese produttore con meno popolazione; lo stesso dicasi della dipendenza: se un paese produttore è maggiormente dipendete dal petrolio ha bisogno di prezzi più alti rispetto ad un altro paese produttore con meno dipendenza, il quale in caso di caduta dei prezzi del petrolio può trarre evidentemente beneficio da altre risorse.

Tab 1
Paesi OPEC e Petrolio 

Tab 2
Paesi OPEC e dati economici

All’interno dell’OPEC troviamo due gruppi di paesi con dati differenti: da un lato le monarchie della penisola arabica (Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait) e dall’altro lato gli altri paesi. Il primo gruppo si caratterizza per un numero di abitanti relativamente basso, un elevato PIL procapite, una elevata produzione petrolifera giornaliera e per abitante.

Il Qatar ha 2 milioni di abitanti, produce 700.000 barili al giorno, ossia 131 barili all’anno per ogni abitante ed il PIL procapite supera i 100.000 dollari.

Gli Emirati Arabi hanno 8 milioni e  mezzo di abitanti, producono 2,7 milioni di barili al giorno, ossia 120 barili all’anno per ogni abitante ed hanno un PIL procapite di quasi 47.000 dollari.

Il Kuwait ha poco meno di 4 milioni di abitanti, produce quasi 3 milioni di barili al giorno, ossia circa 270 barili all’anno per ogni abitante ed ha un PIL procapite di circa 47.000 dollari.

L’Arabia Saudita, l’unico paese del mondo il cui nome deriva dalla famiglia regnante, i Saud, ha poco meno di 30 milioni di abitanti, produce quasi 10 milioni di barili al giorno, ossia 117 barili all’anno per ogni abitante ed ha un PIL procapite vicino ai 24.000 dollari.

Tutti questi paesi si caratterizzano anche per una bassa incidenza delle importazioni rispetto alle esportazioni; avendo una bassa popolazione, hanno meno necessità di destinare grandi quantità di dollari alle importazioni.

Dall’altro lato abbiamo paesi con un alto numero di abitanti, come Nigeria (177 milioni) ed Iran (77 milioni) ed una bassa produzione procapite: Nigeria produce 3 barili all’anno per ogni abitante, Algeria 11, Ecuador 12, Iran 16, Iraq 30, Angola 32, Venezuela 33 e infine Libia con 57 barili all’anno per ogni abitante.

Il PIL procapite di questo secondo gruppo di paesi è abbastanza basso, andando dai poco meno di 3.000 dollari dei nigeriani ai 12.000 dollari dei venezuelani.

I 4 paesi della penisola arabica hanno anche grossi surplus di bilancio, a differenza dei paesi dell’altro gruppo (Vedasi Tab. 3).

Il Kuwait per il 2013 ha avuto un saldo di bilancio di 71 miliardi, che rapportato al PIL rappresenta il 39%; il Qatar ha avuto un saldo di 62 miliardi, il 30% del PIL; l’Arabia Saudita 129 miliardi, il 17% del PIL; gli Emirati Arabi Uniti hanno avuto un saldo di 59 miliardi, il 14% del PIL; gli altri paesi OPEC hanno saldi di bilancio decisamente più modesti, sia in valore assoluto che in termini percentuali rapportati al PIL.

Quindi, come si vede, i paesi produttori di petrolio non hanno uno sviluppo omogeneo e gli interessi sono differenti; i paesi della penisola arabica possono permettersi prezzi bassi del petrolio anche per un relativamente lungo periodo; gli altri paesi, dopo pochi mesi di prezzi bassi hanno subito grosse difficoltà. Si comprende anche come mai un grosso paese petrolifero come l’Iran sta cercando di sviluppare l’energia nucleare, precisamente col fine di ridurre i consumi interni di petrolio, aumentando la quantità destinata all’esportazione.

Tab 3
PIL e Saldo di bilancio nei Paesi OPEC
Anno 2013

Tra i paesi produttori di petrolio, è necesario soffermarsi ad analizzare brevemente la situazione del Venezuela. Il Venezuela detiene la principale riserva petrolifera del mondo, al momento quasi 300 miliardi di barili; quando tutto il petrolio del mondo si sarà esaurito, l’unico paese che avrà ancora petrolio sarà appunto il Venezuela (Vedasi Tab. 1); inoltre bisogna sottolineare che Venezuela si trova nel continente americano, vicinissmo agli Stati Uniti. Si comprende, quindi l’intresse particolare degli USA verso questo paese produttore. Gli USA stanno perdendo influenza a livello mondiale e sono costretti a ripiegare sempre di più verso il continente americano, quindi sempre più rivolgeranno le mire espansionistiche al Venezuela, proprio per l’approvvigionamento energético e le altre materia prime di cui è rico.

Perchè i prezzi bassi del petrolio?

Ovviamente la caduta dei prezzi del petrolio è dovuta ad una serie di fattori, non ultima la crisi economica dei paesi occidentali, USA e paesi dell’Unione Europea; la crisi ha determinato una minor domanda di petrolio, a cui non ha fatto seguito una diminuzione della produzione da parte dei paesi produttori. L’offerta di petrolio è aumentata anche per l’immissione nel mercato, a prezzi più bassi, del petrolio derivante dal fracking da parte degli USA. C’è un ulteriore fattore di cui si parla poco, il petrolio immesso nel mercato a prezzi bassissimi dall’ISIS, il cosiddetto “Stato Islamico dell'Iraq e della Grande Siria“.

I bassi prezzi del petrolio minacciano soprattutto le economie di due grandi paesi produttori: la Russia, paese non OPEC e principale paese produttore di petrolio al mondo (Vedasi Tab 4) ed il Venezuela, la principale riserva petrolifera del pianeta (Vedasi Tab 5).

Tab 4
Paesi produttori di petrolio
Produzione giornaliera - Anno 2013

 Tab 5
Paesi secondo le riserve petrolifere
Riserve certificate al 2013

Ovviamente la minacia a queste due economie, russa e venezuelana, non è casuale; non si tratta di una coincidenza. I prezzi bassi del petrolio sono voluti precisamente per sferrare un attacco diretto a Russia e Venezuela. Anche i prezzi del petrolio sono determinati dalla legge della domanda e dell’offerta, per cui a maggiore offerta corrisponde un minor prezzo. Pertanto, se i paesi produttori decidessero congiuntamente di ridurre la produzione, i prezzi risalirebbero.

Che cosa impedisce un accordo in seno all’OPEC?

I 12 paesi dell’OPEC, controllando il 43% della produzione mondiale e l’81% delle riserve petrolifere hanno la forza per incidere sui prezzi del petrolio. Se ai paesi OPEC si aggiunge la Russia, questi 13 paesi controllano quasi il 60% della produzione mondiale ed il 90% delle riserve petrolifere del pianeta. Alcuni paesi dell’OPEC, come Venezuela, Iran, Ecuador ed Algeria, con l’aggiunta della Russia concordano in una riduzione della produzione; ma a questi fa da contrappeso la decisione negativa di Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Iraq e Libia e pertanto alla fine non è stato raggiunto nessun accordo; i paesi produttori dell’OPEC hanno lasciato inalterata la produzione a circa 30 milioni di barili al giorno.

Perchè non c’è stato un accordo per una riduzione della produzione? Iraq e Libia sono due paesi occupati dalle potenze occidentali, i cui governi imposti dagli occidentali rispondono esclusivamente agli interessi degli occupanti. Anche gli stati monarchici della penisola arabica sono stati lacchè, le cui monarchie per sopravvivere hanno bisogno dell’aiuto militare occidentale, in particolare della potenza statunitense; quindi nella sostanza anche questi rispondono agli interessi dell’occidente e della potenza statunitense. In cambio degli aiuti militari USA, i Saud e gli altri emiri della penisola arabica stanno producendo tanto petrolio, al fine precisamente di abbassare il prezzo. Questi paesi rispondono agli interessi degli Stati Uniti, ma hanno anche un proprio obiettivo personale,  quello di stroncare l’economia iraniana e del suo alleato, la Siria.

Mappa del medio oriente

C’è da considerare che questi paesi della penisola arabica hanno anche grandi riserve di gas; in particolare il Qatar ha la terza riserva di gas del mondo, dopo Russia ed Iran; Arabia Saudita ha la sesta; Emirati Arabi Uniti hanno la settima riserva ed il Kuwait, pur avendo meno gas degli altri è comuqnue la ventesima riserva del mondo (Vedasi tabella 6).

Tab. 6
Riserve, produzione ed esportazione di gas nei paesi OPEC
Anno 2013

Il Qatar è il quarto produttore mondiale di gas, dopo USA, Russia ed Iran; L’Arabia è l’ottavo; gli Emirati Arabi Uniti sono il sedicesimo ed il Kuwait il trentacinquesimo produttore al mondo. Il Qatar, dopo la Russia è il secondo paese esportatore di gas del mondo. Il Qatar e gli altri tre (Arabia, Emirati Arabi e Kuwait) avendo come obiettivo fornire gas ai paesi dell’Europa, per arrivare al Mediterraneo con un gasdotto debbono necessariamente passare per la Siria e quindi il loro oibiettivo immediato è liberarsi del regime di Assad.

Analizzando la mappa della regione, si vede chiaramente che un gasdotto che parta dal Qatar, dagli Emirati Arabi, dal Kuwait e dai ricchi giacimenti gassiferi situati nella zona orientale dell’Arabia Saudita deve necessariamente attraversare il territtorio siriano per poter sfociare nel Mediterraneo.

Recentemente, il potente ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, Ali Al-Naimi, durante la riunione dell’ONU sul cambio climatico, svoltasi a Lima, ha dichiarato che il suo paese non ha nessuna intenzione di ridurre la produzione di petrolio, il cui prezzo dipende dalla mano invisibile del mercato (2).

Il mancato accordo di un taglio alla produzione in seno ai paesi produttori ha fatto cadere ulteriormente il prezzo del petrolio. In definitiva il mancato accordo si deve al fatto che alcuni di questi paesi (Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia e Kuwait, che – come visto sopra – possono permettersi prezzi bassi del petrolio per un relativo lungo periodo, congiuntamente a Iraq e Libia, paesi militarmente occupati, i cui governi imposti dalle potenze occupati sono al servizio delle potenze militari occupanti) sono al servizio degli interessi degli Stati Uniti, che attraverso i prezzi bassi del petrolio stanno complottando contro Russia e Venezuela.

Continua
(*) Attilio Folliero è un politologo italiano, residente a Caracas; laureato in Scienze Politiche all'Università "La Sapienza" di Roma ha insegnato tra l'altro "Teorie delle relazioni economiche internazionali" all'Università Militare di Caracas. Cecilia Laya è una economista venezuelana, laureata all'UCV di Caracas.
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Fonti:

(1)  Fonte dei dati: Deutsche Bank, FMI, Wall Street Journal, Citi Research.

(2)  Vedasi articolo di Bloomberg “Saudi Arabia Says ‘Why Should I Cut Production?’ as Crude Falls”, Url: http://www.bloomberg.com/news/2014-12-10/saudi-arabia-says-why-should-i-cut-production-as-crude-falls.html

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1 comentario :

  1. Certamente non possono essere paragonati gli effetti della cadita del prezzo del petrolio suulla russia con quelli sul Venezuela o sull'Iran.
    La Russia è un paese capace di produrre di tutto al suo interno di quanto è necessario alla popolazione ed alla sussistenza dello Stato. Una buona rendita dal petrolio gli serve, sostanzialmente per acquisti di generi voluttuari, che sono piacevoli, per chi se li può permettere, quando sono accessibili, ma dei quali si può fare anche a meno. Non è lo stesso per l'Iran, che, al confronto, è molto limitato nella produzione di armamenti e/o di medicinali e per l'acquisto dei quali ha bisogno di vendere all'estero petrolio a prezzi elevati. Ancor più limitata è la produzione industriale del Venezuela, che è, quindi, ancor più dipendente dal prezzo del petrolio.
    Da questo punto di vista, chi sta peggio è l'Arabia Saudita, che oltrea al petrolio non è capace di produrre che capre e cammelli o poco altro. Però, come giustamente evidenziato, con una popolazione in numero limitato anche con un prezzo del greggio sceso al 50% può continuare ad importare dall'estero comunque ogni genere di prima necessità.
    Mi si consenta, però, di osservare qualcosa:
    Primo. Per uno che è abituato ad un reddito ed ad un tenore di vita da 24.000 dollari all'anno, passare, da un anno all'altro, ad un tenore di vita da 12.000 dollari è dura. Inutile dire che in Venezuela comunque campano di petrolio per 5.000 dollari all'anno. Comunque è dura.
    Secondo. Con i redditi precedenti la Casa di Saud si permetteva spese ingenti nonsolo in lussi e stravizi, ma anche di finanziare progetti politici dai costi ingenti, che ora non potrà che ridurre del 50%.
    Meno finanziamenti (a fondo perduto) all'Egitto e meno finanziamenti al terrorismo in Siria (e non solo in Siria).
    Alla fine, la Casa di Saud potrebbe derivare danni dal drastico calo del prezzo del petrolio ancor maggiori (forse anche letali) che non la Russia.

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