martes, 11 de julio de 2017

La nascita degli Stati Uniti d'America (di Alfredo Bonatesta)

Alfredo Bonatesta - Pubblicato anche in LPG 04/08/2006 - Via Arianna Editrice 07/06/2006. Brano tratto da "I quaderni di Avallon", Numero 5 del 1985

Pubblico un interessante studio di Alfredo Bonatesta sulla storia delle origini degli Stati Uniti. Questo scritto serve a capire molti comportamenti della politica imperialistica attuale degli USA.

I) La formazione della Nuova Inghilterra

La scoperta del Nuovo Mondo, avvenuta nel 1492 ad opera di Cristoforo Colombo, giunse puntuale a soddisfare talune esigenze emergenti nella società europea dell'epoca:
  1. quella dei governanti spagnoli, portoghesi, olandesi, francesi ed inglesi di rimpinguare con nuove ricchezze finanze quasi sempre esangui e di modificare con nuove conquiste gli equilibri politici in atto nel Vecchio Continente;
  2. quella della nascente classe borghese, protesa ad affermare una nuova concezione di vita ed a ricercare per sé condizioni ambientali più favorevoli;
  3. quella della diaspora ebraica di trovare nuovi e più validi spazi di praticabilità alle proprie attese messianiche fino ad allora sempre deluse e tuttavia mai abbandonate.
I primi ad avventurarsi verso il continente americano furono gli Spagnoli, i quali colonizzarono dapprima Portorico e Cuba ed in appresso il Messico, il Perù e parte della Bolivia. Non meno tempestivi furono i Portoghesi, i quali rivolsero le loro mire principali sul Brasile. Anche la diaspora ebraica non esitò ad avventurarsi al di là dell'Atlantico. Informa Werner Sombart (6/67) che nei primi centocinquanta anni dalla scoperta dell'America furono soprattutto un enorme numero di Ebrei ad affluirvi in quantità.

Una delle loro mete preferite fu il Brasile, dove diventarono in pochi decenni la classe dominante. Intorno alla metà del XVII secolo quasi unicamente di Ebrei era composta la popolazione delle Barbados. La Giamaica, Surinam, St. Thomas, la Martinica, la Guadalupa ed infine Santo Domingo furono le altre località dell'America Centrale e dell'America del Sud scelte inizialmente dagli Ebrei per edificarvi le proprie fortune. In tutti questi luoghi essi divennero i principali piantatori di canna da zucchero, in un periodo in cui la produzione zuccheriera, oltre al commercio delle pietre preziose, fu la colonna vertebrale dell'intera economia coloniale (6/69).

Nello stesso periodo, ossia fino a tutto il 1650, appena 50.000 persone, per la maggior parte addensate nel Massachusetts e nella Virginia, avevano popolata l'America del Nord (18/XXV). Ciò si spiega col fatto che l'élite traente della nascente classe borghese aveva preferito fino a quel momento puntare con tutte le sue forze - intellettuali e materiali - al sovvertimento delle tradizionali strutture di vita dell'Europa, mirando ad acquisire nelle proprie mani il potere politico, fin lì riservato alle monarchie d'ispirazione teocratica formatesi durante il Medio Evo. E, soltanto dopo che la Rivoluzione Protestante e la conseguente Rivoluzione Britannica ebbero suscitati gli "anticorpi" rispettivamente della Controriforma e della Restaurazione, la via del Nuovo Mondo assunse per innumerevoli mercanti, speculatori, affaristi, usurai e rivoluzionari in genere l'aspetto invitante di una "scorciatoia" per giungere a primeggiare nel consorzio umano.

L'afflusso meditato e sistematico di Europei verso l'America del Nord ebbe dunque inizio soltanto nel corso del XVII secolo, determinandovi il sorgere di un vasto sistema di colonie per conto delle varie potenze del tempo: maggiormente per l'Inghilterra e la Francia, episodicamente per l'Olanda, marginalmente per la Spagna. Tuttavia, mentre la colonizzazione francese e spagnola si andò attuando prevalentemente ad opera di modesti lavoratori manuali, di uomini d'arme e di funzionari governativi, tradizionalmente rispettosi della Chiesa Cattolica e delle patrie monarchie, in altre parole tranquillamente e lealmente sottomessi all'ordine costituito, non altrettanto accadde per la colonizzazione inglese. "Le colonie inglesi", ha sottolineato G. M. Trevelyan (24-11-372), "nacquero non da leggi dello Stato ma dall'intraprendenza di società anonime o di proprietari individuali".

In effetti dall'Inghilterra fu specialmente una spregiudicata borghesia ad alimentare disordinatamente e convulsamente il flusso migratorio. Scrive Richard Hofstadter (53/8): "Nel Nordamerica la Corona ed i proprietari coloniali erano andati via via distribuendo una superficie grande parecchie volte quella dell'Inghilterra, dell'Irlanda e del Galles. Per trarre utili ulteriori, era necessario l'afflusso continuo di nuovi coloni".

Ed i nuovi coloni furono fatti affluire con le buone o con le cattive maniere, più spesso con queste ultime. "La soluzione iniziale del problema", è ancora Hofstadter che narra (53/31), "venne dagli sforzi combinati di mercanti, capitani di navi, sensali ed incalliti agenti reclutatori di varia specie, coalizzati allo scopo di mettere insieme grossi carichi di bianchi, che - spontaneamente o controvoglia - si pagavano la traversata fornendo un temporaneo periodo di servitù personale".

"Esistevano nelle colonie inglesi d'America", chiarisce ulteriormente Leo Huberman (19/13), " due gruppi di servi sotto vincolo contrattuale. Il primo era composto da coloro che si erano venduti volontariamente per un periodo dai quattro ai sette anni semplicemente per pagare il prezzo della traversata. Nel secondo c'erano coloro ch'erano stati condotti via contro la loro volontà, caricati a forza a bordo delle navi, trasportati dall'altra parte dell'oceano e venduti in servitù. Le strade di Londra erano piene di rapitori, denominati "spiriti" dal popolino: nessuno tra i passanti era al sicuro e perfino i mendicanti avevano paura di parlare con chiunque menzionasse la terrificante parola "America". Genitori venivano strappati dalle famiglie, mariti dalle mogli, per sparire per sempre come se fossero stati inghiottiti dalla morte. Bambini venivano venduti da padri indegni, orfani dai tutori, parenti a carico o indesiderabili da famiglie stanche di mantenerli". Ma la popolazione delle colonie britanniche d'oltre Atlantico fu inizialmente incrementata anche mediante l'invio coatto sul posto di gruppi di "indesiderabili" dall'Inghilterra: quest'ultima cioè approfittò della necessità di braccia lavorative da parte delle sue colonie americane per liberarsi a più riprese di centinaia di poveri d'infimo livello e di condannati per crimini (19/13).

Poiché non ebbe a realizzarsi mai un adeguato flusso d'immigranti volontari, gli speculatori e gli affaristi fecero ben presto ricorso, oltre che all'utilizzo dei deportati e dei servi a contratto, denominati questi ultimi " redemptioners ", anche all'importazione di schiavi negri dall'Africa. Si andò formando dunque nell'America del Nord un eterogeneo insieme di bianchi e di negri, di liberi,semiliberi e schiavi. Né vi era maggiore omogeneità sul piano etnico. Specifica infatti Hofstadter (53/14):

"Se si elencano i vari gruppi etnici,scozzesi, gallesi e irlandesi, francesi, tedeschi, svizzeri ed ebrei,il pluralismo etnico dell'America di fine Seicento appare impressionante. Ma, se si contano le singole persone piuttosto che le varietà nazionali e si dà il dovuto peso alle cifre, emerge subito il fondamentale carattere inglese delle colonie nordatlantiche d'inizio Settecento ".

Nell'ambito del ceppo etnico inglese, avviato a dare la caratterizzazione di base all'intero complesso delle colonie inglesi d'America, una collocazione di particolare rilievo fu assunta tuttavia dalla Setta dei Puritani, la cui base originaria d'insediamento e quindi d'irradiazione culturale fu costituita dalla Nuova Inghilterra, ossia dal territorio comprendente le colonie del Connecticut, del Rhode Island, del New Hampshire e del Massachusetts.

E' dunque indispensabile analizzare la weltanschauung, della quale i Puritani si fecero portatori. Come ha sostenuto convincentemente Max Weber in uno dei suoi libri più noti, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, la Rivoluzione Protestante ebbe, fra i vari altri, anche un rilevante effetto di stimolo nella genesi di quella " mentalità affaristico-speculativa", che sarebbe stata in appresso la causa efficiente della moderna "civiltà capitalistica".

I princìpi di base del Protestantesimo, enunciati da Lutero nella prima metà del 1500, determinarono infatti, negli sviluppi che agli stessi furono dati da Calvino, il formarsi di una singolare concezione mistico-economica: quella dell'arricchimento come " segno " terreno della benevolenza di Dio verso il singolo essere umano. Un simile principio, gradualmente estremizzandosi, fece venire meno ogni esigenza di " eticità " della vita economica: dapprima dunque decadde il plurisecolare divieto della Chiesa Cristiana verso la pratica dell'usura e successivamente finì col trovare " giustificazione " qualsiasi pratica speculativa, anche la più abietta, purché fosse produttiva di lucro.

Di un tale modo d'intendere l'attività economica si fecero appunto portatori soprattutto i Puritani, protestanti ad orientamento calvinista, i cui primi nuclei, consegnati alla storia col nome di " Padri Pellegrini ", approdarono alle coste atlantiche dell'America del Nord nel 1620, circa 36 anni dopo che Walter Raleigh vi aveva fondata, per conto dell'Inghilterra, la colonia della Virginia.

Alcuni di questi Puritani, guidati da John Endicott, fondarono Salem, nella Baia del Massachusetts: altri, condotti da John Winthrop, capitalista di Suffolk, fondarono ancora nel Massachusetts altre otto città, fra cui Boston, propagandosi poi nel Connecticut. Altri ancora, presso i quali la motivazione economicistica cedeva il passo ad una preminente aspirazione libertaria, si riconobbero nelle concezioni di pensiero di Roger Williams, col quale dettero vita alla colonia del Rhode Island, fondando Providence.

Tutti questi gruppi furono invariabilmente egemonizzati da manipolatori di capitali costituiti in élites terriere e commerciali, tanto che lo stesso Roger Williams fu amaramente costretto ad ammettere, in un suo scritto del 1664, che divinità locali stavano diventando: Profitto, Privilegio, Piacere (23/91). Gruppi molto attivi di capitalisti, in parte Puritani inglesi, in parte Calvinisti olandesi, s'installarono infine nella zona di New York e nel New Jersey.

In realtà, la "vocazione" dei Puritani all'attività economica non era - già vi si è fatto cenno - che una componente, anzi un modo di estrinsecarsi della loro complessa "ideologia" religiosa, ricca d'influssi veterotestamentari ed orientata ad intransigente fanatismo.

Circa l'incidenza del Vecchio Testamento nella weltanschauung del Puritanesimo, è incontestabile il fatto che la Riforma Protestante pose in primo piano nel mondo cristiano i testi sacri della tradizione ebraica (12/193) a tutto detrimento di quelli della tradízione cattolica. "La Chiesa Cattolica", ha scritto Bertrand Russell (13/19), aveva tre sorgenti: 
a) la sua storia sacra era ebrea; 
b) la sua teologia era greca; 
c) il suo governo e la sua legge canonica, almeno indirettamente, erano romani. La Riforma respingeva gli elementi romani, attutiva gli elementi greci ed insisteva fortemente sugli elementi giudaici.
C'è da osservare che il punto massimo nel processo d'identificazione del Protestantesimo con l'Ebraismo fu raggiunto proprio dalla Setta dei Puritani, i cui membri giunsero a considerarsi, ripercorrendo le orme dell'antico Popolo d'Israele, quale " nuovo popolo eletto ", legato a Dio da un " nuovo patto ", ben più preciso e particolareggiato di quello ch'era intercorso fra Jahvè ed Abramo." E' piaciuto al grande Dio stipulare con noi, sue povere creature, un trattato ed un accordo, i cui articoli sono qui compresi. Dio, per parte sua, c'impegna a provvedere a tutto ciò che riguarda la nostra felicità, purché noi accettiamo quegli articoli, credendo in lui... ", così scriveva Richard Sibbes, teologo puritano (15/472).

In definitiva, non pochi protestanti si erano fatti circoncidere, nel mentre guardavano al viaggio verso il Nuovo Mondo come ad una seconda fase dell'antica ricerca della Terra Promessa (14/60).Accanto al Protestantesimo, nelle sue varie espressioni, una delle forze ch'ebbe un ruolo di protagonista di spicco nella " formazione politica " della società nordamericana fu la Massoneria. Ma di essa ci occuperemo più a fondo tra breve, in connessione col distacco delle colonie dalla madrepatria. Per ora, facendo sinteticamente il punto sulla situazione in atto nella seconda metà del 1700, occorre rilevare che le colonie inglesi d'America presentavano evidenti le seguenti connotazioni:
I) per derivazione quacchero-puritana, come reazione al centralismo autoritario lasciato in patria, uno spiccato spirito libertario ed autonomistico, fatalmente destinato a tradursi in spirito indipendentistico; 
II) per derivazione ebraico-calvinista, un'attitudine alle pratiche economiche più spregiudicate; 
III) per influenza massonica, una crescente " politicizzazione " in senso esasperatamente rivoluzionario; 
IV) infine, come risultante dell'incontro di gruppi tanto diversi ed estranei fra loro, sradicati da terre lontane e protesi ad affermarsi per sopravvivere in condizioni ambientali di sfida e di anarchia, una terribile carica di violenza.
L'avidità e la violenza, caratteristiche degli individui che in eterogenei gruppi andavano a costituire le nuove popolazioni, ebbero inizialmente a manifestarsi attraverso una duplice valvola di sfogo: contro le colonie francesi e contro gl'indigeni Pellirosse. Le colonie francesi infatti, dal 1689 al 1764, furono spazzate via quasi totalmente e la bandiera inglese salì a sventolare dal Labrador alla Florida, dall'Atlantico al Mississippi. Nel contempo, avviando un processo che si sarebbe poi concluso nell'arco di oltre un secolo e mezzo, fu intrapreso col ferro e col fuoco il sistematico genocidio dei Pellirosse, allo scopo di appropriarsi delle loro terre.

E su questa pagina di storia, triste come poche, è necessario soffermare per qualche istante l'attenzione.

2) La distruzione del mondo dei pellirosse

Allorché gli Europei posero piede per la prima volta nell'America del Nord ", osserva Wilcomb E. Washburn (54/29), " i Pellirosse conducevano in quegli immensi spazi una vita in rapporto stretto ed intimo con la natura, dalla quale dipendevano per la loro sopravvivenza. Essi non possedevano tecnologie, né scrittura, né armi da fuoco: la loro mente era tutta rivolta all'ambiente naturale, nel quale s'identificavano - con paura, rispetto ed amore come semplici parti componenti. La preghiera che il cacciatore Pellerossa recitava sull'animale ucciso, per giustificare la necessità della sua morte ed il bisogno umano che l'aveva resa necessaria, esprimeva il senso d'identificazione totale tra il cacciatore e la sua preda. D'altra parte, connotazione abituale del Pellerossa adulto era un atteggiamento di dignità e di riserbo: egli cercava meditatamente di evitare i conflitti con i propri simili".

Ben traumatico fu dunque per i Pellirosse l'impatto con gl'invasori " visi pallidi ", subito irrispettosi e violentatosi di tutto ciò che costituiva il tradizionale " universo mentale " del mondo indigeno americano. " La caratteristica del Pellerossa 'incontaminato' ", osserva ancora W. E. Washburn (54/33), " era la fedeltà alla parola data. Il termine "amico" non era per lui un vocabolo vago e quasi indefinito: esso comportava invece la volontà precisa di aiutare in tutte le occasioni la persona indicata con quell'appellativo, nel mentre suonava come minaccia per chi avesse osato muovere a quella persona ". In contrapposto a tale modo " rettilineo " di sentire e di vivere, l'avidità di guadagno dell'invasore bianco sconvolse quel mondo dalle fondamenta.

A cominciare dal tempo dei primi insediamenti coloniali, gli indigeni nordamericani furono assoggettati a sistematiche spoliazioni delle loro terre. " Sia i Padri Pellegrini che sbarcarono a Plymouth nel 1620, sia i Puritani arrivati nella Baia del Massachusetts nel 1630 ", narra W. E. Washburn (54/100), " si insediarono in territori occasionalmente sgombrati dagli abitanti indigeni. Sulla base dei precedenti biblici e del diritto naturale, i capi della Nuova Inghilterra negarono ai Pellirosse il diritto di affermare il loro dominio sulle terre che "non occupavano" ". Ma questo non fu che l'inizio: il peggio accadde in seguito. Tanto per cominciare, i coloni europei ebbero a constatare con disappunto di non essere in grado di fare prevalere la propria dialettica oratoria nelle discussioni con i Pellirosse: questi infatti erano capaci di un'eloquenza assolutamente fuori del comune. " La loro tecnica oratoria ", spiega W. E. Washburn (54/116), " era degna di paragone con quella insegnata dai maestri dell'antichità, essendo essi particolarmente abili nel fare ricorso alle classiche esortazioni fondate su ethos, pathos e logos".

I coloni per ciò ripiegarono sempre più spesso, nei loro confronti, sul raggiro e l'inganno. Ad esempio, col pretesto di proteggere gl'indigeni da ipotetici aggressori, incominciarono a costruire fortini nei loro territori. Qualunque fosse lo scopo dichiarato, quello ottenuto era di portare la presenza e la forza dei militari nel cuore delle zone di stanziamento dei Pellirosse, intimidendoli con la supremazia numerica e ponendo i presupposti giuridici per le rivendicazioni europee su aree sempre più vaste dell'" habitat " nordamericano (54/107). In realtà, lo scontro che andava crudamente delineandosi nell'America del Nord fra gli indigeni " pellirosse " e gl'invasori " visipallidi " era, al di là di ogni pur innegabile motivazione contingente, il confrontarsi di due civiltà, che sempre più chiaramente andavano disvelandosi antitetiche fra loro.

La vita del Pellerossa nelle immense pianure dell'America Settentrionale era costantemente sospesa fra la realtà ed il sogno, come in ascolto ininterrotto di voci arcane. Particolarmente pervasa di motivi esoterici era la Danza del Sole, celebrata annualmente da tutte le tribù della prateria.

"Durante questa ricorrenza", narra Luraghi (23/392), "gli indiani si riunivano a migliaia. Nella Danza del Sole venivano rivissuti i quattro momenti fondamentali della condizione umana: a) la cattura, ossia la nascita, che rinchiude in un essere limitato nello spazio e nel tempo una scintilla dell'eterno; b) il dolore; c) la prigionía; d) la liberazione, attraverso l'acquisizione della saggezza e la serena accettazione della morte. Nella Danza del Sole venivano anche simboleggiate le funzioni del gruppo tribale: a) l'acquisizione della maturità da parte dei bambini; b) il perpetuarsi della vita attraverso la fecondità delle donne; c) la protezione di tutto il gruppo mediante il valore del guerriero. Infine, l'esercizio del dolore fisico aveva la profonda funzione di educare ad affrontare stoicamente la sofferenza, quale parte ineliminabile della condizione umana".

Tutte le cerimonie venivano compiute danzando ed al suono di musiche ritmiche: e ciò aiutava i partecipanti a raggiungere una specie di "trance", a stabilire il contatto con l'arcano. La percezione dell'arcano, specialmente attraverso l'interpretazione del sogno, era per l'indiano una cosa d'importanza assolutamente basilare: e così pure il canto. " Il canto di guerra, di gioia o di morte ", spiega Luraghi (23/392), " esprimeva una serena e forte accettazione del destino umano. Ciò aiutava l'indiano a superare nel modo giusto le 'quattro colline' della vita:, infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia. Questo era per lui il fine vero dell'esistenza: non già l'accumulazione di beni materiali. L' indiano considerava tali beni come strumenti, non mai come fini: se un uomo acquisiva una grande ricchezza, era suo dovere morale - presto o tardi - di spogliarsene completamente, nel corso di una grande festa, mediante munifici doni a tutti gli intervenuti. Egli sapeva che mai sarebbe stato ridotto all'indigenza perché nessuno si sarebbe rifiutato di donare a sua volta ogni cosa ad un uomo così generoso. Il vero fine della vita era acquisire un virile coraggio, una profonda capacità di soffrire e di pazientare, una serena ed incrollabile fermezza generatrice di un carattere forte ed indomito, l'accettazione della morte come un momento dell'equilibrio universale ".

La smania dell'Europeo per l'acquisizione delle ricchezze sembrava al Pellerossa cosa sciocca ed empia: perché consumare la propria vita e distruggere la vita altrui per ottenere beni che presto la morte avrebbe strappato?

Una tale concezione di vita, così ricca d'interiorità ed aliena da ogni tentazione di arricchimento o di sopraffazione, era la negazione pura e semplice di quella che sospingeva un numero sempre crescente di Europei a varcare l'Atlantico. Ed ora gl'invasori " visipallidi " volevano strappare brutalmente ai Pellirosse quelle terre che appartenevano loro dalla notte dei tempi. Ma per quelle terre i guerrieri della prateria erano pronti a battersi ed a morire.

Tuttavia, per infliggere le prime pesantissime perdite in vite umane agli indiani, non fu neanche necessario che i coloni impugnassero le armi. I Pellirosse non erano biologicamente " attrezzati " per resistere alle malattie importate dagli invasori bianchi ed, aggrediti dal contagio, caddero come le mosche al sopraggiungere dei primi freddi invernali. "Nessun elemento introdotto dagli Europei ", conferma W. E. Washburn (54/122), " fu più devastante delle malattie, contro le quali gli'indiani non avevano praticamente sviluppata alcuna immunità. Gli effetti delle epidemie portate dall'uomo bianco, di cui la peggiore era il vaiolo, furono catastrofiche ed amplissime. Negli anni 1630 e 1640 più della metà della Confederazione degli Uroni e della Confederazione degli Irochesi fu vittima di epidemie. Nel 1781 più di metà della tribù Piegan dei Piedineri morì di vaiolo. Lo stesso male provocò una strage di Shoshoni. Nel 1848 furono decimati da un'epidemia i Sioux ed i Pawnee. Le malattie importate dai bianchi distrussero letteralmente gran parte della popolazione indigena dell'America".

Ad eliminare ed a mettere fuori combattimento i Pellirosse che uscivano salvi dalle ricorrenti epidemie provvidero direttamente i coloni. Uno degli strumenti più subdoli e nel contempo più micidiali, dei quali si servirono allo scopo, fu l'alcool. I Pellirosse avevano infatti un trasporto sfrenato per l'ebbrezza alcoolica, quasi costituisse una soglia di facile accesso all'arcano. "Il bere", spiega Washburn (54/125), "era sempre socializzato, non si beveva mai da soli. Si beveva finché duravano le scorte, di solito usando la stessa tazza o mestolo, che passava da una persona all'altra. Il desiderio generale era di ubriacarsi il più in fretta possibile. Tale pratica procurava a molti di loro danni assai gravi o addirittura la morte". Dal canto loro, i coloni non lesinarono mai nelle forniture di alcool agli indiani.

In effetti, fra tutte le aree occupate nel Continente Americano dagli immigrati europei, era specialmente la civiltà capitalistica anglosassone generata nella Nuova Inghilterra quella che maggiormente aveva in odio la cultura pellerossa. Per la mentalità calvinista delle colonie inglesi dell'America del Nord tutti i valori perseguiti dagli indiani erano anatema. "Prima ancora che un ostacolo da rimuovere", dice Luraghi (23/394), "gli indiani erano un'aberrazione da distruggere ". Dunque non può fare meraviglia se i manipolatori di capitali dell'America del Nord dettero il via, ad un certo momento, ad un vero e proprio linciaggio morale contro gl'indiani, avvalendosi a piene mani delle pagine dei giornali, delle tribune delle assemblee, delle dichiarazioni degli uomini politici. Il " retroterra ideologico " delle tesi che venivano addotte contro il modo di vita dei Pellirosse era dato dall'intolleranza puritana contro i dissenzienti religiosi, ovvero contro i " figli del Demonio ", che altro non meritavano se non la distruzione (23/395).

A partire dalla seconda metà del XVIII secolo fu creata una serie poderosa di organizzazioni, aventi lo scopo di devitalizzare la tradizionale cultura pellerossa attraverso la conversione degl'indigeni al Protestantesimo: la " Socíety for propagating the Gospel among Indians and others in North America ", la " Society of the United Brethren for propagating the Gospel among the Heathen ", la " American Board of Commissioners for Foreign Missions ", la " United Foreign Missionary Society ", la " Missionary and Bible Society of the Methodist Episcopal Church in America ", le società missionarie di New York, del Connecticut, del Massachusetts, ed altre ancora. Nulla insomma fu lasciato d'intentato per riformare la weltanschauung dei Pellirosse in modo funzionale alla civiltà capitalistica, che i manipolatori di capitali andavano edificando nel Nuovo Mondo. Ma le parole del capo-tribù Giacca Rossa valgono molto bene a farci intendere quale fu l'atteggiamento prevalente degli indiani, a fronte di coloro che intendevano modificare le loro forme del sacro: " Se il Grande Spirito avesse voluto dare il Vangelo agli indiani, oltre che ai bianchi, ne avrebbe dato loro una conoscenza diretta. Voi bianchi non sapete neanche mettervi d'accordo fra di voi, sul modo corretto di adorare il Grande Spirito. D'altra parte, noi sappiamo soltanto quello che ci raccontate voi: come possiamo credervi, dopo essere stati ingannati così spesso dalla gente bianca? " (54/141).

Fatalmente l'ideologia di denigrazione e di odio contro i Pellirosse, irradiantesi ovunque dai centri mercantili dell'America del Nord, finì con l'innescare il meccanismo del genocidio. Le terre furono strappate agli indiani con vere e proprie campagne militari, che ne facevano strage. Invalse l'uso della deportazione d'intere tribù. Un numero sempre crescente di popolazioni indigene venne ristretto in una serie di "riserve", l'arcipelago Gulag dell'epoca. Infine prese il via il massacro indiscriminato e generalizzato. "La degradazione e l'annientamento degli indiani della California", esemplifica Washburn (54/219), "rappresentano una delle pagine più vergognose della storia americana, un'onta incancellabile per l'onore e l'intelligenza degli Stati Uniti. Non si trattò di una guerra ma di una sorta di sport popolare. Laddove gli indiani non vennero uccisi o asserviti dai singoli, furono confinati in riserve, organizzate in fretta e male dai commissari federali, e ben presto privati anche di questo rifugio, quando il Congresso rifiutò di ratificare i vari trattati con cui si stabilivano le riserve". E di una sorta di sport popolare dovette trattarsi anche nello Stato dell'Indiana: tanto che i bianchi si giustificavano dicendo, come dicevano tutti, che "uccidere un indiano era come uccidere un animale selvaggio".

"Si realizzò così"conclude Washburn (54/220), "attraverso guerre, deportazioni, stragi, il più grande affare immobiliare della storia". Ma è tempo di tornare a considerare come le colonie inglesi d'America, nel mentre spogliavano i Pellirosse delle loro terre e ne travolgevano il modo di esistere, andavano intanto evolvendosi verso la nazione.

3) Il regno degli speculatori e dei banchieri

Verso il 1750 tali colonie erano già una potenza industriale capace d'impensierire seriamente la stessa Inghilterra. I capitali investiti dalle Compagnie e quelli ricavati dalla tratta dei negri avevano infatti fruttificato al nord del Continente Americano un'industria metallurgica di prim'ordine, agevolata dalla possibilità di disporre delle immense foreste sottratte agli indigeni. Tali foreste consentivano un'economicissima produzione d'immense quantità di carbone di legna: e la ghisa migliore, a quei tempi, era proprio quella prodotta con carbone di legna, che in Inghilterra viceversa raggiungeva prezzi proibitivi.

Così, mentre la Pennsylvania s'avviava a diventare rapidamente la principale produttrice di ghisa del mondo, il Massachusetts dal canto suo altrettanto celermente si accingeva ad assumere il predominio nell'ambito delle costruzioni navali. Introiti colossali inoltre erano realizzati, grazie alla produzione di rhum, nel Connecticut, nel Rhode Island ed altrove. Infine s'ingigantiva sempre più la produzione alimentare. Di pari passo con una tale fioritura industriale, nelle colonie del Nord assumeva sempre più chiaro rilievo una classe capitalista, via via più intollerante del legame di sudditanza con la madrepatria.

Contemporaneamente tendevano a deteriorarsi anche i rapporti fra le colonie del Sud e l'Inghilterra.

Le colonie del Sud non avevano operata una scelta capitalistica. Il loro modello di vita era completamente diverso. La mentalità mercantile, anche se non estranea, non era predominante. La loro ideologia sociale, intessuta d'ideali arcadici, era basata sull'agricoltura. Ma tutto ciò rendeva fatale che queste colonie s'indebitassero sempre più con gli avidi speculatori d'Inghilterra, fornitori di tutti i necessari manufatti nonché, attraverso la tratta degli schiavi, della necessaria forza-lavoro.

Fra le colonie del Nord e quelle del Sud si creò quindi, per forza di necessità, una sorta di fronte comune contro l'Inghilterra. Benjamin Franklin, nel 1754, operò i primi tentativi di organizzare tale malcontento su di un piano operativo. L'Inghilterra reagì con misure di repressione economica. I coloni si diedero allora alla pratica intensiva del contrabbando. Ciò provocò un ulteriore giro di vite da parte dell'Inghilterra, che sguinzagliò le proprie navi in una caccia spietata ai contrabbandieri.

A questo punto la Massoneria assunse con decisione il ruolo di "forza politica traente "nel processo rivoluzionario che ormai ineluttabilmente si andava evidenziando nel Nuovo Mondo. La Massoneria infatti era presente in forze nell'America del Nord.

Narra Bernard Fay (29/162) che già prima del 1717 essa aveva preso ad operare a Filadelfia ed a Boston e che, nei decenni successivi, si andò estendendo in tutte quelle colonie come un'autentica ragnatela. Può sorgere un dubbio: com'era possibile che una organizzazione avente un fondamento rabbiosamente anti-cristiano quale la Massoneria potesse operare ed avere successo nella Nuova Inghilterra, senza collidere col fanatismo religioso dei coloni? Ma la risposta è semplice: Calvinismo e Massoneria puntavano ad introdurre nella società modi di vita sostanzialmente analoghi: individualismo esasperato, attivismo capitalista, spregiudicatezza affaristica, idolatria del successo economico.

Da ambedue promanava inoltre un fanatico anelito libertario ed una implacabile avversione nei confronti dell'intero mondo della tradizione europea. Un banalissimo esempio può forse illustrare con efficacia "visiva" questo asserito parallelismo esistenziale tra la weltanschauung calvinista e quella massonica: mentre nella Nuova Inghilterra i frequentatori delle Università e delle Chiese venivano assegnati ad ordini differenti di posti, a seconda che fossero abbienti o indigenti (19/ 36), la Massoneria diramava in Francia una serie di circolari, con le quali raccomandava alle logge di limitare l'ammissione dei profani di modeste condizioni (33/150). Il " trait d'union " fra la Massoneria d'America e quella d'Europa era diventato Benjamin Franklin, il quale aveva creata una perfetta sintonia di pensiero fra i rivoluzionari del Vecchio e del Nuovo Mondo. " Quando, nel 1789, scoppiò la Rivoluzione Francese ", ha constatato Daniel Mornet (39/ 409), "coloro che su di essa agirono più potentemente furono proprio quelli ch'erano stati maggiormente penetrati dalle lezioni dell'esperienza americana ".

Lo stesso autore riporta la testimonianza di una delle nobildonne più in vista della Parigi dell'epoca, la viscontessa de Fars-Fausselandry (39/408): " La causa degli Americani ci sembrava la nostra. Eravamo fiere della loro vittoria, piangevamo delle loro disfatte. Ci si strappava di mano i bollettini, li si leggeva in tutte le case ". E rimarca Jacques Godechot nel suo libro " La grande Nazione " (40/10): " Gli storici americani, analizzando le cause della Rivoluzione degli Stati Uniti e paragonandole alle cause della Rivoluzione Francese, hanno anch'essi concluso che alla fine del secolo XVIII ed all'inizio del secolo XIX vi fu non già una serie di rivoluzioni isolate e scarsamente collegate fra loro ma una grande rivoluzione occidentale o atlantica, nella quale si possono distinguere una "fase americana' ed una "fase francese"".

Così, in stretta connessione ideologica ed operativa con le logge d'Europa, le logge d'America andarono preparando la " loro " rivoluzione. A Benjamin Franklin si affiancarono altri massoni di rango, quali Thomas Jefferson, George Washington, il marchese de la Fayette e John Adams, coadiuvati da altri uomini di prim'ordine, quali Sames Otis, Alexander Hamilton, Thomas Paine ed altri ancora, tutti imbevuti d'idee massonico-illuministiche. Grazie a tutti costoro, una vera e propria ondata d'ideologismo rivoluzionario si abbatté su tutte le colonie inglesi d'America. Tale opera di " sovvertimento ideologico " fu così profonda e pregnante che John Adams, a cose fatte, non si peritò di ammettere: " La rivoluzione ebbe luogo nella mente del popolo prima che fosse versata una sola goccia di sangue presso Lexington " (21/25). L'intensa propaganda valse a dissimulare, almeno inizialmente, le motivazioni meramente economicistiche dei manipolatori di capitali del Nord, le cui istanze sarebbero entrate più tardi in drastica collisione con la classicheggiante concezione di vita della società agraria del Sud.

La sera del 16 dicembre 1773 la prima azione provocatoria dei massoni d'America partì dalla Taverna del Dragone Verde, in Boston, ove la Loggia di Sant'Andrea usava tenere le proprie riunioni. Gruppetti d'uomini travestiti da, Pellerossa raggiunsero in scialuppa tre navi inglesi cariche di thé, che stavano ancorate nel porto, e buttarono a mare l'intero carico. Fu la scintilla destinata ad accendere le polveri della sfida e della rivolta anti-inglese, sfruttando il malcontento dei coloni per una tassa imposta da Londra sulle importazioni del thé in America.

La desiderata rappresaglia inglese scattò puntuale, mettendo in moto la spirale dell'ostilità e dell'odio, ch'è tipica della strategia di tutte le cospirazioni rivoluzionarie. La lotta armata fra le colonie inglesi d'America e l'Inghilterra, dopo una lunga serie di mosse e contromosse politiche ed economiche, ebbe inizio il 19 aprile 1775. Sulla piana erbosa di Lexington, piccolo villaggio situato fra Boston e Concord, si trovarono a fronteggiarsi truppe britanniche, agli ordini del generale Thomas Gage, ed una variopinta moltitudine d'insorti. Fu quello il momento preciso in cui il processo rivoluzionario scandì il suo primo decisivo rintocco sul quadrante della storia mondiale. Erano due mondi antitetici e guardarsi in faccia, l'uno irriducibile all'altro. Contro il vecchio ordine sociale, simbolizzato dai fanti d'Inghilterra, irrompeva la Rivoluzione Armata: sul momento quella Americana, in appresso quella Francese, più tardi quella Russa.

Qui non interessa l'esame particolareggiato delle varie vicende della lotta in armi, che poi segui per oltre un anno a quel primo scontro di Lexington. E' sufficiente dire ch'essa ebbe il suo epilogo con la nascita degli Stati Uniti d'America.

Il 4 luglio 1776 infatti tredici colonie (Maryland, Delaware, Virginia, North Carolina, South Carolina, Georgia, New Jersey, Pennsylvania, New York, Massachusetts, Rhode Island, New Hampshire, Connecticut) si costituirono in Stati Uniti e, con ciò, proclamarono la propria indipendenza. Ben 50 dei 56 uomini che firmarono la dichiarazione d'indipendenza degli Stati Americani erano massoni (30/276). A dire il vero, anche un quattordicesimo territorio, il Maine, avendo i suoi abitanti partecipato alla lotta, avrebbe avuto buon titolo ad essere, sino dall'inizio, uno degli Stati "uniti". Ma coloro che, da dietro le quinte, avevano diuturnamente alimentato la rivoluzione, non lo permisero: essi vollero invece che la nascita degli Stati Uniti d'America risultasse consegnata alla Storia in perenne simbiosi con una precisa simbologia illuminatico-massonica.

Il Maine, per ciò, dovette attendere ancora del tempo, prima di essere proclamato Stato, in modo che il numero " 13 " rimanesse legato all'origine della sorgente Nazione. Perché proprio il numero " 13 "? Per due motivi: in primo luogo, perché al grado tredicesimo della scala massonica corrisponde, come parola sacra, il nome di Jehova (61/62); ma anche perché tredici erano i gradi d'iniziazione dell'Ordine degli Illuminati, fondato pochi mesi prima da Weishaupt (37/134). E ciò è confermato dal fatto che simbolismi della medesima specie furono poi ripresi ed enfatizzati in modo addirittura sfacciato negli anni seguenti: dapprima attraverso il Gran Sigillo di Stato, in ultimo attraverso il biglietto da un dollaro.

L'incarico d'ideare un Sigillo fu dato dal Congresso a Benjamin Franklin, a Thomas Jefferson ed a John Adams. I tre si mostrarono alquanto indecisi sul tema iconografico da scegliere: così, mentre Jefferson, ad esempio, proponeva che fosse effigiata la peregrinazione degli Ebrei nel deserto del Sinai (14/55), Franklin propendeva invece per un'illustrazione di Mosè che apre le acque del Mar Rosso (42/17). Ci volle, in verità, molto tempo perché il Gran Sigillo degli Stati Uniti giungesse ad avere l'aspetto odierno: doppia facciata, con motivo del " 13 " sul retto e con simbologia dell'Ordine degli Illuminati sul rovescio, il tutto variamente integrato ed arricchito di significato con qualche ulteriore " segno " ebraico.

Il retto del Sigillo venne così a raffigurare un'aquila, sormontata da 13 stelle, assemblate fra loro in modo da formare una stella maggiore a sei punte, emblema del Sigillo di Salomone, ovvero della Stella di David. Negli artigli dell'aquila furono poste 13 frecce ed un ramoscello con 13 foglie. Uno scudo adornato da 13 strisce fu posto infine a protezione dell'aquila.

Sul rovescio del Sigillo fu invece raffigurata la piramide tronca, di 13 scalini, emblematica dei gradi d'iniziazione illuminatica. Sulla piramide tronca, più in alto, fu collocato l'Occhio Onniveggente, racchiuso in un triangolo. In merito a tale simbolo, così si esprime Giuseppe Gangi nel suo libro I misteri esoterici: "Il triangolo della simbologia massonica risale al resch ebraico, la "R' di forma triangolare, che significa "testa" e che serve a designare Dio, di cui le Tavole della Legge proibiscono la rappresentazione antropomorfica" (43/205). Né vi è dubbio che si trattasse proprio del Dio degli Ebrei, giacché il " 13 " ricorrente negli scalini sottostanti e nel soprastante motto " Annuit Coeptis " stava appunto a significare ed a richiamare, come si è già specificato, il nome di Jehova. Infine sulla base della piramide fu iscritta la data " MDCCLXXVI ", a prima vista celebrativa della conseguita indipendenza nazionale. Ma, poiché quella stessa data figurava già da un paio di mesi sull'identica piramide adottata da Weishaupt come emblema degli Illuminati, a celebrare la nascita di tale società segreta, ecco che qualche dubbio interpretativo diviene giustificato anche in questo caso.

Dev'essere precisato, per completezza d'informazione, che il rovescio del Sigillo non entrò mai nell'uso corrente. Ma non bisogna equivocare su tale circostanza: essa non sta affatto a testimoniare un ripudio di " quella " simbologia e dei connessi valori e significati. E ciò è tanto vero che, a decorrere dal 1935, il Sigillo tutto intero, ossia completo di dritto e di rovescio, fu utilizzato come motivo iconografico sul biglietto da un dollaro. Sul basso di tale biglietto è scritto in bella evidenza: " The Great Seal of United States ".

Restano da risolvere un paio di quesiti piuttosto interessanti. Perché mai una così complessa simbologia illuminatico-massonica fu collocata proprio sul Gran Sigillo degli Stati Uniti? E perché, in seguito, il Gran Sigillo fu trasferito pari pari sul biglietto da un dollaro? Se si tiene conto della mistica massonica, ovvero di quell'esasperata mitologia del simbolismo che la quintessenzia, la risposta appare del tutto scontata. Per essa un " sigillo " è un vero e proprio talismano, dotato della virtù di conferire potenza, ossia capacità di dominio sul pensiero e sulle azioni degli altri uomini (42/27). Dunque, apponendo i propri simboli sul Sigillo della nuova Nazione sorta in America, Illuminati e Massoni attivavano le " arcane forze" che avrebbero consegnato nelle loro mani il potere su quella Nazione.

Più tardi, quando l'economia statunitense, da loro ormai pienamente controllata, fu rivolta a conquistare l'egemonia sui mercati mondiali, il Gran Sigillo fu trasferito sul biglietto da un dollaro, affinché quella moneta diventasse, a sua volta, strumento di potenza sul mondo intero. Fu prescelto il biglietto da un dollaro, con esclusione degli altri valori, poiché in tutte le tradizioni mistico-esoteriche, da Lao-Tse a Plotino, da Pitagora a Dante Alighieri, dai Cabalisti ai Rosacroce, dall'Ebraismo alla Massoneria, l'Uno è il segno che rappresenta Dio. Su quel biglietto di banca si realizzò dunque una perfetta simbiosi fra il Dio degli Ebrei, inverantesi per il nuovo Popolo Eletto nell'oro terreno, ed il Dio dei Puritani, dispensatore di ricchezze ai propri devoti.

In definitiva, la nuova entità statale sorta dalle colonie inglesi d'America volle porsi ostentatamente, fin dall'inizio, fin dall'origine, come lo Stato preteso e realizzato dai manipolatori di capitali, per affermare l'inizio di un Nuovo Ordine Mondiale: quello fondato sulla supremazia del Denaro rispetto a qualsiasi altro valore.

4) L'élite borghese e la Costituzione

Una volta proclamata l'indipendenza Nazionale e gradualmente spentasi nel popolo la strumentale "ubriacatura d'ideologia", venne al pettine un nodo di fondamentale importanza: quello dell'attribuzione costituzionale del potere politico nel nuovo Stato.

La rivoluzione delle colonie inglesi d'America, come già si è detto, era stata gestita, tramite la Massoneria, dall'élite borghese, le quali avevano anche anticipato ai rivoltosi le ingenti somme occorrenti a fare fronte alle spese militari. Ma su quelle somme, è superfluo dirlo, avevano anche imposto un alto tasso d'interesse. Ed ora, a rivoluzione conclusa, essi pretendevano il sollecito pagamento dei propri crediti: né erano disposti ad accettare moneta cartacea, essendo bene consapevoli dell'inconsistenza di quella cartamoneta, gravemente svalutata dall'inflazione (23/161).

Di fronte agli speculatori ed ai banchieri, in contrasto con essi, stava il popolo degli umili, dei diseredati, degli ingenui idealisti, che incominciava molto confusamente a percepire di essere stato vittima di un gioco ordito sulla sua testa e di avere lottato per fini di giustizia sociale che, a gioco concluso, apparivano non meno irrealizzati ed irrealizzabili di prima. In siffatta, instabile e per loro preoccupante situazione, i manipolatori di capitali intuirono la necessità di un modello di assetto costituzionale che fosse idoneo a tutelare efficacemente i loro interessi politico-economici e che fosse anche atto, per necessaria correlazione, a rendere dl tutto inoffensive le masse reduci dalla rivoluzione. In altre parole, essi mirarono ad individuare un assetto statale che, pur salvando una facciata di apparente partecipazione, lasciasse il potere reale interamente nelle loro mani. E compresero che, per ottenere ciò occorreva concentrare il massimo del potere nel Governo Centrale, riducendo al minimo quello degli Stati membri. Anche l'aristocrazia agraria del Sud era propensa a varare una Costituzione che fosse idonea ad attenuare quanto più possibile la "sostanza pleblea" della rivoluzione: ma ogni convergenza di opinione fra gli Stati del Nord e quelli del Sud finiva esattamente a questo punto. I secondi infatti non erano disposti ad accettare alcuna forma d, "bancocrazia", che avrebbe necessariamente indotto in una cronica posizione debitoria la società agricola del Sud, costretta in tale modo anche alla subalternità politica. In realtà, l'aristocrazia terriera sudista, ben convinta della superiorità della propria weltanschauung rispetto alla mentalità economicistica imperante al Nord, puntava fermamente ad assumere la leadership politica nazionale.

Le tesi degli speculatori e degli affaristi del Nord furono efficacemente sostenute da Alexander Hamilton, ministro del Tesoro, uomo politico di straordinaria astuzia ed abilità, il quale perorò l'adozione di una forma di rappresentatività ristretta, a base plutocratica ed elitaria, in luogo di quella "democrazia di massa" ch'era stata il miraggio incentivante alla rivoluzione. Queste tesi non furono adeguatamente contrastate dagli esponenti del Sud, ignari del fatto che Hamilton aveva già bello e pronto un piano per consegnare la somma dei poteri sociali nelle mani dei grandi capitalisti, agevolmente in grado con la loro onnipotenza economica di condizionare, corrompere e coartare un Governo Centrale, che fosse costituzionalmente sovraordinato a quelli locali.

Non può destare meraviglia il fatto che il massone Thomas Jefferson, celandosi dietro il proprio fiduciario James Madison, abbia prontamente accettato un tale disegno costituzionale, fondamentalmente lesivo degli interessi del Sud. Non mancarono tuttavia alcuni spiriti avveduti, i quali aspramente denunziarono la mistificazione che veniva ordita. Fra essi vanno ricordati William Grayson e specialmente Patrick Henry, il quale strenuamente protestò ch'era stato inutile lottare per staccarsi dalla Gran Bretagna, dato che una monarchia assoluta veniva sostituita con un altro governo di tipo assolutistico. Ogni protesta tuttavia fu vana. Il 17 settembre 1787 fu varata una Costituzione nazionale perfettamente in linea con le richieste e con gli interessi dei gruppi di pressione del Nord. Secondo tale Costituzione, il potere esecutivo veniva attribuito ad un Presidente designato dai gruppi dell'Assemblea Parlamentare: quest' ultima eletta con criteri di censo.

George Washington fu il primo Presidente degli Stati Uniti d'America.

Dopo di che, Alexander Hamilton volse il suo impegno ad attuare lo stratagemma che aveva ideato per condurre immediatamente l'Unione sulla via maestra del Capitalismo: ed il punto di attacco di tale operazione fu quello del debito pubblico. Nel 1789 il debito nazionale degli Stati Uniti d'America era semplicemente colossale: grande parte di esso era stato assunto in varia misura dagli Stati membri. Circa i quattro quindi delle obbligazioni dell'Unione erano comunque in mano ad affaristi dell'Unione stessa, per lo più del Nord: il rimanente quinto risultava collocato all'estero. Ebbene, Hamilton ottenne che l'intero debito fosse assunto in proprio dal Governo Federale, il quale s'impegnò a destinare irrevocabilmente una parte delle proprie entrate al pagamento non solo del debito ma anche dei relativi interessi.

Ciò procurò un grande beneficio ai capitalisti del Nord, possessori delle obbligazioni, giacché impedì che gli Stati membri avessero a decurtare unilateralmente e coercitivamente, a danno dei ereditari, il debito stesso. Ma procurò, per converso e senza alcuna compensazione, un danno sensibile alle popolazioni del Sud, chiamate, attraverso il prelievo fiscale, ad arricchire i capitalisti del Nord, destinatari del rimborso da parte del Governo Federale.

Per di più, i pochi affaristi del Sud in possesso di obbligazioni dell'Unione furono raggirati dagli speculatori del Nord con assoluta protervia. Costoro infatti, non appena il Congresso ebbe deliberata la legge che poneva il debito pubblico a carico del Governo Federale, s'imbarcarono in folta schiera, a Filadelfia ed a New York, sulle due navi più veloci fra quelle disponibili, dirigendosi in tutta fretta alla volta del Sud, ancora ignaro della nuova legge: ed, in tale modo, riuscirono ad incettare per pochi soldi i titoli di credito ch'erano in mano ai meridionali (23/185).

L'ira e lo sdegno dell'opinione pubblica del Sud trovarono espressione, ancora una volta, nelle parole di Patrick Henry, uno dei " padri " dell'Indipendenza: " Non contenti di avere la maggioranza nelle assemblee, gli Stati del Nord vogliono tutto quanto possediamo... Questa è una lotta sia per il denaro che per il potere" (23/185). Hamilton, non di meno, proseguì imperterrito nel suo disegno di consegnare l'Unione nelle mani dei manipolatori di capitali e chiese, di lì a poco, la creazione di una Banca Centrale degli Stati Uniti. In mano alla classe capitalista essa sarebbe stata una poderosa macchina per drenare fondi ed investirli nelle attività economiche settentrionali: e, naturalmente, le azioni della Banca sarebbero state sottoscritte dai capitalisti stessi. Quanto alla natura delle attività della Banca, Hamilton fu esplicito: essa avrebbe anticipato denaro a mutuo agli uomini d'affari ed ai manufatturieri. In ogni caso, non agli agricoltori ed ai contadini.

Il Congresso, nel quale i rappresentanti del Nord erano più numerosi di quelli del Sud, approvò la richiesta di Hamilton: e, com'è facile immaginare, l'intero pacchetto azionario della Banca fu sottoscritto da affaristi del Nord, ai quali si aggiunse qualche europeo. Infine l'inarrestabile ministro del Tesoro diresse la sua azione politica a promuovere l'avvento della Rivoluzione Industriale in America. Tariffe di protezione, premi alle manifatture, credito, largo impiego delle donne e dei fanciulli: questi alcuni degli "attivanti " da lui escogitati.

Quanto al Sud, esso avrebbe avuto il compito di fornire prodotti agricoli grezzi alle industrie settentrionali. "Era, in sostanza", fa notare Raimondo Luraghi (23/186), " la riduzione del mezzogiorno allo 'status' coloniale. Attraverso il consolidamento del debito pubblico, la costituzione della Banca degli Stati Uniti e le incentivazioni ulteriori alla Rivoluzione Industriale, il capitalismo settentrionale era andato sviluppando un vero e proprio Termidoro ". Le masse popolari ne furono irritate ed allarmate: i contadini erano furenti. Ad essi mancava solo una leadership per dare vita ad un formidabile partito di opposizione, che si sarebbe drizzato a sbarrare il passo alle trame nordiste. E la leadership venne: la fornì la classe sociale che per natura era più ostile al capitalismo del Nord: la élite dei piantatori sudisti (23/186).

5) La Guerra di Secessione

Era ormai del tutto evidente che gli Stati Uniti d'America inglobavano nel loro assetto due mondi del tutto dissimili, estranei fra loro: i Territori Yankees del Nord e la Dixie-Land del Sud. La differenziazione fra il Nord ed il Sud aveva avute origini remote e motivazioni alquanto complesse, riconducibili tuttavia a tre fattori fondamentali: a) il clima dei territori colonizzati, b) l'estrazione sociale e religiosa dei coloni, e) la cultura e la rispettiva scelta di vita.

Sono temi che occorre approfondire: facciamo dunque un passo a ritroso e, per un'esigenza di semplificazione espositiva, consideriamo separatamente il modo di formazione delle colonie inglesi d'America, distinguendo appunto quelle del Nord da quelle del Sud.

I primi coloni sbarcati sulle coste settentrionali del Continente Americano, Più o meno all'altezza dell'attuale città di Boston, trovarono ad attenderli un cielo lugubre ed un clima aspro: rigido d'inverno, pesante d'estate. Essi tuttavia non si sgomentarono più di tanto per quelle poco accoglienti condizioni ambientali che, tutto sommato, richiamavano da presso quelle della natia Inghilterra. Da Puritani, si sentivano legati al cielo da un patto che garantiva loro di riuscire sulla terra: in cambio di un'esistenza rigorosamente osservante dei precetti contenuti nelle Sacre Scritture, consideravano come dovuto corrispettivo che il Signore favorisse i loro traffici.

Per predisposizione religiosa, essi erano dunque lavoratori e speculatori accaniti, senza pietà né scrupoli, interamente protesi a fare fortuna, incapaci di frivolezza, dall'aspetto austeramente dignitoso e compassato. Nei territori da loro colonizzati avevano introdotta la peggiore tirannia delle sette religiose, la persecuzione dei dissidenti, la condanna a morte - il rogo o la forca - per i seguaci del Maligno. Celebre,l'episodio delle " streghe " di Salem. L'economia era interamente basata sui traffici, sul commercio, sulla speculazione, sulla manifattura e sulla tratta dei negri: quest'ultima consentì il sorgere nel Nord

delle prime grandi fortune. Per praticare il traffico degli schiavi i negrieri puritani non esitarono ad accantonare i principi di uguaglianza universale e di libero lavoro, in nome dei quali avevano abbandonata l'Europa e preso possesso del Nuovo Mondo. La giustificazione, tipica della mentalità capitalistica, fu data dal seguente sillogismo: "Il Signore benedice la ricchezza e, poiché la tratta dei negri è il mezzo più rapido per conseguire la ricchezza,il Signore benedice la tratta ". Per ciò i porti delle colonie del Nord presero a pullulare di navi negriere, che partivano cariche di rhum da Newport, Providence, New Bedford, Boston. In Guinea veniva realizzata la permuta con schiavi e questi poi erano rivenduti in tutte le colonie, specialmente in quelle del Sud e nelle Antille.

E' da tenere presente, per ciò, che la schiavitù non fu affatto fenomeno esclusivo del Sud ma fu comune anche al Nord e ad altri territori. Se al Nord essa si sviluppò meno che altrove, ciò fu dovuto unicamente al fatto che il clima rigido, l'economia e, soprattutto, le coltivazioni ivi praticate non si prestavano, se non assai scarsamente, all'utilizzazione degli schiavi come redditizia forza di lavoro. Come ha scritto Leo Huberman: " ... gli abitanti della Nuova Inghilterra non avevano alcuna obiezione a servirsi degli schiavi, ma non sapevano cosa farsene " (19/31). Né va ignorata la circostanza che, al momento di redigere la Dichiarazione d'Indipendenza, fu proprio un eminente uomo del Sud, quale Thomas Jefferson, a caldeggiare l'abolizione della tratta dei negri: mentre fu proprio il Nord, per volontà dei suoi mercanti, a fare rigettare quella proposta (23/145).

Del tutto diversa era l'estrazione sociale e religiosa dei coloni installatisi al Sud: se i settari protestanti del Nord appartenevano al ceto mercantile ed alle libere professioni, questi erano invece in gran parte gentiluomini spiantati, rampolli della piccola nobiltà campagnola, avventurieri ed ex galeotti, piccoli artigiani, in grandissima prevalenza di religione anglicana (44/VIII/578). Di conformazione mentale piuttosto " tradizionale ", essi non consideravano affatto la ricchezza ed il successo economico quali valori etico-religiosi: al contrario, il mondo dei traffici e dell'usura, della speculazione e del maneggio del denaro aveva per loro - come per tutto il mondo " tradizionale " europeo - una connotazione in qualche modo "peccaminosa". Anche l'ambiente geografico contribuiva a differenziare questa gente schietta e sanguigna, aperta alle passioni ed ai moti del sentimento, dai tetri e rigidi coloni del Nord: al Sud il clima era dolce, simile a quello mediterraneo, o addirittura tropicale. In un tale quadro ambientale, la vita appariva un invito alla gioia ed alla serenità e predisponeva alla più naturale delle attività lavorative: l'agricoltura.

1 primi tempi, a dire il vero, erano stati difficili, poiché i semi dei cereali europei, che i coloni avevano portati con sé, si erano rivelati inadatti alla grassa terra della Virginia, ove il capitano John Smith con centotre compagni aveva fondato nel 1607 il primo centro abitato e fortificato, denominandolo Jamestown. Decimati dalla fame, dalle malattie e dalle risse, una quarantina di sopravvissuti erano stati infine salvati dal capo pellerossa Powhatan, che aveva offerta loro la sua amicizia ed insegnata la coltivazione del mais.

La seconda coltivazione introdotta era stata quella del tabacco, un ottimo tabacco dolce, che si era rivelato una buona fonte di reddito. Sorgeva però il problema della mancanza di un adeguato numero di braccia lavorative, poiché i Pellirosse, ai quali quei coloni guardavano con rispetto, consideravano degradante lavorare la terra e perciò rifiutavano di prestarsi a tale incombenza. Fu così ch'ebbe inizio, dapprima in sordina, l'utilizzazione di schiavi negri, procurati da qualche trafficante olandese delle Antille. Non appena però i mercanti inglesi ed i capitalisti del Nord ebbero percepita la reale portata di quella fonte di guadagno, la tratta dei negri passò quasi completamente nelle loro mani e fu intensificata al massimo.

L'afflusso degli schiavi nei mercati di Charleston, di Savannah, di Norfolk determinò la graduale scomparsa della mano d'opera bianca. I bianchi divennero in buona parte possidenti terrieri, assorbiti nella direzione delle proprie coltivazioni e fattorie. Prese forma così al Sud una configurazione sociale aristocratica ed agraria, in antitesi a quella borghese e mercantile del Nord. Queste differenze si accentuarono nella seconda metà del 1600, con l'afflusso di nuovi coloni sia al Sud che al Nord. Dall'Inghilterra infatti, dopo l'esecuzione di Carlo I Stuart, avvenuta nel 1640 per volere di Oliver Cromwell, cercarono rifugio nelle colonie del Sud un certo numero di nobili, di cavalieri, di baroni: tutti seguaci del defunto Stuart.

Al Nord invece trovarono accoglienza, appena pochi anni dopo, i seguaci di Oliver Cromwell, costretti anch'essi ad allontanarsi precipitosamente dall'Inghilterra in conseguenza del ritorno sul trono di uno Stuart. L'odio fra " stuartiani " e " cromwelliani " divenne quindi odio fra coloni del Sud e coloni del Nord e si aggiunse agli altri preesistenti e profondi fattori di attrito fra Nord e Sud.

Una Costituzione nazionale, congegnata in modo di consegnare la somma dei poteri sociali nelle mani dei Manipolatori di Capitali settentrionali, non era certo in grado - è del tutto ovvio - di sanare l'antagonismo latente fra il Sud ed il Nord: ché anzi esso si venne approfondendo ed esteriorizzando anche sotto nuovi aspetti. Un emergente motivo di contrasto fu, tra gli altri, quello culturale-esistenziale: infatti, come già nei confronti dei Pellirosse, si delineò anche in questo caso una vera e propria contrapposizione fra " concezioni del mondo " antitetiche. Già a partire dal XVI secolo i manipolatori di capitali avevano avviata in Europa una sistematica opera di sovvertimento intellettuale (3/31), perché fungesse ovunque da " onda portante " di un radicale sovvertimento anche politico.

Uno dei momenti salienti del processo, attraverso il quale si andava attuando lo stravolgimento del modo di pensare " tradizionale ", era stato raggiunto con la formulazione della " dottrina del liberalismo ". Per l'esattezza, la sistematizzazione del "pensiero liberale" da parte di Adam Smith aveva costituito il momento culminante di un incessante lavorio di aggiustamento dei princìpi economici alle esigenze di dominio mondiale dei Capitalisti. Ebbene, le colonie della Nuova Inghilterra e successivamente gli Stati del Nord avevano rappresentato il riuscitissimo " esperimento " del Capitalismo Internazionale di creare dal nulla, nel bel mezzo dell'età delle monarchie d'ispirazione teocratica, una società integralmente basata sui princìpi del liberalismo in economia, ossia sulla legge del mercato, del profitto, dell'utilità personale. " Con il crescere di una classe borghese moderna, forte, sicura di sé ", conferma Raimondo Luraghi (23/305), " era andata sviluppandosi nel Nord un'ideologia che considerava il capitalismo liberale e la società liberale da esso generata come il migliore dei mondi possibili ".

Una tale concezione di vita, già lo sappiamo, aveva trovato il suo ideale supporto nel Puritanesimo di scuola calvinista: l'antica ideazione puritana del duello perpetuo tra i " figli di Satana " e gli " eletti del Signore " trovava piena corrispondenza nella contrapposizione fra " progresso " e " reazione ", intendendosi per progresso il mondo della " libera impresa " (23/305). Dati tali presupposti, non ci volle molto perché gli uomini del Nord si convincessero di avere una vera e propria " crociata liberale " da compiere, onde imporre il proprio sistema di vita a tutto il mondo e, tanto per cominciare, agli Stati del Sud.

Il Sud era di tutt'altro avviso. Sino dalla sua prima colonizzazione la sua cultura era stata orientata verso un accentuato classicismo. "Le grandi ombre di Livio e di Plauto ", dice con bella immagine Luraghi (23/173), " avevano vegliato sulla culla della Virginia ". Se dunque l'ideologia puritana era stata la più adatta al ceto mercantile della Nuova Inghilterra, del tutto differente era stato il modello di cultura affermatosi al Sud.

La "casta di signori", che aveva assunto il potere nella società agraria del meridione, aveva sempre preferito riconoscersi nella Roma repubblicana: per l'esattezza, nella classe agraria severa, frugale, priva di ostentazione, colta, dotata di un profondo senso dello Stato, che aveva guidato il popolo dell'antica Roma lungo la via della libertà, contro i re ed i tiranni. Lo stesso principio della libera unione di comunità locali, tanto caro al Sud, era una reinterpretazione in chiave moderna dei criteri, ai quali era stata informata l'antica confederazione romano-italica. D'altra parte, le biblioteche delle più illustri famiglie della élite agraria sudista erano prevalentemente dotate di opere della letteratura classica.

E ancora: nel 1776 Charles Lee, scrivendo ad un altro virginiano illustre, Patrick Henry,rimpiangeva di non essere venuto al mondo nel glorioso terzo o quarto secolo della Repubblica Romana: aggiungeva tuttavia di essersi riconciliato col suo destino, essendogli toccato in sorte di vivere in tempi altrettanto gloriosi quanto quelli di Roma e tanto simili ad essi: precisava inoltre di essersi formato alla lettura di Plutarco (23/174).

L'ombra di Roma insomma si stendeva imponente su tutto il Sud, assumendo talora forme teatralmente esteriori: Campidoglio era detto il luogo destinato ad ospitare l'assemblea parlamentare: Roma, Atene, Alessandria erano i nomi di alcune cittadine del Sud: motti latini e fasci littori apparivano in abbondanza nella simbologia ufficiale: costruzioni simili a templi ellenico-romanici sorgevano nelle zone più belle sia delle maggiori città che dei più minuscoli paesi: la figura di George Washington, normalmente accostata a quella di Cincinnato, veniva scolpita da Antonio Canova coperta dalla lorica ed assisa sulla sella curale: mentre Horatio Greenough fissava il primo presidente degli Stati Uniti d'America addirittura nella posa di Giove Ottimo Massimo (23/178).

Uno degli strumenti in cui gli statisti del mezzogiorno confidavano di più per costruire una nuova generazione di "romani" era la diffusione della cultura laica. Per ciò, mentre nella Nuova Inghilterra l'imperversante dispotismo delle sette religiose ancora asserviva le scuole al pulpito, assimilando le stesse università a scuole di teologia, nel Sud si era viceversa sviluppato un grande movimento culturale per l'apertura di università di Stato, aventi un'impostazione decisamente aconfessionale. Nel 1785 venne fondata ad Athens, in Georgia, la University of Georgia. Nel 1786 fu fondata l'Università del Maryland. Nel 1790 fu la volta della University of North Carolina, a Chapel Hill. Nel 1794 ebbe inizio, in Nashville, l'attività dell'Università del Tennessee. Toccò poi alla Università della Carolina Meridionale, a Columbia. Nel 1816 nacque infine la splendida University of Virginia, voluta da Thomas Jefferson. Le nuove università offrirono corsi di studio in cui i tradizionali insegnamenti teologici erano ridotti al minimo o eliminati del tutto. In compenso, esse brillarono subito per la magnificenza degli studi classici e storici, tanto che al Nord le si accusò di dedicare più tempo al greco ed al latino che non alla lingua inglese.

La polemica divampò violenta. Jefferson e Paine, unicamente ad altri esponenti della élite culturale del Sud, apertamente accusarono le Chiese del Nord di avere pervertito il Cristianesimo allo scopo di trarne denaro e potere. E tale accusa, evidentemente ben centrata (anche se non del tutto sincera in bocca a dei massoni), rese furibondi gli speculatori del Nord, i quali replicarono in una duplice direzione: in primo luogo svillaneggiando Jefferson con l'epiteto di " arciapostolo dell'irreligione ", in secondo luogo intimorendo il popolo minuto col raggelante vaticinio che l'aconfessionalismo politico praticato al Sud avrebbe finito, se non stroncato in tempo, col togliere a tutti la benevola assistenza del Cielo.

Il contrasto decisivo, che scatenò in armi Nord e Sud, l'uno ferocemente contro l'altro, fu tuttavia di natura prettamente economica.

Sino da prima del 1787 i territori del Sud erano venuti a trovarsi in una pesante situazione di sudditanza economica nei confronti delle colonie del Nord. Nella Nuova Inghilterra infatti, come già si è visto, si era sviluppata una vera e propria classe di capitalisti, che aveva creata un'industria di assoluto rilievo, prosperante in buona parte a spese delle popolazioni del Sud, dalle quali acquistava materie prime e prodotti agricoli, rivendendo ad esse invece manufatti industriali.

Tale stato di cose si era protratto senza variazioni fino al 1800, quando un certo Eliah Whitney, sceso al Sud dal Connecticut, era rimasto incantato dalla visione delle immense piantagioni di cotone ivi esistenti ed aveva messo a punto la prima sgranatrice meccanica, una prodigiosa macchina in grado di compiere in un giorno il lavoro di cento uomini. Quell'invenzione aveva dischiuse al Sud prospettive di autonomia economica prima impensabili. Infatti la coltivazione del cotone era subitamente divenuta, da scarsamente remunerativa, altamente redditizia: le 9.000 balle prodotte nel 1791 erano diventate 635.000 nel 1820, 1.350.000 nel 1830, 2.140.000 nel 185 e 3.850.000 nel 1860 (45/32). Le piantagioni si erano correlativamente estese oltre ogni dire, determinando il popolamento di altri territori, che poi si levavano in nuovi Stati: il Mississippi nel 1817, l'Alabama nel 1818, il Missouri nel 1821.

Il formidabile sviluppo assunto dalla coltivazione del cotone rilanciò nel Sud anche il fenomeno della schiavitù, che negli ultimi anni del 1700 era ormai languente e pareva avviato a spontanea estinzione. Parve proprio insomma che per il Sud si dischiudessero ammalianti prospettive di sganciamento dall'egemonia economica del Nord, poiché, per l'entusiasmo e l'euforia cagionati dalla prorompente attività cotoniera, anche altre industrie di diverso genere erano incominciate a nascere con buon successo. Grandiosi altiforni erano stati costruiti a Richmond, acciaierie ad Atlanta, industrie tessili nella Carolina del Sud.

E fu precisamente a questo punto che i capitalisti del Nord gettarono la maschera dell'ipocrisia, dietro la quale si erano in qualche modo celati per oltre un secolo, mostrandosi col loro vero volto. Essi decisero di spezzare le gambe al Sud e di rigettarlo irrevocabilmente in quelle condizioni di duro vassallaggio economico, dalle quali stava progressivamente uscendo. 1 capitalisti del Nord si dettero perciò a praticare su tutti i mercati un sistematico e massiccio "dumping", ossia una metodica e protratta vendita sottocosto, alla quale il Sud non fu assolutamente in grado di resistere (45/35).

Le principali industrie della Georgia, della Carolina del Sud, della Virginia, dell'Alabama furono tutte, una dopo l'altra, travolte dai fallimenti. Tuttavia i gentiluomini del Sud non parvero fiaccati da quella congiuntura così rovinosa. Essi tornarono, neanche malvolentieri, ad immergersi nella vita dei campi, ch'era pur sempre in grado - grazie al cotone, al tabacco ed allo zucchero - di assicurare loro prosperità e agiatezza. Ma il Nord, spinto dalla logica implacabile del profitto, puntò ad appropriarsi anche del reddito delle piantagioni, assumendo di fatto il monopolio commerciale del cotone del Sud ed incassandone più della metà dei ricavi.

Anche la rimanente parte del reddito, spettante al Sud, finiva comunque nelle casse del Nord, in cambio dei più svariati prodotti industriali: abiti, selle, carrozze, liquori, carta, utensili, strumenti di vario genere. Ad una tale forma di forzosa sudditanza economica si aggiunse per gli Stati del Sud una nuova, grave contrarietà: al censimento del 1840 la loro popolazione risultò per la prima volta meno numerosa di quella del Nord. Ciò comportava la prospettiva di una sudditanza anche politica - cronicizzata ed irreversibile - verso il Nord, poiché il Sud veniva a perdere nelle Camere parlamentari quella relativa maggioranza numerica, della quale aveva sino ad allora goduto.

Gli Stati del Sud per ciò decisero di opporsi con fermezza estrema almeno a quest'ultima iattura e, poiché il flusso d'immigrazione si era intanto notevolmente affievolito, pensarono di accrescere la consistenza numerica della propria complessiva popolazione per mezzo di un accresciuto acquisto di schiavi, da destinare anche all'occupazione di nuovi territori ed alla conseguente loro erezione in nuovi Stati amici.

Dal momento che la tratta dei negri era perfettamente lecita per la Costituzione nazionale, gli Stati del Nord non potettero opporsi a quell'estremo espediente, al quale il Sud affidava le proprie residue speranze di sopravvivenza. Allora gli speculatori, gli industriali del Nord, cementati tutti assieme dal comune interesse, scatenarono nel Continente Americano e nel mondo una tambureggiante campagna di odio contro la schiavitù, imputando ai proprietari di schiavi ogni sorta di efferata crudeltà. E la pubblica opinione, sprovveduta ed ingenua in ogni luogo ed in ogni tempo, fu - anche allora - facile preda di quella ben orchestrata campagna.

In realtà, il più di ciò che veniva narrato era fondamentalmente falso. "I proprietari di schiavi", scrive Dominique Venner (45/47), "avevano un interesse economico a mantenerne unite le famiglie ed a vigilare sulla loro buona condotta morale. Le donne non erano affatto costrette a dividere il letto coi loro padroni. In generale non avevano rapporti sessuali prima del matrimonio. I negri non erano costretti a lavorare fino all'esaurimento ma erano invece bene nutriti, bene alloggiati, bene vestiti, senza dubbio più che per filantropia per via del loro ruolo essenziale nella produzione ".

Argomentazioni analoghe si trovano in Carl Grimberg (46/ XI/11): "Nel Sud gli abitanti non dimostravano alcuna repulsione verso la pelle nera ed i bimbi bianchi venivano allattati da nutrici nere, mentre i più grandi giocavano insieme a schiavetti della loro età... In tutto il Sud i piccoli proprietari lavoravano fianco a fianco con i propri schiavi e li trattavano come figli". Vi era insomma, fra i bianchi e negri, molto più che il nudo rapporto da schiavo a padrone: spesso esisteva fra loro una consuetudine quasi di familiarità. Il negro poteva, senza scandalo, prendere l'omnibus a fianco dei bianchi. Lo schiavo anziano e fedele riceveva il titolo affettuoso di " zio ": egli veniva assistito e curato durante la vecchiaia.

Certo, sarebbe assurdo sostenere che la vita degli schiavi negli Stati del Sud fosse tutta rose e fiori: tuttavia essa era complessivamente migliore di quella che, nel medesimo periodo, conducevano gli operai bianchi nella fabbriche degli Stati del Nord ed in quelle dei maggiori Stati europei. Non aveva torto dunque il senatore J. H. Hammond, della Carolina del Sud, quando nel 1835 polemizzava nei termini seguenti con i manipolatori di capitali del Nord: "In tutti i sistemi sociali deve esserci una classe sociale che esegue i compiti inferiori, i lavori pesanti ed ingrati... Noi li chiamiamo schiavi... Schiavitù è una parola che orecchie bene educate non vogliono sentire. Non definirò dunque con questa parola tale classe nel Nord: ma anche voi l'avete, essa c'è, esiste ovunque, è eterna... La differenza tra noi e voi è che i nostri schiavi sono ingaggiati a vita e bene compensati: non c'è fame, mendicità, mancanza di lavoro tra noi: e neanche troppo lavoro. I vostri schiavi sono ingaggiati a giornata, nessuno si prende cura di loro, il loro compenso è misero... Le vostre città sono piene di mendicanti " (19/179).

D'altra parte, esiste una impressionante testimonianza di Friedrich Engels, riportata da Friedrich Heer nel libro " Europa, madre delle rivoluzioni ", a farci bene intendere l'infima qualità della vita della classe operaia nella prima metà del XIX secolo. " I miseri ", riporta Heer (47/I/428), " vivono seminudi, ammassati come bestie, in preda alla morte per fame ed allo sfruttamento. Mucchi di sporcizia, di fango per le strade, bambini affamati: gli operai vivono di carne marcia e di alimenti avariati. La schiavitù dei lavoratori risulta meno costosa al capitalista dell'antica schiavitù, secondo calcoli fatti da Adam Smith. L'età media dei lavoratori è di quindici anni. I figli degli operai muoiono prima dei cinque anni. Bambini di quattro o cinque anni lavorano nelle miniere di carbone e di ferro ".

Stando così le cose, è dunque evidente che la ragione vera ed unica dell'incalzante e brutale aggressione ideologica, scatenata dai capitalisti e dagli affaristi del Nord contro l'istituto della schiavitù, era tutt'altro che di ordine morale e filantropico: in realtà, il capitalismo del Nord voleva semplicemente il controllo pieno dell'economia del Sud. In verità, i settentrionali non avevano alcuna simpatia per i negri: al contrario, li consideravano " inferiori " e, come tali, li detestavano e disprezzavano.

"Quando nel 1835 a Canaan. nel New Hampshire, si aprì una scuola per 'negri liberi' ", narra Leo Huberman nella sua " Storia popolare degli Stati Uniti ", " Centinaia di uomini apparvero con un tiro da 100 buoi e trascinarono la scuola fin dentro una vicina palude " (19/179). Ma questo non è che uno soltanto dei molteplici episodi consimili, che parimenti potrebbero essere narrati. Perfino Abramo Lincoln, il " liberatore degli schiavi ", ebbe talvolta a pronunziarsi in modi che giustificano più di una perplessità sulla genuinità delle sue iniziative a favore dei negri. "

Esiste presso quasi tutti i bianchi ", egli scrisse nel 1857 (45/56), " una naturale ripugnanza all'idea di una mescolanza senza discriminazioni fra la razza bianca e quella negra. Mi ribello alla logica secondo cui, se non voglio una donna negra per schiava, debbo volerla necessariamente per moglie. Non ho bisogno né dell'una né dell'altra: sotto certi aspetti, essa non è certamente una mia pari. La separazione delle razze è la sola maniera efficace per prevenire l'amalgama ". Ed ancora, nel 1858, davanti ad un pubblico plaudente (22/239): " Io non sono, né sono mai stato in alcun modo, favorevole all'adozione dell'uguaglianza sociale e politica tra coloro che appartengono alla razza bianca ed i membri della razza nera. Dal momento che devono esistere una collocazione superiore ed una inferiore... io tendo ad assegnare la superiorità alla razza bianca".

Al dunque, ciò che unicamente interessava agli Stati del Nord - vale la pena di ripeterlo - era la liquidazione economica degli Stati del Sud. E la liberazione degli schiavi e la loro immissione nelle fabbriche del Settentrione avrebbe appunto determinata la completa e definitiva eliminazione dì ogni autonoma risorsa economica del Sud, in uno con l'espansione massima dell'apparato industriale nordista sull'intero territorio degli Stati Uniti.

Una precisa avvisaglia di guerra fu data dalle truci ribalderie che John Brown, un sanguinario appartenente ad una famiglia di pazzi, commise dal 1856 al 1859 in una vasta area della Virginia, del Kansas e del Missouri. Protetto e finanziato da due ricchissimi capitalisti di Boston, Gerrit Smith e Stearns Wendell Phillips, John Brown iniziò una sua personalissima lotta armata per liberare gli schiavi del Sud. Per ben tre anni egli non fece altro che tagliare gole e trucidare barbaramente quanti avevano la sventura d'incappare nella sua banda di delinquenti. Ogni qual volta si trovava a malpartito, egli si rifugiava prontamente nei confini di un qualsiasi Stato del Nord, ove godeva d'impunità sulla base del principio che " uccidere un sudista non era reato " (48). Finalmente catturato dai Sudisti, fu impiccato a Charleston il 2 dicembre 1859.

Ma i rapporti fra il Nord ed il Sud erano ormai complessivamente assai prossimi al punto di rottura. Gli Stati del Sud si sentivano sempre più estranei rispetto alla parte settentrionale dell'Unione: ed, invece, sempre più affini alle grandi isole dei Caraibi ed al mondo latino-americano in genere (49/167). Essi avevano ormai una loro peculiare e raffinata cultura, una loro specifica forma sociale, un'autonoma scala di valori. Né accettavano di essere considerati dalla supponenza degli Stati mercantilisti del Nord come un puro e semplice oggetto di sfruttamento.

Il 6 novembre 1860, con l'elezione di Abramo Lincoln a Presidente degli Stati Uniti d'America, la situazione precipitò. Lincoln non apparteneva alla classe politica degli Stati del Sud e questi, che già avevano dovuta accusare una serie notevolissima di contrarietà in sede legislativa, considerarono quell'elezione come la prova esplicita di una volontà persecutoria e discriminatoria nei loro confronti. Ne trassero dunque le estreme conseguenze, invocando una norma della Costituzione Nazionale mai applicata in precedenza: quella che attribuiva a ciascuno degli Stati dell'Unione il "diritto di secessione ". Gli Stati Uniti d'America infatti erano nati come "libera unione di liberi Stati " ed a tale loro irrinunziabile condizione avevano voluto conferire dignifìcazione e perpetuazione costituzionale, grazie appunto alla previsione di un vero e proprio diritto unilaterale di recesso, detto di secessione.

La Carolina del Sud fu il primo Stato a compiere un passo tanto grave. Elesse una Convenzione Popolare e questa il 20 dicembre 1860 decise: " L'Unione che esiste fra la Carolina del Sud e gli altri Stati, sotto il nome di Stati Uniti d'America, è disciolta ". L'esempio della Carolina del Sud fu imitato da altri sei Stati: nel gennaio 1861, in rapidissima sequenza, il Mississippi, la Florida, l'Alabama, la Georgia, la Luisiana ed il Texas proclamarono anche essi la secessione. Si aggiunse nel febbraio successivo, a costituire parte integrante della nuova entità politica che si andava così formando, la Nazione dei Pellerossa Cherokees. Quel mese stesso a Montgomery, capitale dell'Alabama, gli Stati secessionisti si riunirono fra loro in Confederazione. Jefferson Davis fu designato Presidente.

La neonata Confederazione, a dire il vero, non brillò affatto per amalgama delle sue componenti, giacché, dopo le prepotenze e gli abusi patiti per tanto tempo per mano degli Stati del Nord, le popolazioni secessioniste erano troppo gelose della ritrovata libertà e piuttosto restie ad accettare direttive troppo rigide dal loro Governo centrale.

Mentre la Confederazione stentava così a superare le proprie contraddizioni interne, l'Unione del Nord, indifferente alle profferte di amichevoli relazioni avanzate dagli Stati del Sud, freddamente preparava la guerra di aggressione. La decisione di dare inizio al conflitto fu presa personalmente da Lincoln, contro il parere di buona parte del suo Governo ma con l'appoggio di un'opinione pubblica che, grazie al martellante imbonimento ideologico del quale era stata fatta oggetto, era giunta al più cieco fanatismo.

La protervia dell'aggressione fu come una frustata in pieno viso per gli Stati del Sud che ancora facevano parte dell'Unione. Essi - Virginia, Arkansas, Tennessee, Carolina del Nord - ebbero una subitanea reazione di orgoglio ed immediatamente, a loro volta, proclamarono la secessione.

"Gli Stati del Nord", scrive Carl Grimberg (46/II/23), "si attendevano una guerra di pochi mesi, coronata da una vittoria rapida e facile". Ed, in vero, la Confederazione del Sud non era affatto preparata alla guerra e non disponeva delle forze sufficienti per affrontarla con ragionevoli speranze di vittoria. Di fronte alla schiacciante superiorità dell'Unione, dotata di ogni tipo di equipaggiamento, delle armi più moderne, di munizioni in esuberanza, di ottime ferrovie, di una buona flotta, di una notevolissima industria siderurgica, il Sud aveva ben poco da opporre, se non l'orgoglio e la forza della disperazione. "Dalla sola vendita di scarpe e di pellami", esemplifica Leo Huberman (19/183), "il Nord ricavava più del guadagno che il Sud era in grado di trarre dalla vendita dì tutto il suo cotone".

Comunque i Sudisti, se avessero evitato lo scontro frontale in campo aperto ed avessero invece adottato il metodo della guerriglia e dell'agguato reiterato nelle parti più impervie e nelle grandi foreste del loro immenso paese, avrebbero potuto certamente resistere anche all'infinito, causando ai loro avversari difficoltà e problemi difficilmente superabili. Indubbiamente una lotta per bande avrebbe consentito loro di restare sulla breccia assai a lungo " ... ma la cultura sudista", argomenta Luraghi (23/336), "si sarebbe essa stessa logorata e sfilacciata: insomma sarebbe stata condannata ad una lenta morte oscura, che ne avrebbe cancellato dalla Storia perfino il ricordo. Per ciò, scegliendo di cadere in piena luce, sul centro della rìbalta, con le armi in pugno, il Sud si preparò a "morire nel mondo per sopravvivere nella Storia': e chiunque abbia studiato a fondo la "cultura' del mezzogiorno, le sue speranze, i suoi miti, le sue realtà e le sue illusioni, può facilmente comprendere che questo - e non l'oscura guerriglia - era il 'suo modo di morire' ".

Le tribù pellirosse dei Creeks, dei Choctaws, dei Chichasawas, dei Seminoles si schierarono al fianco della Confederazione.

La guerra, iniziata nel 1861, durò cinque anni e fu letteralmente atroce, dilatata a dimensioni apocalittiche. Milioni di uomini si affrontarono, lasciando alle loro spalle la casa, la famiglia, il lavoro. Il fiore della gioventù americana scese nella tomba. Centinaia di migliaia di esseri umani rimasero mutilati, piagati psichicamente per il resto . dei loro giorni. Immense estensioni di terreno, un tempo floride e ridenti, furono sconvolte, devastate, ridotte a deserti. Decine e decine di fiorenti e belle città, di graziosi paesi, di villaggi furono trasformati in cumuli di macerie. 1 soldati dell'Unione ebbero il loro migliore condottiero nel generale Ulysses S. Grant, al quale fece da contraltare in campo confederato il generale Robert E. Lee.

Mentre si produceva quell'immane ecatombe, e grazie ad essa, le forze della rivoluzione capitalista, che avevano scatenata la guerra, si andavano arricchendo formidabilmente, attuando le più ciniche manovre finanziarie attraverso il controllo legale dell'inflazione, che consentiva loro di estinguere i debiti con moneta svalutata e di procacciarsi i crediti a basso tasso d'interesse.

Alla fine del 1864, malgrado il coraggio ed il valore dimostrato su ogni campo di battaglia, la Confederazione non fu più in grado di proseguire la lotta: ed il 9 aprile 1865, ad Appomattox, firmò la propria resa all'Unione. Il Sud praticamente non esisteva più: esso era uno sterminato campo di rovine, dove la popolazione moriva di fame. Circa 300.000 dei suoi uomini erano caduti, su una popolazione di poco più che cinque milioni!

In tanta rovina, qualche tenue motivo di speranza venne al Sud dall'atteggiamento di Lincoln, intenzionato a non infierire sui vinti ma ad usare nei loro confronti un trattamento d'indulgenza, come verso fratelli ritrovati. " Non possiamo macchiare la vittoria con la durezza" (46/II/38), egli aveva più volte proclamato. Non erano affatto queste però le intenzioni dei manipolatori di capitali del Nord: essi volevano che gli Stati del Sud fossero letteralmente schiacciati, onde poterli integrare nel proprio "sistema" di sfruttamento economico, in modo mai più discutibile né contestabile.

I banchieri ed i fornitori dell'esercito nordista erano inoltre fortemente contrariati dall'intenzione del Presidente di pagare i debiti, contratti dal Governo per fronteggiare le spese belliche, con i " greenbacks ", poiché questi erano carta-moneta stampata direttamente dallo Stato, inconvertibili in oro, basati unicamente sul credito del Governo Federale: e, se si fosse generalizzata ed istituzionalizzata la prassi di Governi battenti moneta in proprio, i grandi finanzieri avrebbero perduto quell'assoluto controllo della circolazione monetaria, che costituiva la chiave di volta e la fonte prima della loro onnipotenza economica. Per ciò, la sera del 14 aprile 1865, mentre assisteva ad una rappresentazione teatrale, Lincoln fu assassinato a pistolettate da un certo John Wilkes Booth (48/35), si dice su ordine di Judah P. Benjamin, dirigente dell'Ordine di Sion (50/36), nonché mandatario della plutocrazia nordista.

Ad evitare che l'assassino potesse essere interrogato provvide la polizia militare unionista, che pretestuosamente lo uccise. In questo modo, non solo non si parlò più di comprensione e di tolleranza verso il Sud ma, al contrario, fu scatenata una durissima campagna di linciaggio morale: Jefferson Davis, il Presidente sudista, fu gettato in carcere, incatenato come un malfattore, sottoposto ad ogni sorta di umiliazioni, torturato. Fu liberato un anno più tardi perché nessuna accusa era apparsa sostenibile a suo carico. Quanto ai " greenbacks ", ne fu bloccata l'emissione: ed i deputati corrotti - quelli cioè che nella circostanza si erano piegati ai voleri dei potentati finanziari - furono lautamente ricompensati con un gigantesco imbroglio, consumato ai danni dei reduci. A costoro infatti il Governo aveva rilasciati dei certificati di credito che, per effetto della svalutazione della moneta, si erano quasi completamente deprezzati. Una volta che i deputati-speculatori ebbero incettati questi certificati di credito ad un prezzo irrisorio, fu promulgato un provvedimento legislativo, che li rivalutava al cento per cento, con garanzia dello Stato.

Ad evocare ed a celebrare la funzione di ostacolo che i "biglietti dal dorso verde" avevano per qualche tempo dispiegata a fronte dell'avanzata dei manipolatori di capitali verso la conquista della somma dei poteri nel mondo, spuntò fuori una singolare canzoncina, riportata da Arthur Nussbaum nel suo libro "La storia del dollaro" (51/148):

"Di te vogliamo cantare, o Greenback, moneta della gente libera. E per tutti i tempi venturi i più grandi cantori di ogni terra canteranno in rime giocose:

L'oro non è re.

Infrangi le catene del vecchio Shylock

con tutti i suoi buoni-oro

le banche e gli anelli. I monopoli cadranno, in galera suderanno i ricconi. Allora solo regnerà la legge,

non i re del denaro".

Col fallimento della "guerra d'indipendenza" del Sud, ossia con la sconfitta della Confederazione, i capitalisti del Nord si affermarono dunque come il potere egemone degli Stati Uniti: e nulla poté più opporsi alla trasformazione di quel gigantesco paese nello strumento storico della Plutocrazia trionfante.

Al Sud calò immediatamente una folla variopinta ed eterogenea di speculatori dal Nord, che la vox populi definì con il termine di carpetbaggers, ossia di " uomini con la valigia " (23/380). " Naturalmente non tutti costoro furono dei disonesti ", spiega Luraghi (23/380), " né si trattava sempre di grandi speculatori: i più grossi si tenevano nell'ombra. Sta di fatto che in questo periodo fu facile al capitale nordista assicurarsi per pochi soldi il controllo delle piantagioni meridionali dai proprietari rovinati. Alcuni centri industriali cominciarono a sorgere qua e là, ma con capitale nordista, per avere sul posto sia la materia prima a buon mercato che una mano d'opera sottopagata " (23/380).

I dati anzidetti trovano conferma ed ulteriore ampliamento in Eric J. Hobsbawm (49/175): "Il capitalismo americano si sviluppò con rapidità vertiginosa dopo la guerra civile: in essa numerosi grandi imprenditori del tutto privi di scrupoli, noti con l'appellativo ben meritato di "robber barons', ossia di 'baroni della rapina', avevano trovate le migliori opportunità d'illimitato arricchimento. Diversamente dalla guerra civile e dal Wild West, l'era dei "robber barons" non è entrata a fare parte del mito popolare americano ma rimane ancora un elemento della realtà di quel popolo. I "baroni della rapina' continuano ad essere un aspetto visibile della scena economico-finanziaria. Si è sostenuto che molti dei grandi capitalisti americani furono in realtà degli innovatosi e dei creatori ma anche la mente dell'apologeta rimane in forse davanti ad imbroglioni fatti e finiti come i finanzieri Jim Fisk o Jay Gould ".

Raggelante appare la situazione dei vinti nelle parole di Dominique Venner (45/267): " Il Sud è vinto, dissanguato, in rovina. Ma questo non basta ai radicali del Nord. Quello che vogliono è distruggerlo da cima a fondo. Questa guerra non ha opposto solo due nazioni ma anche due società, due inconciliabili concezioni del mondo. Ha preso di primo acchitto l'andamento di una guerra di religione: si è alimentata col fanatismo degli estremisti. Ed ora non cessa con la fine delle operazioni militari. Il Sud subirà la sorte atroce che fu riservata un tempo ai Catari. Dietro la soldadesca marceranno gli inquisitori ".

Anche il massacro dei Pellirosse, per qualche tempo rimasto in sottofondo, fu ripreso con rinnovata ferocia. L'esercito americano - braccio armato della Rivoluzione - consumò senza tentennamenti anche l'ulteriore vergogna, mentre i nomi di Nuvola Rossa, di Giuseppe, di Cavallo Pazzo e di Toro Seduto entravano nella leggenda con la grandezza di eroi omerici.

"Cavallo Pazzo", ha scritto R. Luraghi (23/417), " emerse come una tra le più tragiche ed eroiche figure, torreggiante come un Achille o un Aiace Telamonio vissuto fuori della sua era. Quanto a Toro Seduto, una paziente ricostruzione critica della sua personalità ne fa una figura dalle proporzioni gigantesche, uno tra i più grandi figli della terra d'America".

I capitalisti nordamericani, la cui ricchezza personale fosse valutabile in milioni di dollari, erano prima del conflitto col Sud appena tre in tutta l'Unione. Le speculazioni fiorite sugli orrori della guerra portarono entro la fine del secolo il numero dei milionari a tremilaottocento. Essi formarono una élite sociale quanto mai arrogante, esibizionista e volgare. Le città settentrionali della costa atlantica, specialmente New York e Boston, furono invase da edifici di gusto pacchiano, nei quali le ricchezze erano boriosamente ostentate. 

Gli altezzosi e sprezzanti trionfatori, vestiti con camicie dai bottoni di diamante, trionfi delle loro grottesche dimore, eressero il denaro a misura unica di tutte le cose. Essi, in uno Stato del quale erano i padroni, poterono insomma applicare alla lettera la dottrina del Liberalcapitalismo, il cui principio motore era soltanto quello del fare soldi attraverso lo sfruttamento del lavoro altrui e sopraffacendo il più debole. La classe politica, mediocre e corrotta, era completamente nelle loro mani ed al loro servizio. La concezione puritana della ricchezza come segno terreno della benevolenza di Dio valeva a mondare anche il più turpe dei comportamenti, purché fosse idoneo a procacciare denaro.

In breve tempo i nomi di coloro ch'erano i veri padroni dell'America cominciarono a diventare universalmente noti: Jay Gould, William V. Vanderbilt, Edward H. Harriman John D. Rockefeller, Andrew Carnegie, John Pierpont Morgan, Jay Cocke e poche altre decine, senza dimenticare la dinastia cosmopolita dei Rothschild. Scrive W. C. Skousen (52/28): "La struttura creata tra il 1880 ed il 1933 da questi magnati delle Big Banking e del Big Business per controllare il campo finanziario era straordinariamente complessa. Ogni feudo economico poggiava su un altro, entrambi a loro volta collegati con società semi-indipendenti, il tutto a sostegno delle due guglie del potere economico e finanziario: una posta nel cuore di New York, agli ordini di J. P. Morgan and Company, l'altra, nell'Ohio, capeggiata dalla famiglia Rockefeller. L'influenza di questi business "leaders" era così grande che i gruppi Morgan e Rockefeller riuniti, o anche Morgan da solo, avrebbero potuto mettere a terra il sistema economico nazionale ".

Essi, tutti insieme costituirono il nucleo iniziale del Potere Economico Mondiale e furono i primi oligarchi dell'occulta struttura sovranazionale volta allo sfruttamento dell'umanità intera.La testa pensante di questo " mostruoso organismo " si affacciò dunque alla Storia con la nascita stessa degli Stati Uniti d'America.

Brano tratto da "I quaderni di Avallon", Numero 5 del 1984

BIBLIOGRAFIA DEI SOLI TESTI CONSULTATI

(Nelle citazioni bibliografiche, il primo numero fra parentesi indica il titolo della pubblicazione, conformemente all'elenco qui sotto riportato. L'ultimo numero fra parentesi indica invece la pagina. L'eventuale numero intermedio indica, per le opere in più volumi, di quale volume si tratta).

1) L'America Latina, di C. Gibson-M. Carmagnani-J. Oddone, UTET, 1976.

2) Visto da destra, di Alain De Benoist, Akropolis, 1981.

3) Il sovvertimento intellettuale come premessa delle rivoluzioni politiche nel mondo moderno, di Alfredo Bonatesta, su "L'Uomo Libero" n. 9 del Gennaio 1982.

4) Storia del popolo ebraico, di Cecil Roth, Silva, MCMLXII.

5) Ebraismo Sefardita, di Federico Steinhaus, Forni, 1969.

6) Gli ebrei e la vita economica, di Werner Sombart, vol. 1, Ar, 1980.

7) La cabala di Cristoforo Colombo, di Maria B. Rosati, su "Il giornale d'Italia" del 26-10-1981.

8) Il ghetto, di Louis Wirth, Comunità, 1968.

9) Gli ebrei nella storia di tre millenni, di Lea Sestieri, Carucci, 1980.

10) L'uomo tra misteri, miti e menzogne, di don Luigi Cozzi, stampato in proprio, 1981.

11) La cara oculta de la historia moderna, di Jean Lombard (4 voll.), Fuerza Nueva, Madrid, 1979.

12) Il mito del sangue, di Julius Evola, Ar, 1978.

13) Storia della filosofia occidentale, di Bertrand Russel, Club del Libro, 1982.

14) Il mito Ariano, di Leon Poliakov, Rizzoli, 1976.

15) Lo spirito della nuova Inghilterra: il Seicento, di Perry Miller, Il Mulino, 1967.

16) Storia dell'antisemistismo, di Leon Poliakov (3 voll.), La Nuova Italia, 1974.

17) Protestantesimo e trasformazione sociale, di Hugh R. Trevor-Roper, Laterza, 1975.

18) Storia popolare del mondo moderno, di Leo Huberman, Savelli, 1978.

19) Storia popolare degli Stati Uniti, di Leo Huberman, Einaudi, 1980.

20) Storia degli Stati Uniti, di Allen Nevins ed Henry Steele Commager, Einaudi, 1980.

21) Gli Stati Uniti d'America, a cura di Willi Paul Adams, vol. XXX della Storia Universale Feltrinelli, 1978.

22) Storia sociale degli Stati Uniti, di Peter N. Carrol e David W. Noble, Editori Riuniti, 1981.

23) Gli Stati Uniti, di Raimondo Luraghi, vol. XVI della Nuova Storia dei Popoli e delle Civiltà, UTET, 1974.

24) Storia d'Inghilterra, di George Macaulay Trevelyan, 2 voll., Garzanti, 1979.

25) Le forze occulte che manovrano il mondo, di Umberto Greco, pseudonimo Vermijon, stampato a cura dell'autore, Roma MCMLXX.

26) L'ebreo internazionale, di Henry Ford, Ar, 1971.

27) Più di 4 mila miliardi regalati dal Congresso USA ad Israele, di R.A. Segre, su " Il Giornale Nuovo " del 14-11-1983.

28) Storia degli Stati Uniti, di William Appleman Williams, Laterza, 1964.

29) La Franc-Maconnerie et la Revolution intellectuelle du XVIII siècle, di Bernard Fay, La Librairie Frangaise, 1961.

30) Misteri e dottrine segrete, di Bruno Nardini, Centro Internazionale del Libro, 1976.

31) L'essenza della massoneria italiana, di padre F. Giantulli, Pucci Ciprian 1973.

32) La Franc-Maconnerie d'après ses documents secrets, di Leon De Poncin Diffusion de la Pensée Franraise, 1972.

33) La Massoneria: storia ed iniziazione, di Christian Jacq, Mursia, 1978.

34) Attualità della Rivoluzione, di Guido Gili ed Orio Nardi, Saven, Lugan 1979.

35) Adam Weishaupt: a human devil, di Gerald B. Winrod, Sons of Libert Louisiana, USA, s.d.

36) Le società segrete che dominano il mondo, di Pierre Mariel, Vallecchi, 197

37) Governi occulti e società segrete, di Serge Hutin, Mediterranee, 1973.

38) Il dio quattrino, di padre A. Arrighini, Libreria Editrice Religiosa Fr cesco Ferrari, Roma, 1939.

39) Le origini intellettuali della Rivoluzione francese, di Daniel Mornet, Ja Book, 1982.

40) La grande nazione, di Jacques Godechot, Laterza, 1962.

41) Che cosa è la Massoneria, di Francesco Gaeta, Sansoni, 1939.

42) La simbologia del dollaro, di Andrea Di Nicola, Solfanelli, 1977.

43) I misteri esoterici, di Giuseppe Gangi, Mediterranee, 1978.

44) Storia del mondo moderno, di AA.VV., Cambridge University Press, Ga zanti, 1970 (12 voll.).

45) Il bianco sole dei vinti, di Dominique Venner, Akropolis, 1981.

46) Storia universale, di Carl Grimberg (12 voll.), dall'Oglio, 1966/67.

47) Europa, madre delle rivoluzioni, di Friedrich Heer (2 voll.), Il Saggi tore, 1968.

48) The nameless war, di A. H. M. Ramsay, Sons of Liberty, Metairie, Lo siana, USA, s.d.

49) Il trionfo della borghesia, di Erie J. Hobsbawm, Club degli Editori, 197

50) Droga SPA: la guerra dell'oppio, di K. Kalimtgis-D. Goldman-J. Stei berg, Logos, 1980.

51) Storia del dollaro, di Arthur Nussbaum, Sansoni, s.d.

52) Il capitalista nudo, di W.C. Skousen, Armando, 1978.

53) L'America coloniale, di Richard Hofstadter, Mondadori, 1983.

54) Gli indiani d'America, di Wilcomb E. Washburn, Club del Libro, 1982.
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