jueves, 6 de julio de 2017

Inchieste nelle campagne dal Sud al Nord Italia (Anteprima dal Cap. VI del libro "Schiavitù del Terzo Millennio" di Dante Lepore)

Dante Lepore, 01/04/2017 - Fonte: PonSinMor e Facebook

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Altri capitoli del Libro "Schiavitù del Terzo Millennio"
- Sito Associazione PonSinMor

Inoltre sul tema dell'agricoltura invito a leggere alcuni articoli di Attilio Folliero (in spagnolo), che parlano di temi e luoghi trattati in questo capitolo: "Los nuevos esclavos en Italia"; La crisis alimentaria en el sistema capitalista"El fin de la Agricultura en Europa".


VI. Inchieste nelle campagne (e non solo) dal Sud al Nord Italia (e non solo) [Anteprima dal cap. VI del libro Schiavitù del Terzo Millennio di Dante Lepore, di prossima pubblicazione]

*Quella che segue è una semplice raccolta di materiale documentario, nei propositi non casuale ma selettiva e senza alcuna pretesa di esaustività, del resto impossibile dove regnano il lavoro nero, quello grigio, la clandestinità, l’irregolarità, nonché il razzismo. Registra casi tanto nascosti che conclamati di schiavitù economica e super-sfruttamento spesso illegali, ma redditizi e tollerati (anche se a volte offuscati nelle definizioni più strampalate).

L’intento era anche quello di non limitarmi all’Italia, e infatti ho registrato casi fino in Australia, in Asia, America Latina e in Africa, dato che le campagne e più in generale il territorio e l’ambiente fanno parte ormai da tempo di un’economia per nulla affatto arretrata, ma pienamente globalizzata, soggiogata alle imprese transnazionali in filiere che vanno dall’agro-business alla logistica. È già importante documentare che il fenomeno non solo in Italia esiste, ma è consistente ed esteso su tutto il territorio nazionale, non solo nel Mezzogiorno, ed è altresì talvolta fatto oggetto di inchieste importanti ma rimosse, eluse e poco e niente conosciute, anche perché l’agricoltura è un settore sottoposto alla stagionalità delle filiere del prodotto e relativi processi lavorativi. Tale carattere stagionale rende poco visibili e individuabili, soprattutto d’inverno, le forme dello sfruttamento schiavista nel senso sopra chiarito di categoria economica presente sempre, anche nelle pieghe del lavoro formalmente salariato, cosiddetto «libero». La convinzione è quella che muove chi decide di sviluppare forme di lotta anche in questo settore importante nella vita economica, quella per cui solo una comprensione puntuale di fenomeni nascosti e spesso cangianti possa costituire una base solida per mettere in atto forme di organizzazione e di lotta efficaci e vincenti perché consapevoli che la direzione è comunque quella di farla finita con un modo di produzione che non può pretendere di vivere più a lungo asservendo la maggioranza degli uomini e mettendo a rischio l’ecosistema.

1. Schiavitù nelle campagne oggi. Aspetti generali

Questo mondo, occorre sempre precisarlo, non è un «mondo a sé», un Altro Mondo, un «mondo a parte», e nemmeno un residuo archeologico, una sorta di mondo dell’arretratezza senza tempo, ai margini della nostra modernità; esso è, anzi, la modernità nel senso più pregnante. Solo accade che, a dispetto di questa modernità, c’è ancora la tendenza, soprattutto in certi contesti istituzionali e intellettuali, all’approccio al mondo delle campagne, e del Mezzogiorno d’Italia soprattutto, nei termini, bollati anche allora, dell’impostazione che predominò dai decenni successivi all’unificazione italiana fino al secondo dopoguerra, come mancata rivoluzione agraria, come residuo feudale, mancato sviluppo e arretratezza (1), secondo quella visione graduale e ascendente della storia che abbiamo precedentemente criticato nella distorsione hegeliana. Anche in questo si ha la dimostrazione vivente che dietro le splendide apparenze della modernità più omologata, appariscente, che si presenti sonnolenta o palpitante, luccicante e vistosa o rattrappita e latente, la schiavitù nella sua sostanza economica riesce anche a mimetizzarsi appena sotto una coltre di silenzi, omertà, e persino pudore, al punto che per accedervi occorre farlo per lo più con un vero lavoro di conricerca sociale professionale, di indagine sul campo. Pertanto, di queste, ne citerò alcune. 

In una recente inchiesta (2015), che nel titolo parla senza mezzi termini di «schiave dei campi», vengono utilizzati dati forniti dai rapporti della FLAI–CGIL, ma anche dati ISTAT e DNA (Denuncia Nominativa Assicurati, per l’INAIL) che, anche se con evidenti incertezze nell’uso della terminologia (già segnalate come generali luoghi comuni nel I capitolo) e nella loro valutazione quantitativa, attestano la presenza di schiavitù («para-schiavitù», al «confine della schiavitù», «simil-schiavitù», «in condizioni di assoggettamento, soggezione, neo-schiavismo in alcuni casi»… e simili espressioni anche sul versante del lavoro salariato «sottopagato», «ipersfruttato», ecc., altrettanto ambigue le ritroviamo sempre), sia maschile che (soprattutto) femminile, sia straniera che, anche se sottaciuta, soprattutto locale (2). 

Ci sono in questo ambito alcuni elementi di complessità, sedimentati in decenni, da tener presenti per non farsi condizionare da una vulgata di maniera, messa in atto retoricamente dai media mainstream e che ritorna spesso da qualche anno a questa parte, volta a configurare riduttivamente questo problema come fatto di «ghettizzazione» (specialmente di «extra comunitari» – dimenticando spesso che romeni ed altri han cessato di essere extra-comunitari – e, dopo le rivolte disordinate di Castel Volturno e di Rosarno, 2010, principalmente di africani). Il fenomeno diventa illuminante se circoscritto in quella sorta di greppia per l’assistenzialismo cinico e ipocrita, dell’accoglienza caritatevole e relative Associazioni caritatevoli (Caritas diocesana, FOCSIV – Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario), ONG e dell’intermediazione, anche di cooperative stile Buzzi, che spesso pretendono di lucrare anche sui cadaveri e che sfrutta la fiumana di manodopera migrante, richiedente asilo e rifugiati, disponibile e debole (e relativa gestione dei flussi migratori) riempiendo la penisola, al Sud come al Nord, di «campi di lavoro», centri d’accoglienza, ghetti, baraccopoli, tendopoli e campi di container, CARA, di cui ormai si nutrono le varie categorie sociali dell’economia ad alta vocazione parassitaria e di corruzione, spesso anche di stile mafioso, di un paese comunque imperialista, ancorché «straccione», come l’Italia. 

I circuiti della cosiddetta accoglienza coinvolgono governo, sindacati confederali, amministrazioni locali, regionali e comunali, prefetture e associazioni del terzo settore, ONG, cui si uniscono persino associazioni imprenditoriali quali Coldiretti. Scopo di questa parte dell’indagine è guardare dietro le apparenze, per scoprire la complessità crescente di ciò che non si può vedere se non si va a cercarlo appositamente, dietro i veli della stagionalità (che richiede mobilità e intermittenza della manodopera con problemi d’insediamenti su territorio degradato) e altri fattori occultanti, nel senso che sempre più lavoratori europei e comunitari e persino locali sono coinvolti, a ondate, nelle condizioni favorevoli alle varie tratte per la schiavitù. Non si hanno purtroppo dati certi sulle dimensioni quantitative ufficiali del fenomeno, rilevabili da censimenti nazionali, per cui occorre partire sempre da qualche fonte cui si rifanno tutti coloro che a livello mediatico, ufficiali e non, trattano il problema del lavoro migrante in Italia, come appunto i Rapporti su Caporalato e Agro-mafie, della Flai Cgil (3) (primo, 2012 e secondo, 2014), secondo i quali si tratta di circa 700 mila lavoratori tra «regolari» e «irregolari», di cui circa 400 mila coinvolti in forme di «caporalato», oltre ad un altro aspetto connesso, ossia il dato relativo al «sommerso occupazionale» (in gergo, detti anche gli «invisibili») nel settore agricolo, che nel caso dei lavoratori dipendenti tocca la media nazionale del 43%, con un valore aggiunto prodotto dall’economia sommersa pari al 36%. Quest’ultimo aspetto dell’intermediazione nella ricerca e impiego del bracciantato in agricoltura ci dà modo di precisare che rispetto a quanti lo ritengono una peculiarità tutta pugliese in realtà, ci sono oggi ben altre funzioni nel caporale rispetto a quella classica della schiavitù da latifondo raffigurata ad es. nel canto «’u soprastant’» (come era chiamato nel gergo delle squadre dei mietitori, immortalato nella figura datane dal cantore popolare Matteo Salvatore oltre mezzo secolo fa, nel dialetto di Apricena)

Quann’ m’temm’ lu ren’/a la campagna/ t’nemm’ ‘na sét’ ca/ nu c’ muremm’/ D’cemm’ ‘a lu soprastant’: / «vulimm’ vév’,/ mmann’ ‘a p’gghià lu cuc’m’/ sott’ li manocchj’!»/ «Vuj’ n’avit’ ‘a vév’, n’avit’ ‘a vév’,/avit’ ‘a fat’jà»./ Un’ d’ li fat’jator’ /c’alluntanèv’,/ a ji a ‘ngappà lu cuc’m’/c’ n’ jév’. / Allucchèv’ lu soprastant’/ «Turn’t’ addrét’/ ca si n’n t’ turn’ addrét’/ si l’c’nziet’/ …Qua nun c’ po’ vév’/ ‘n c’ po’ parlà/c’adda sol’ fat’ijà!»/ Nu jurn’ addà (a)rr’và/ lu porc’ accis’ l’amm’ ‘a magnà/ Nu jurn’ addà (a)rr’và/accis’ e arr’stut’ l’avimm’ ‘a fa!/(4)

Marx descriva questa funzione in questi termini: Questo lavoro di sovrintendenza sorge necessariamente in tutti i sistemi di produzione che hanno per base l’antagonismo fra l’operaio, come produttore immediato, e il proprietario dei mezzi di produzione. Tanto più forte è questo antagonismo, tanto maggiore importanza assume questo lavoro di sovrintendenza. Esso raggiunge il suo massimo nel sistema schiavistico (5). 

1.1 Una figura chiave: I vari «caporali» nel mondo

Perciò tutti i livelli di sfruttamento, nel mondo ormai dominato dal rapporto capitalistico, il quale riduce anche la capacità di lavoro ad un genere di merce espresso sempre più in puro tempo di lavoro, tendendo a sottrarlo al tempo di vita, devono fare ricorso ai caporali, ad intermediari, o sovrintendenti o sorveglianti, come per la compravendita di qualunque mer-canzia ma anche per il suo vantaggioso ed ottimale utilizzo; ne sono un esempio le cooperative soprattutto nella logistica. In Pakistan, per es., dove non a caso il bonded labour (lavoro coatto), nonostante l’abolizione del sistema di indebitamento (il peshgi), troviamo forme di schiavitù mediante impiego soprattutto di minorenni nelle fornaci, per fabbricare mattoni, e anche qui compaiono i terribili caporali detti munshi, a loro volta coadiuvati da sottocapi, detti jamadar (6).

Nel Brasile, gli uomini addetti al reclutamento di schiavi nelle favelas del Minas Gerais per la produzione di carbone nelle fornaci («fornos»)dalla foresta sono chiamati «gatos», gatti (7). Negli Stati Uniti, il «labor contractor» ha compiti e funzioni da vero e proprio manager dei braccianti agricoli, prevalentemente messicani e privi di documenti; egli opera la selezione dei manovali, di solito appartiene allo stesso gruppo della loro provenienza per cultura, costume, usi e consuetudini, e questo permette al caporale di valersi della pressione psicologica sui suoi manovali per cultura e provenienza appartenenti allo stesso gruppo nazionale per garantire l’operato della manovalanza verso il proprietario terriero.

Costui organizza trasporti stagionali da una località all’altra, si occupa dell’alloggio, utensili e cibo, praticando il prestito ad usura, accaparrandosi per lo più ¼ dei salari (8), in una variabile forma di elementi di neo-schiavitù. Un discorso più circostanziato occorrerebbe fare sull’intermediazione attuata con il non appariscente ma durissimo sistema delle moderne cooperative, dove l’aspetto schiavista è praticamente «invisibile», come si diceva, o comunque nascosto nelle pieghe legislative. Le storie, raccolte in inchieste sempre più frequenti, raccontano di giornate lavorative senza una pausa per mangiare, senza indennità o assistenza malattia, ferie o tredicesima, sempre in posti diversi (ogni sera si è convocati con una e-mail o un sms che segnala dove trovarsi la mattina dopo), dormendo in auto. 

Alla SAFIM di None (Torino), un facchino egiziano racconta in un video di turni continuati di lavoro di 24 ore consecutive senza interruzione (9). Paghe, quando va bene, intorno a 800€ al mese, somministrate in contanti e brevi manu dal caporale con ore effettive lavorate ma non registrate di almeno il doppio di quelle pagate. Anche qui, ricercatori e giornalisti anche coraggiosi, nonché sindacalisti, per pudore, come già osservato, usano toni eufemistici e parlano di «simil schiavitù» (?!), o col paragone esplicito, ma solo paragone, di «iloti del XXI secolo», per il fatto che talvolta questi lavoratori formalmente figurano come soci di cooperativa, non dipendenti, come sono di fatto, ma autonomi (altra parola ossimoro, rispetto alla condizione di assoggettamento reale!) e non sono dipendenti neppure per la magistratura del lavoro: «La causa spetta al tribunale ordinario. E anche lì tutti risultano in regola. L’azienda non ha mai assunto nessuno, perché ha appaltato l’attività alla coop. E questa ha inquadrato il lavoratore come socio-imprenditore». 

Un vecchio sistema che ha avuto una crescita perché fino all’anno scorso i caporali rischiavano da 5 a 8 anni di carcere e gli imprenditori da 8 a 20 anni. Ora il decreto 81 del 15 giugno 2015, attuativo del Jobs Act, ha abrogato (grande modernizzazione!) il reato di «somministrazione fraudolenta di manodopera» (10). E anche qui, come altrove, la compresenza di forme di sfruttamento tra le più diverse non è indice di «arretratezza» ma, semmai, di penetrazione dei rapporti capitalistici nella effervescente produzione di tappeti, bamboline e simili oggetti di consumo dei nostri bambini, prodotte col sudore, le lacrime e sangue di bambini indiani e pakistani o comunque in prevalenza di quelli che ormai è invalso nell’uso di chiamare «migranti», manco fossero uccelli. 

Nel settore tessile, dalla Cina all’India al Bangladesh, ormai la presenza di forme di schiavitù direttamente coatta e di lavoro mediatamente coatto sono sempre più documentate. Anche le concezioni legalitarie e giustizialiste dei rapporti sociali tendono a concepire la schiavitù, e il caporalato, come fenomeni residuali del passato più antico, e qualcuno tra coloro che più ne denunciano la presenza disumana oggi, come Kevin Bales (11), addirittura lo definiscono alla stregua di una «malattia» sociale: nascerebbe dal caos sociale in cui le vecchie regole e i vecchi modi di vivere deflagrano. E poi c’è la mafia, camorra e ‘ndrangheta! E quella che K. Bales chiama, lasciandoci un po’ sorpresi per questo sconfinamento nell’etica, la «disonestà», senza la quale (anzi, se i padroni fossero «onesti»!) non si parlerebbe più di schiavi, né di sfruttati. Molti la pensano così, in buona sostanza: il mondo va male non perché ci sono sfruttatori e sfruttati, padroni e sottoposti, proprietari delle condizioni di lavoro ed espropriati nullatenenti, ma soltanto perché ci sono dei padroni «disonesti».

Quasi tutto quello che leggiamo in molta letteratura, divenuta luogo comune, sul caporalato come forma di illegalità confusa con la mafia e la criminalità e come segno di arretratezza addirittura culturale, di costume, è davvero sconcertante: “A tenere in vita il caporalato è l’arretratezza culturale ed economica del sistema agricolo pugliese: un sistema che, attraverso i suoi rappresentanti, le associazioni di categoria, si dice strozzato dall’incapacità di incidere sulla trasformazione del prodotto e sulla sua commercializzazione, venendo così tagliato fuori dalla spartizione di profitti maggiori” (12).

Non si è ancora accorto il giornalista pugliese che la modernità dell’agricoltura da un bel pezzo, anche in Puglia, anzi soprattutto in Puglia (che negli anni ’70 del secolo XX era chiamata il Piemonte del Nord e il cui sviluppo capitalistico aveva portato a Torino la quota maggiore di immigrati) ha superato il regionalismo, andando verso la specializzazione sovranazionale in filiere delle colture e dei terreni. È il mercato globale che determina il carattere mondiale della questione agraria. Giova in proposito riportare la conclusione in merito al caporalato e alla presunta «arretratezza» nelle campagne meridionali che ritrovo nell’inchiesta di Biagio Borretti: “Il principale sistema di messa al lavoro dei braccianti nelle campagne meridionali passa attraverso l’operato sistematico dei caporali. A differenza di quanto spesso si ritiene, il caporalato – nelle sue varie espressioni ed evoluzioni – non è un retaggio del passato, di un mondo precapitalistico e premoderno. Esso, piuttosto, si adatta benissimo alle flessibili esigenze capitalistiche, soprattutto laddove l’attività lavorativa si concentra in determinati periodi dell’anno o comunque si basa su una forza-lavoro dequalificata. D’altronde, che il sistema della «interposizione fittizia di persona» tra «datore di lavoro» e lavoratore non sia un’esclusiva dell’economia sommersa e più marginale, lo dimostra il successo con cui le agenzie interinali sono andate diffondendosi nel mondo, ed in Italia dal «pacchetto Treu» (legge 196/1997) in poi, assumendo oggi il ruolo di principali «datori di lavoro» in molti settori… Ecco perché convince ben poco la tesi di Leogrande secondo cui il caporalato è frutto dell’«arretratezza culturale ed economica» del sistema agricolo pugliese. Esso, piuttosto, ha natura strutturale nel processo di lavoro nelle campagne” (13).

Tutta la diaspora di piccole industrie di trasformazione del pomodoro, della frutta nonché del grano tende a concentrarsi anche regionalmente e non è più destinata all’autoconsumo locale e regionale, ma serve tutto il mondo. A loro volta anche le industrie di trasformazione (pelati in scatola, confetture, pastifici) si sono concentrate in alcuni centri o nel casertano che vanta tradizioni e tecnologie risalenti a prima dell’unità d’Italia o anche in Puglia come per la pasta o per le olive e i caseifici. Non a caso, questa così chiamata «arretratezza culturale ed economica del sistema agricolo pugliese», diventa tanto più incomprensibile e improbabile se lo stesso autore con nonchalance poi registra il fatto che «il Tavoliere dei caporali è uno dei cuori pulsanti della produzione mondiale di pomodoro». Ed è lo stesso autore che parimenti c’informa (14) che l’Italia è il secondo produttore mondiale di pomodoro da industria, dopo gli Stati Uniti e prima della Cina (che però nel frattempo sembra balzata avanti).

Ora, nel 2007, anno clou del sistema di lavoro del caporalato, la Puglia, con la provincia di Foggia in testa, supera il 34% della produzione nazionale, davanti all’Emilia Romagna, alla Lombardia, alla Campania e alla Sicilia. E, paradosso dei paradossi, l’Istat rivela che quasi la metà dei pugliesi è a rischio di povertà ed esclusione: “calcolando che nel 2015 la percentuale di esposizione nell’Italia meridionale è pari al 46,4%, in rialzo sul 2014 (45,6%) e notevolmente maggiore rispetto alla media nazionale (28,7%). Al Centro, infatti, la soglia si ferma al 24% e al Nord al 17,4%.

«I livelli sono superiori alla media nazionale in tutte le regioni del Mezzogiorno, con valori più elevati – spiega l’Istat – in Sicilia (55,4%), Puglia (47,8%) e Campania (46,1%)” (15). Naturalmente nei supermercati troviamo pomodori provenienti dal sud America e da altre parti del mondo: ma, signori legalitari, fatevene una ragione, questo è il capitalismo, bellezza! Come lo è, per fare un esempio in un settore non agricolo ma industriale, anche a Prato, anch’essa «cuore» della Toscana multietnica, come nel 1200 fu l’immigrazione dal contado che rese forte Firenze nella manifattura tessile, attraverso cui «proiettò il suo dominio commerciale su gran parte dell’Europa, contribuendo alla rinascita del continente», come ricordava il presidente della regione Toscana Enrico Rossi (16) l’anno dopo il rogo di sette operai cinesi in una fabbrica/dormitorio tessile di Prato, divenuta la «Toscana nera» della filiera delle confezioni ‘low cost’, «un mercato in cui le complicità sono multiple e vanno dai trafficanti di uomini, agli sfruttatori cinesi, agli speculatori italiani che affittano i capannoni, ai grossisti che smerciano nelle piazze d’Europa, e a chi utilizza il low cost cinese per alimentare una filiera della contraffazione» che, secondo le indagini dell’Irpet (Istituto Regionale Programmazione Economica della Toscana) raggiungerebbe la presenza di circa 40.000 lavoratori. 

Il labirinto inestricabile di ditte del «Macrolotto 1» (così è chiamato l’insediamento industriale), per lo più a conduzione cinese e con mano d’opera cinese, sorge alla periferia sud della città. Le aziende orientali a Prato, secondo la stima della Camera di Commercio locale, sono circa 5 mila. Quasi 4 mila operano nel settore dell’abbigliamento e la metà di queste è insediata nella zona del «Macrolotto», di cui via Toscana è uno dei centri nevralgici. E non lo è soltanto nell’agricoltura, ma in tutti i settori sottomessi alla legge suprema dell’accumulazione capitalistica, al punto che coloro che attribuiscono ad arretratezza le condizioni di lavoro del tavoliere pugliese farebbero fatica a distinguere l’«arcaismo» che segue, come riferito non alla Capitanata ma addirittura… a Doha, la favolosa capitale del Qatar. 

Dunque anche qui, in Qatar, paradiso dello sviluppo più avveniristico, i giornalisti non esitano a parlare di metodi di lavoro «arcaici» perché, tanto per cambiare, sono «una sorta di schiavitù» o «confinanti con la schiavitù» o, ancora, «semi-schiavitù» in Arabia Saudita: “i grandi cantieri pubblici [per la Coppa del mondo 2022] e il numero di incidenti hanno svelato l’arcaismo e la brutalità del sistema – basato sulla sponsorizzazione dei lavoratori stranieri – che confina con la schiavitù. Procediamo in auto con cautela per non attirare l’attenzione della polizia, la quale sorveglia i curiosi interessati troppo da vicino alle condizioni dei lavoratori migranti. Dopo una curva del sentiero polveroso, ecco un allineamento di baracche, in un’oscurità quasi totale. Con le facciate senza intonaco e i mucchi di calcinacci abbandonati un po’ ovunque, questo «accampamento di lavoratori» sembra una bidonville. Al-Rayyan, seconda città del Qatar, ospiterà diverse partite della Coppa del mondo 2022, nello stadio Ahmed Bin Ali. Una dozzina di operai indiani e nepalesi di questo cantiere situato a circa 25 chilometri a nord-ovest della capitale Doha accoglie la delegazione sindacale della Federazione internazionale dei lavoratori dell’edilizia e del legno.

Nel loro minuscolo dormitorio di nove metri quadrati sono affastellati otto letti, i materassi sporchi e malridotti: «Non ci pagano da quattro mesi», si lamentano in coro. A corto di risorse e di generi di prima necessità, gli ottanta residenti dell’accampamento si indebitano a tassi di usura presso i negozianti del posto, privi di scrupoli quanto i datori di lavoro. I debiti si aggiungono ai prestiti contratti per pagare la commissione illegalmente pretesa dall’agenzia di reclutamento dei loro paesi di provenienza che li ha messi in contatto con il datore di lavoro nel Golfo. I magri sussidi risparmiati vengono spediti alle famiglie rimaste a casa. […] 

Come l’insieme dei due milioni di stranieri residenti in Qatar, i lavoratori delle costruzioni sono sottoposti al sistema della kafala,…un sistema vicino a una sorta di schiavitù, che assoggetta al «padrino» e datore di lavoro tutti i lavoratori stranieri, ovvero il 90% della popolazione del paese. Un vero e proprio esercito di riserva, mobilitato sei giorni su sette, d’inverno e d’estate, con temperature che possono superare i 50 gradi […] 

Le ambasciate di India, Bangladesh e Nepal hanno calcolato 900 decessi negli ultimi due anni, la metà dei quali sopraggiunti in modo improvviso, per crisi cardiaca o ragioni sconosciute. Ramachandra Kuntia, segretario generale della coalizione dei sindacati indiani All India Congress Committee e vicepresidente della Federazione internazionale dei lavoratori dell’edilizia e del legno nonché ex deputato del Partito del Congresso sostiene che queste morti spacciate per naturali abbiano in realtà a che vedere con condizioni di lavoro pesantissime….”(17

Non è da meno la petromonarchia saudita (18), dove la crisi petrolifera si fa sempre più stringente col calo del prezzo del petrolio, fino a provocare scioperi della fame in un paese dove lo sciopero è vietato per legge come proibita è l’attività sindacale. Persino il personale dell’ospedale privato Saad, nella città orientale saudita di Khobar, di proprietà del Saad Group, società del miliardario saudita Maan al-Sanea, con investimenti in tutto il mondo, ha dovuto inscenare, per ottenere il salario, non versato ai 1.200 dipendenti dell’ospedale da quattro mesi, una protesta senza precedenti che ha coinvolto medici, infermieri, amministrativi, chirurghi di diverse nazionalità. 

Eppure l’ospedale è tra i più costosi al mondo, incassa un milione di riyal [266mila $] al giorno, e la monarchia Saudita, dove il denaro circola sempre meno ma le spese militari in Yemen e in Siria ne ingoiano a fiumi, lascia i lavoratori senza salario. Oppure capita anche che, dopo chi da 6, chi da 20 mesi di astinenza salariale, come i 215 lavoratori delle costruzioni stranieri della compagnia United Seemac, provenienti da Pakistan, India, Filippine e Indonesia, devono accontentarsi di poco più di un dollaro. E devono far questo per porre fine ad una agitazione che li ha indotti a dormire davanti agli uffici di Riyadh, e a intervenire presso le rispettive ambasciate, perché molti di loro mantengono le rispettive famiglie con le rimesse. Per l’esattezza, 266 € per tutti i 215 lavoratori, mentre l’azienda, al 28 settembre 2016, è in debito nei loro confronti, di 932.000 $ (19). 

Anche nella monarchia saudita sono decine di migliaia i lavoratori che si riversano dal sud est asiatico attraverso il controllo del sistema di intermediazione della «kafala», che oltre a procacciare e garantire per il lavoro dei «migranti», li sottomette nella forma di fatto padronale, confiscando loro i documenti e il passaporto, inducendoli a vivere e lavorare in condizioni miserabili, fatte di stenti, sporcizia, clima insopportabile, assenza o sporcizia o insufficienza dei servizi igienici, violenze sessuali, oltre che fisiche e psicologiche. Dal 1° gennaio 2017, si vocifera che finalmente si avrà un progresso di questa forma di caporalato: la riforma del kafala, che si comincia a capire che consisterà sostanzialmente nel sostituire la nozione di «padrino», percepita come sinonimo di sfruttamento, con quella di…«datore di lavoro»! Potenza e magia, ancora una volta, delle parole!

1.2 Caratteri dello sfruttamento in agricoltura. 

Una delle prime inchieste, fatta dieci anni or sono (2006) in agricoltura per focalizzare i caratteri del lavoro in condizioni schiavili, comportò la necessità di una sorta d’«infiltrazione» del ricercatore giornalista per mimetizzarsi confondendosi con gli schiavi, e non fu la prima, come vedremo. «Non ci sono alternative per guardare da vicino l’orrore che gli immigrati devono sopportare», affermava l’autore dieci anni fa, facendosi passare per sudafricano col nome Donald Woods, ignoto ai caporali ignoranti e razzisti, evidentemente digiuni di storia (20), e nel 2011 e 2012 arrivarono le nuove misure come l’introduzione del «reato» di caporalato (settembre del 2011) e la concessione del permesso di soggiorno ai lavoratori che denunciano i propri sfruttatori (luglio 2012). 

Da gennaio a novembre del 2012, il fatto che 435 persone fossero arrestate per «riduzione in schiavitù, tratta e commercio di schiavi, alienazione e acquisto di schiavi», attesta quanto meno l’esistenza di una prassi di riduzione in schiavitù con commercio di tratta, che si protrae nel tempo, con risultati più o meno plausibili, come mostra il fatto che dall’entrata in vigore della norma istitutiva del reato di caporalato, le persone denunciate o arrestate sono appena 42 (per metà al centro-nord). Ma quanto a quello additato da tutti i legalitari come il responsabile di questa paradossale forma di intermediazione schiavista che è il caporalato, sembra opportuno riportare le osservazioni dello stesso giornalista scrittore pugliese di cui sopra, che è altresì fra gli autori del Primo rapporto e di un racconto-inchiesta sull’argomento: Il caporalato è un fenomeno apparentemente antico che caratterizza tuttora le campagne italiane. Non solo quelle meridionali, dove esso sembra più appariscente, ma anche quelle del Centro-nord del Paese. Credevamo che tale metodo di ingaggio della manodopera si fosse attenuato nel tempo, invece è tornato negli ultimi quindici-venti anni in forme particolarmente virulente. Come è stato possibile? Ci sono delle differenze sostanziali tra il caporalato del passato e quello «globalizzato» dei giorni nostri. Quest’ultimo si è adeguato e adattato ad alcuni radicali processi sociali in atto, in particolare l’erompere dei flussi migratori; e ha prodotto in molti casi una degenerazione dello sfruttamento in schiavismo. 

C’è una profonda differenza tra i braccianti di oggi e quelli di ieri, quelli di Giuseppe Di Vittorio e di Placido Rizzotto, quelli che hanno lottato per l’imponibile di manodopera, hanno partecipato alle occupazioni delle terre e si sono scontrati contro condizioni di lavoro e di vita inique. Un tempo i «cafoni» condividevano con il caporale il medesimo orizzonte sociale e culturale, la medesima lingua, le medesime contrade (non sempre, come vedremo nell’ultimo paragrafo, eppure in buona parte è stato così) (21). Dove, alquanto interessante rispetto a quanto sosteniamo, troviamo l’espressione secondo cui lo sfruttamento degenererebbe in schiavismo, e il caporalato sarebbe un ritorno dell’antico, sì che l’ideologia che assolve lo sfruttamento corrente purché non sia eccessivo, emerge chiara nella terminologia elementare adoperata, e la relazione economica di sfruttamento dell’uomo sull’uomo potrebbe anche restare una relazione normale di lavoro, magari «libera», qualcuno dice anche «onesta», senza «degenerare» appunto in schiavismo. Ritengo che questa ideologia, finché permane ancora nelle menti e nei cuori anche dei migliori combattenti operai contro lo sfruttamento, costituirà un freno potente ad una maturazione di coscienza della necessità di farla finita non solo con lo sfruttamento ma con il sistema capitalistico che lo genera. 

Altro ingrediente che appare ancor più interessante nelle narrazioni degli schiavi intervistati è il riferimento assai frequente ad uno dei motivi di ricatto adoperato dai caporali per vincolare gli schiavi ad una dipendenza anche personale, l’indebitamento. 

Siamo a Orta Nova (Foggia) e questo è il quadro che ci introduce alla schiavitù in Puglia: “Grzegorz P. spiega come la dipendenza servile sia strettamente legata a una dipendenza economica alimentata dal ricatto dei debiti: «Un mio amico, che si chiama Grzegorz come me, di giorno lavorava nei campi e di notte faceva il guardiano notturno in uno sfasciacarrozze vicino al nostro accampamento, di proprietà di un tale chiamato ‘o Barone». È stato lui a raccontargli che molti polacchi che avevano contratto «debiti» con Janusz [il caporale anche lui polacco, n.n.] venivano mandati allo sfasciacarrozze del «Barone» per caricare pezzi di ricambio su tir pronti a trasportarli in mezza Europa. «Eravamo economicamente dipendenti dai nostri datori di lavoro» prosegue Grzegorz. «Alla fine della settimana, dopo i loro conteggi, eravamo sempre noi ad essere debitori. I soldi che ci davano non erano sufficienti per affrontare le spese che loro stessi ci imponevano, e ad ogni modo non bastavano per tornare in Polonia». […] 

Per capire perché uno, a un certo punto, non si può tirare indietro e, pur avendo capito che quelle condizioni terribili non miglioreranno, continua a lavorare, bisogna partire dalla somma iniziale che è stato costretto a pagare. 200 €, in Italia può sembrare un importo di poco conto, ma in Polonia sono 800 złoty […]

Spesso i soldi per partire sono stati prestati. Ed è questo il principale motivo per cui molte persone, dopo essere arrivate in Italia ed essere state sfruttate, si vergognano di tornare indietro e accettano condizioni sempre peggiori. […] 

Poi c’è la questione dei debiti. Una volta arrivati in Puglia, i braccianti sono stati costretti a pagare per il posto dove dormire, per l’acqua, per la luce, per il gas, per il trasporto sul posto di lavoro. I soldi virtualmente accumulati erano sottratti per le spese, in modo che, a fine mese, i debiti superassero i soldi guadagnati. Anche quando in teoria guadagnavano qualcosa, questi soldi non venivano comunque corrisposti. […]

I pochi che si sono opposti o che hanno protestato sono stati picchiati affinché fosse data a tutti una lezione. Alcuni stagionali hanno aggiunto anche che questi loro compagni da quel momento sparivano, non si vedevano più al lavoro o nelle tende dove dormivano, non si sapeva più niente di loro. Altri tornati in Polonia…pare dicessero: «Sono finiti sotto l’albero dell’ulivo»” (22). 

2. Puglia infelix (e non solo Puglia!)

Un padrone pugliese, camicia bianca, pantaloni neri e scarpe impolverate, parla pochissimo l’italiano e si serve di un «guardaspalle» maghrebino che garantisce ordine e sicurezza nei campi, per trasmettere condizioni e concordare assunzioni. Innanzi tutto bisogna che il neo assunto, un romeno, procuri al padrone una giovane ventenne, altrimenti niente lavoro: «come quella li, la vedi? Romena come te, lei c’è già stata col padrone».
Triangolo della vergogna
La zona è quella indicata come «il triangolo della vergogna», con base tra Cerignola e Candela e vertice oltre San Severo, a Torremaggiore, come appare nella cartina (23), già fulcro e cuore allora pulsante delle storiche lotte bracciantili, culminate nelle occupazioni delle terre nel secondo dopoguerra quando, il 29 novembre 1949, proprio a Torremaggiore (subito dopo la strage di Melissa nel crotonese del 29 ottobre 1949), ci fu l’eccidio degli operai Lavacca e Lamedica

Quelli erano altri tempi, certamente, quando ai braccianti e ai contadini poveri l’allora segretario della CGIL Giuseppe Di Vittorio, nativo proprio di Cerignola, e il PCI, dovevano promettere «la terra a chi la lavora», quasi a voler trasformare i proletari in proprietari, e la Puglia non era terra di immigrazione, semmai di emigrati in varie parti del mondo. 

Dieci anni fa, l’infiltrato che effettuava la sua inchiesta, in assenza di censimenti precisi, calcolava approssimativamente intorno ai 7 mila braccianti stranieri, tutti in nero: romeni, sia con, che senza permesso di soggiorno, bulgari, polacchi, nigeriani, nigerini, provenienti dal Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea, e altri appena arrivati dalla Libia, ormai periodicamente disintegrata e divenuta base di transito dei migranti dal Nord Africa e altrove. 

All’epoca, alloggiavano in casali semi diruti e tuguri abbandonati, pericolanti, contendendoli ai cani randagi, privi di acqua, luce e igiene, pagati però a caro prezzo, come si vedrà. Oggi, nel 2017, nonostante il baccano che si va facendo intorno all’accoglienza dei migranti, il problema delle baraccopoli, tendopoli e ghetti rimane pressoché identico tranne forse nelle dimensioni; quello di Rignano Garganico è infatti diventato il «grande ghetto», appena sgombrato, bruciato con due immigrati del Mali carbonizzati. 

I salari, che in gergo erano e sono definiti «paghe», andavano dai 15 ai 20 € al giorno e chi protestava era preso a sprangate. Di converso, se qualche malaugurato si rivolgeva alla questura di Foggia, prontamente veniva arrestato o espulso perché «non in regola» con i permessi di lavoro o di soggiorno (volgarmente clandestini)… a norma della famigerata «legge Bossi-Fini». Alcuni, che tentavano di scappare di notte, venivano inseguiti dai caporali, e tra essi alcuni venivano anche uccisi (24).

Come si diceva, quella delle baraccopoli o tendopoli che dato il carattere di separatezza che hanno assunto sono conosciute anche come «ghetti» come quello divenuto famoso come «gran ghetto» di Rignano Garganico, in Capitanata (ma anche quelli presso la masseria Boncur a Nardò nel Salento, di Andria e del metapontino) è diventata fonte di grattacapi per gli amministratori locali, non tanto per gli episodi di risse, spesso con morti accoltellati, ma da quando proprio la concentrazione di molte persone nelle stesse condizioni tende a favorire l’auto organizzazione e l’organizzazione di rivolte o veri e propri scioperi. [grafici] L’assoluta assenza di regola nell’impiego della manodopera è… la regola.

Gli immigrati vivono in condizione di segregazione, africani con africani, rumeni con rumeni, neri e bianchi separati. Dai loro racconti emergono particolari su come è organizzata questa sorta di tratta modernizzata. Come ad es. la Libia, usata dagli italiani (di recente, la ministra Pinotti relazionava in Parlamento l’ennesimo intervento militare in appoggio agli USA, dopo che il presidente del consiglio Renzi ironizzava appena qualche settimana prima sulla «guerra che non c’è» ai manifestanti contro l’intervento) come polo di transito dei migranti per la raccolta dei pomodori o per andare altrove, spesso espulsi dall’Italia o da fuori e quindi in condizioni di «clandestino», cioè nella condizione di ricatto più propizia per essere ridotto in schiavitù senza pietà, accanto o a corredo della causa economica di fondo: la miseria e l’indebitamento. 

Non a caso i caporali sulle loro miserie lucrano persino quando per dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare a testa 50 € al mese. Ed è già un prezzo di favore, rispetto ai 5 € al giorno per altri tuguri o loculi di cartone e lamiere. Senza contare la decurtazione del salario, la «cresta» (25), dai 50 centesimi a 1 €, che va per ogni ora di lavoro al caporale, nonché i 5 € per trasporto (in 9 su una Golf! Escludendo il caporale fa appunto 40 €), e, dove serve, viste le temperature a volte superiori ai 40° fino ai 50°, anche 1 € e mezzo per la bottiglia d’acqua, dato che l’acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la possono bere, inquinata come è da liquami e diserbanti (26), ma, ahinoi!, a Villaggio Amendola una coppia, lei italiana e lui tunisino, vendono anche quella… a 50 centesimi la tanica da 20 litri! 

La coppia in questione, racconta ancora l’infiltrato, gestisce l’unico spaccio di alimenti della zona, con prezzi maggiorati del 100% (e di qualità «dubbia»), ma nessuno deve obbiettare e far parola di questo. Al punto che la settimana di Pasqua 2005 un ventiduenne romeno giunto da alcuni giorni, per il semplice fatto di essersi recato a Foggia e tornato col sacco della spesa, viene aggredito da un parente del tunisino e centrato in fronte con una spranga. Nessuno vide più quel ragazzo, preso, ancora tutto sanguinante, e fatto sparire con un furgone. 

Ed ecco la storia-odissea emblematica di Pavel: “Lo stesso accade il 20 luglio di quest’anno. Il giorno prima Pavel, 39 anni, ha una discussione con Giuseppina Lombardo. Gli sono caduti quindici euro nel negozio e lei crede che glieli abbia rubati dalla cassa. Pavel in Romania faceva il cuoco per 150 euro al mese. Dal 20 marzo 2004, quando è arrivato in Puglia, sopporta violenze e angherie. Lo fa per mandare quanto risparmia alla moglie e alla sua «fata», la figlia studentessa, che ha 15 anni. Pavel ha braccia veloci. L’anno scorso è riuscito a riempire fino a 15 cassoni al giorno: 45 quintali di pomodori, lavorando dall’alba a notte. Con il cottimo a 3 euro a cassone, era una buona paga secondo lui: tolti il trasporto al campo e la tangente per il caporale, Pavel riusciva a guadagnare anche 25 o 30 euro al giorno. Ma il 20 luglio Asis gli impedisce di ripetere il record. Qualcuno gli ha riferito che Pavel ha protestato per la faccenda dei soldi e per lo sfruttamento dei braccianti. Il tunisino lo colpisce nel sonno, in una giornata senza lavoro, alle due del pomeriggio. Pavel si protegge la testa con le braccia. La sbarra di ferro gli rompe le ossa e apre profonde ferite nella carne. Lui è sicuro di non essere stato ucciso soltanto per l’intervento dei suoi compagni di stanza. Ma lo lasciano lì a sanguinare sul materasso fino all’una di notte. Gli altri stranieri hanno troppa paura di Asis. Anche di chiamare la polizia e correre il rischio di essere rimpatriati. Alle otto di sera qualcuno finalmente telefona di nascosto all’ospedale. L’ambulanza e una pattuglia dei carabinieri, al Villaggio Amendola, arrivano soltanto cinque ore dopo. Così è andata, secondo la denuncia. Il 31 luglio Pavel viene dimesso dall’ospedale di Foggia. È stato operato da appena quattro giorni. Ha quasi due mesi di prognosi. Ferri e chiodi nelle ossa. Le braccia ingessate. Medici e infermieri lo consegnano alla polizia, violando il codice deontologico. E in questura lo trattano da clandestino. 

Anche se dal primo gennaio 2007 tutti i romeni potrebbero essere cittadini dell’Unione europea. Con le braccia immobilizzate, Pavel non riesce a impugnare la penna. Il «Primo dirigente dottoressa Piera Romagnosi», siglando la notifica del decreto di espulsione, scrive che lui «si rifiuta di firmare». Anche la prefettura di Foggia va per le spicce: nel decreto di espulsione annota che Pavel è «sprovvisto di passaporto». Un’aggravante. Eppure Pavel il passaporto ce l’ha. Alla fine, non trovando alternative, un ispettore gli dona 10€. E una macchina della questura lo riporta al Villaggio Amendola. Lo scaricano davanti al negozio di Giuseppina e Asis. 

Il tunisino se ne occupa subito. Vuole dimostrare a tutti chi comanda. Minaccia Pavel e lui va a rifugiarsi in un casolare a un chilometro dal villaggio. Qualche connazionale gli porta in segreto un po’ di pane e da bere. Dopo nove giorni di dolori e sofferenze un amico romeno riesce a contattare un avvocato di Foggia, Nicola D’Altilia, ex poliziotto al Nord. L’avvocato trova il casolare. Incontra Pavel e lo riporta immediatamente in ospedale. Le ferite sono infette. Il bracciante romeno è grave. Denutrito. Viene ricoverato per setticemia. Il resto è cronaca degli ultimi giorni. Il 21 agosto Pavel è di nuovo dimesso dall’ospedale. Va in questura a completare la denuncia contro il caporale tunisino e la sua complice italiana, che era riuscito a presentare al posto di polizia del pronto soccorso soltanto il 14 agosto. Lo accompagna l’avvocato che l’ha salvato. Ma dopo una giornata in questura, la Procura fa arrestare Pavel come immigrato clandestino: non ha rispettato il decreto di espulsione che, così è scritto, lo obbligava a lasciare l’Italia dall’aeroporto di Roma Fiumicino. Non importa se in quelle condizioni comunque non avrebbe potuto viaggiare. Lo costringono a dormire su una panca di legno nelle camere di sicurezza. Nonostante le operazioni, le ossa rotte e le ferite ancora fresche. Il giorno dopo si apre il processo, immediatamente rinviato a ottobre. Oltre ad aver perso il lavoro, grazie alla legge Bossi-Fini Pavel rischia da uno a quattro anni di prigione. Più di quanto potrebbe prendersi il suo caporale che intanto resta libero. «Quell’uomo», racconta Pavel terrorizzato, «mirava alla testa. Voleva uccidermi»” (27).

Una delle autrici dell’inchiesta (2015) su menzionata così si esprime “Circa il numero sempre crescente delle lavoratrici italiane, che, se non schiavizzate, sono comunque gravemente sfruttate: sempre secondo le stime del sindacato, in Campania, Puglia e Sicilia, le tre regioni a maggiore vocazione agricola, sono almeno 60mila, in proporzione crescente rispetto alle straniere. Vengono pagate 3-4 euro l’ora, ma anche meno in alcuni territori, e costrette a turni massacranti”. 

Ogni tanto capita anche che qualcuna ci rimetta la vita, come accadeva già dal 2005, ad esempio, nel caso della ventenne all’ottavo mese di gravidanza che va a raccogliere pomodori col pancione, con la temperatura di ferragosto in un campo vicino a S. Severo, che, unita alla spossatezza della fatica col pancione, la inducono fatalmente all’emorragia e il marito la porta nel rudere dove abitano, non avendo il medico di famiglia. Ma dopo due giorni senza cure, il marito è costretto a portarla all’ospedale di Foggia, in rianimazione, dove il bimbo, col taglio cesareo, nasce morto. 

Più recentemente il caso, divenuto famoso, di Paola Clemente, 49 anni, bracciante nei vigneti intorno ad Andria, che si recava tutte le notti da San Giorgio Jonico ad Andria (circa 300 km!): dal foggiano tra Cerignola e Lucera fino a Melfi, è il regno del pomodoro, ma non solo di quello. Ci sono pure, in tutta la Puglia, stagionalmente vicine, melanzane, peperoni, uva, fragole, agrumi, cocomeri, per tacere delle olive più pregiate d’Europa, più giù nel Salento, oggetto di recente degli attacchi del batterio xylella fastidiosa. 

L’operaia partiva alle 2 di notte per giungere sul luogo di lavoro alle 5,30. Tutto questo per 27 euro al giorno! In ore, fa meno di 2€ e 0,50 l’ora. Altro metodo padronale per abbassare il salario è quello di sfruttare i richiedenti asilo ospitati nei Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) (28), dove vitto e alloggio sono forniti dallo stato e il bracciante si accontenta a volte anche di 10 € al giorno. 

I CARA sono fabbriche di posti di lavoro in territori in cui la disoccupazione era la regola già prima della crisi. Per inciso, nel CARA di Borgo Mezzanone (Foggia), circa 1000 posti, intorno al quale si è formata una baraccopoli supplementare, entrò come gestore il consorzio siciliano Sisifo, quello del CARA di Mineo (29), il cui presidente era il sottosegretario all’agricoltura Giuseppe Castiglione, indagato per Mafia Capitale. 

Ma quello delle baraccopoli, tendopoli e campi container è diventato il classico banchetto di una variegata serie di parassiti sulla pelle degli schiavi ghettizzati che si cerca di tenere anche ostili gli uni e gli altri affinché non costituiscano una forza e si rivoltino, come fecero a Rosarno, nella vicina piana calabrese di Gioia Tauro, nel 2010 contro i balordi di una popolazione locale che si divertivano a fare tiro a segno su di loro sparando con la carabina. 

A Scanzano Jonico, stesso problema: la manodopera locale a volte drammaticamente insufficiente nel periodo delicato della maturazione, induce gli imprenditori agricoli a questa sorta di tratta di schiave pugliesi, perché i rumeni, accanto ai motivi di cui sopra, pare che «non vanno bene» per la raccolta delle fragole Candonga, brevettate in Spagna e bisognose di molta cura e delicatezza, altrimenti si macchiano e diventano invendibili. Bisogna aggiungere però che alle donne locali si fa ricorso sempre più sovente perché gli immigrati si ribellano, lottano per migliori condizioni di lavoro, danneggiando i padroni e, dopo Nardò 2011, hanno cominciato anche a fare scioperi. 

Nel brindisino il ricatto del posto di lavoro porta a forme di schiavizzazione delle braccianti locali che si assoggettano a soprusi bestiali dell’intermediazione dei caporali, pur di lavorare qualche mese in più rispetto alle agenzie interinali. Così una recentissima cronaca: “Conveniva andare con loro, dicevano, perché così riuscivano a lavorare per molti mesi. Con l’agenzia, invece, sostenevano che l’impiego nei campi sarebbe durato al massimo un mese. E le braccianti, tutte donne, quasi esclusivamente italiane, accettavano la proposta dei presunti caporali, spinte dallo stato di indigenza e necessità. Sopportavano la ‘cresta’ e orari di lavoro prolungati. Si accontentavano di 38 euro al giorno per 8 ore di lavoro, invece di 55 per 6 e mezza come era scritto nel contratto. Dovevano perfino pagare in anticipo il trasporto verso i campi: 8 euro sull’unghia prima di partire, pena il rischio di non percepire la paga al rientro dopo aver sgobbato nei campi di ciliegie e di uva nella provincia di Bari. Chi si ribellava sarebbe stato anche picchiato” (30).

Naturalmente, niente riposi settimanali, festività, e straordinari non corrisposti. In una delle intercettazioni della polizia, uno dei caporali, certo Veccari, ascoltato dalle microspie piazzate dai carabinieri, affermava: «Alle femmine pizza e mazzate ci vogliono, altrimenti non imparano … Femmine, mule e capre, tutte con la stessa testa» (31).

Infine, questo genere di fragole, le Candonga, viene raccolto anche in serra, dove la temperatura raggiunge i 40°. Ci sono ben 600 ettari coltivati a fragole, 6 donne per ettaro fan 3600 braccianti, curve dall’alba al tramonto in serre che raggiungono temperature da forno. Da alcuni studi si evince poi un dato inquietante sulle condizioni di salute, cioè 
  • Il 72% dei lavoratori presenta malattie che prima dell’ inizio della stagionalità non si erano manifestate 
  • Il 64% non ha accesso all’acqua corrente
  • Il 62% dei lavoratori stranieri impegnati nelle stagionalità agricole non ha accesso ai servizi igienici
  • Solo il 60% degli addetti nel settore agricolo sono formati al fine di salvaguardare la salute e la sicurezza: sono i più esposti a intemperie, stress fisico, infortuni e sovraccarico biomeccanico. (32
C’è uno stillicidio di morti connessi con le disumane condizioni di vita, di cui si ha notizia solo dalla cronaca, e ne citerò qualche esempio tra i più recenti (33):

Talla Seck, 56 anni, senegalese, lavorava come bracciante a giornata nella raccolta delle olive. Il 3 febbraio 2016 resta ucciso dalle esalazioni di monossido di carbonio provenienti dalla sua stufa a carbone improvvisata in una baraccopoli vicino ad Andria. 

Mohammed Abdullah, 47 anni, sudanese, colto da malore e morto il 20 luglio 2016 mentre raccoglieva pomodori in un campo tra Nardò e Avetrana, in Salento. 

Apriamo una parentesi sulla faccenda dei morti perché… fatti morire, in quanto anche in ciò c’è una differenza con la schiavitù presente in altri contesti socio economici. Presso gli antichi greci e romani, lo schiavo, come abbiamo visto, costava troppo, ragione sufficiente per evitarne l’eliminazione quando era ancora in grado di lavorare, e Senofonte, nell’Economico, narra come il padrone di schiavi Iscomaco raccomandasse alla giovane moglie di trattarli bene e curarli se si ammalano perché, trattati meglio, «lavorano di più» (34) e ciò, anche quando si ribellavano individualmente, che era un fatto raro e memorabile, al contrario di quanto accade oggi in cui questo genere di manodopera non costa nulla ed è facilmente rimpiazzabile, se solo dissente può essere facilmente soppressa e altrettanto facilmente fatta sparire. 

Solo nell’estate 2015 sono state almeno 10 le vittime di quel fenomeno di radici antiche che è il caporalato, e ciò pone seri rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, in un contesto di schiavitù «contrattualizzata». In tutte le inchieste che ho potuto compulsare si fa riferimento a morti e scomparsi, come nell’inchiesta del 2006, a tale Slavomit R., polacco, 44 anni allorché è stato bruciato il 2 luglio 2005 in un campo a Stornara. Un caso irrisolto, al pari di altri due cadaveri mai identificati abbandonati a Foggia. 

Un altro capitolo orribile sono i lavoratori stranieri scomparsi: i caporali quando li assumono o quando li massacrano di botte non sanno nemmeno come si chiamano, sono praticamente non solo invisibili ma di fatto «inesistenti». 

Dal 2005, grazie all’insistenza del personale diplomatico dell’ambasciata polacca, è emerso il caso di 13 lavoratori polacchi scomparsi, in un clima di serafica indifferenza delle istituzioni e della questura. La questura è coinvolta come elemento del sistema, e il suo ruolo ovviamente deve consentirne il funzionamento e non incepparlo, per cui le denunce e le doglianze finiscono spesso nell’insabbiamento e nella logica dell’oblio con la complicità del tempo che passa. Per inciso, quella dei morti per infarto in serre dei peperoni o in altri lavori non è esclusiva pugliese: anche Carmagnola, in provincia di Torino, annoverava, ancora nel 2015, il suo morto romeno per infarto (35) come accadeva (36) quasi contemporaneamente a Zaccaria, Mohamed e Laura nelle campagne pugliesi. 

Il fatto, come tanti analoghi, scoperti via via qua e là per il Piemonte, evidenzia la diffusione del lavoro nero e grigio nelle campagne della provincia torinese, sfatando il mito che fossero solo la Puglia e il Mezzogiorno la terra degli schiavi, ma che questo, al di là di alcune differenze regionali, esiste dappertutto (vedi grafici riassuntivi relativi al Piemonte qui sotto)[omissis] 

Se a turni massacranti sono «costrette», come afferma la citata inchiesta, si ha ben poco da dubitare ancora se di lavoro «libero» o di schiavitù «coatta» si tratti. 

L’inchiesta più recente (2015) fa riferimento a 40 mila donne «gravemente sfruttate» nella sola Puglia, con paghe che non superano i 30€ per 10 ore di lavoro a raccogliere ciliegie, fragole e a vendemmiare, per non parlare dell’oro rosso, il pomodoro di cui, dopo gli Stati Uniti, l’Italia è il secondo Paese produttore al mondo: 50 milioni di tonnellate l’anno, mentre la Puglia, da sola, ne raccoglie il 30% (37).

Ma pure gli agrumi, arance e mandarini! Il 25 gennaio 2016 (38) a Sibari, provincia di Cosenza, la cosiddetta paga, o, se così si preferisce o se si vuol chiamarlo, il salario, era di un solo euro all’ora per quei braccianti, sfruttati come bestie nella raccolta degli agrumi. La Guardia di finanza, nel corso di controlli per «contrastare» il fenomeno del caporalato, ha denunciato in quella occasione sei persone – di cui quattro italiani, un bulgaro e un pakistano – per sfruttamento del lavoro e «intermediazione illecita» (caporalato), attuati mediante minaccia, violenza e intimidazione. 

I finanzieri hanno «scoperto» (!) che i braccianti, sia italiani che stranieri, venivano impiegati nei campi per la raccolta degli agrumi per più di dieci ore al giorno, ricevendone il corrispettivo di 1 € l’ora, senza effettuare alcuna pausa e, soprattutto, senza ricevere cibo. Inoltre, erano costretti a versare 100 € al mese per pagare un posto letto che stavolta, diversamente dai tuguri di cui sopra, era in container malandati, privi di areazione, maleodoranti e in pessime condizioni igieniche. 

I caporali sfruttavano la forza lavoro sia di braccianti italiani sia di extracomunitari con la promessa di una paga adeguata e decorosa. Parlare di «scoperta» insospettisce, perché, come si è visto, è ormai qualche lustro che in Capitanata – in quello che è ormai designato come il «triangolo della vergogna» del Tavoliere foggiano, quello che abbiamo definito come il regno del pomodoro – esistono baraccopoli sorte accanto a casolari abbandonati, fatiscenti e in rovina, che ospitano manodopera, dal 2003/2004 soprattutto rom, ma proveniente tuttavia da diverse regioni europee, compresi polacchi, bulgari, lituani divenuti neo-comunitari. 

Prima di quell’epoca erano prevalentemente neri. Alloggiano ammassati o nei piccoli centri abitati, o in casolari abbandonati vicini ai luoghi di raccolta, molto spesso costretti a pagare gli affitti di cui ormai varie inchieste ci documentano essere molto alti, per vivere in ghetti separati per provenienza nazionale (39) e senza servizi, non solo africani ma pure bulgari o romeni come quelli della baraccopoli di Borgo Tressanti (40) nei pressi di Cerignola, borgo nato per ironia come centro di accoglienza per minori e in seguito ampliato per accogliere lavoratori stranieri stagionali, e accanto all’altrettanto ironico «Albergo diffuso», sperimentale, per l’accoglienza degli immigrati.

Il colmo della ironia sta pure nel fatto che la baraccopoli è sorta accanto ad un inceneritore, e accoglieva (estate 2014) 300 persone bulgare, uomini, donne e travestiti. La presenza di donne sulle strade di Capitanata (come nella piana di Gioia Tauro) è segnale che tra loro c’è chi pratica la prostituzione. Il legame con la Bulgaria è dato dal flusso assicurato da caporali bulgari con la cittadina di Silven (100.000 abitanti di cui 30.000 rom) (41).

Un gruppo di ricercatori militanti ha dovuto recarsi fino a Silven in Bulgaria per scoprire come funzionava la vera e propria tratta di questa manodopera migrante stagionale“[…]

Qui, la prima persona che approcciamo tramite il nostro compagno bulgaro, paziente traduttore e guida insuperabile, dice che sì, molte persone vanno in Italia a lavorare, ma lui non vuole parlarne perché c’è chi, qui, ci lucra e lui non vuole mettersi nei guai. Ma poi attacchiamo bottone con un uomo affacciato alla finestra della casa di fronte, che ha lavorato in Italia per molti anni e ci invita ad entrare. Sono anni ormai che lui e la sua famiglia non partono più – era diventato un peso più che una fonte di sostentamento, se il padrone non pagava lui e la moglie dovevano rimetterci di tasca propria per placare gli altri della squadra, essendo i «responsabili». E poi i Carabinieri di Foggia gli hanno sequestrato anche il furgoncino con cui organizzavano i viaggi, 600 euro divisi per otto persone, tutta una famiglia allargata. Adesso lei lavora nella fabbrica giapponese, per 225 euro al mese. 

Da Sliven si parte non solo per la Capitanata, ma anche per la Piana di Sibari (42) o per quella di Gioia Tauro, tutti luoghi di sfruttamento a noi noti, o anche per Napoli. I nostri ospiti ci fanno diversi nomi di padroni e intermediari, e ci mostrano contratti, CUD, codici fiscali di tutti i parenti. Così funziona a Sibari, tramite le agenzie italiane che trattengono parte della paga – a loro rimanevano 30 euro per ogni giornata di lavoro, ma da questi, pare, se ne devono scalare altri 5 per i contributi. 

A Foggia, invece, tutto in nero. Da una parte si pagano 120 euro al mese per dormire, all’agenzia, e dall’altra 100, direttamente al padrone dei terreni – prezzi che ci verranno confermati da altri. E ovviamente il cibo è a parte. […] 

Le persone con cui parliamo ci raccontano sempre di viaggi organizzati autonomamente, a costi che variano tra i 40 e i 70 euro a tratta per persona. Ma sappiamo, dalle conversazioni intrattenute a Foggia e dalle allusioni di qualcuno, che c’è chi da Sliven paga anche 300 euro andata e ritorno. E la sensazione è che, nonostante siano in pochi ad ammetterlo, c’è chi organizza l’intero pacchetto per i lavoratori – i «caporali», ancora una volta. Quasi tutti lamentano i soprusi dei datori di lavoro, e chi non lo fa ci viene indicato come un «capo»”(43). 

Mentre scrivevo degli schiavi bulgari in Capitanata, ecco giungere la notizia (44) del ventenne Ivan Miecoganuchev, morto carbonizzato in un ennesimo incendio, quello del ghetto di borgo Mezzanone e Tressanti, località Pescia, detto proprio «ghetto dei Bulgari», mentre dormiva nella classica baracca fatiscente come tante altre col padre (giunto in Puglia con lui per aiutare economicamente la famiglia) senza accorgersi del rogo tutto intorno, né del litigio tra due suoi connazionali ubriachi, uno dei quali improvvisamente, con l’accendino, ha dato fuoco al rifugio di cartone, legno e plastica. 

Le fiamme si sono propagate velocemente travolgendo i rifugi vicini, compreso quello dove dormiva Ivan, in un luogo dove vivono assiepate un migliaio di persone compresi i bambini, nelle condizioni coercitive e disumane che abbiamo già descritto. L’area devastata riguarda una superficie di 3000 mq e solo per poco non ha investito le numerose bombole a gas. Questo incendio sopraggiunge dopo quello causato pochi giorni prima dal malfunzionamento di una stufa, che ha funestato il «gran ghetto», quello tra S. Severo e Rignano dove alloggiano braccianti nord-africani intossicandone uno e ferendo un altro (45). 

La filiera degli schiavi bulgari (che in questo modo si connette a quella classica della Slavonia, da cui il nome stesso di schiavi, come si è visto sopra) non si limita a quella tra Silven e il «triangolo della vergogna» in Capitanata, ma si articola in accampamenti con bivacchi di operai bulgari scoperti a vendemmiare uva moscato per 3,5 € l’ora fino a 10 ore in condizioni definite «insopportabili» dalla FLAI-CGIL, anche tra Langhe ed astigiano, a Canelli, lungo il fiume Belbo (46), territorio prestigioso patrimonio dell’Unesco, a Castelnuovo Scrivia, e altri bulgari ancora partono dai dintorni di Silven, in villaggi tra i monti per altre destinazioni, sia per la piana di Gioia Tauro che di Sibari.

2.1 Tra Puglia e Lucania: schiavitù pendolare 

Agli angoli convenuti delle piazze dei centri urbani nelle province di Brindisi e Taranto, vicino a stazioni di rifornimento di carburante, ci sono i punti dove, fin dalle tre di mattina, in abito da lavoro e sacchetto di plastica con dentro il panino del pranzo, si raccolgono le braccianti in attesa che arrivi il caporale con il suo autobus per portarle al lavoro sui campi, per la raccolta delle uve da tavola o delle fragole. Il fatto che nel mondo bracciantile aumenti sempre più la percentuale di donne locali è indice di impoverimento generale, di erosione del welfare che mettono in crisi i tradizionali rapporti familiari e richiedono una sempre più estesa integrazione del salario familiare. 

I caporali (contro cui, come si è visto, in teoria ma non in pratica, vige la legge 14 settembre 2011, n. 148 sulla Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro) riescono ad aggirare i controlli comprando la licenza di agenzie di viaggi, servendosi anche di donne come punti di riferimento che raccolgono i nominativi nella zona. La forza dei caporali non sta tanto nella coercizione fisica, quanto nel disperato bisogno di lavoro inteso come salario, che costringe le donne locali, considerate peraltro come «mansuete» sia rispetto agli uomini che alle straniere, a sobbarcarsi anche prestazioni sessuali pur di non sentirsi lasciate a casa l’indomani dal caporale. Quella del non essere convocati per il lavoro è antica piaga del bracciante pugliese la cui tradizione era proprio il mercato delle braccia «a giornata» quando la sera del giorno prima il caporale sceglieva le persone da caricare sugli antichi carri in legno (carrettoni) la mattina per essere all’alba prima dello spuntar del sole nei campi e scartava quelli che non gli sembravano adatti. 

C’è un canto caratteristico in forma di nenia, raccolto anche questo dal cantore popolare Matteo Salvatore, originario di Apricena nella Capitanata (provincia di Foggia) che è molto struggente e significativo di questa dipendenza dal lavoro asservito e riporta a questa immagine atavica della «mancanza di lavoro»: “Patron(e) mi(e)/ ti vogli(e) arricchir(e)/ Com(e) nu chèn(e)/ ij(e) voj(e) fatijà/ Quann(e) sbagli(e)/ damm(e) li bòtt(e)/ Voij(e) la mort(e)/ nun m(e) caccià…/ Tengh(e) li figli(e) / ca vonn(e) lu pèn(e)/ Chi c(e) lu dà(e)/ jè lu tatà.” (47

Tuttavia è innegabile che anche questo atavico tipo di coercizione fisica esiste e vedremo più avanti che non esita a colpire con la morte: “[…] Non è raro che vengano ritrovati i corpi dei braccianti morti e abbandonati sul ciglio delle strade per simulare un incidente. […] 

Il 22 febbraio del 2008 il giudice Lovecchio del tribunale di Bari emette la sentenza di primo grado del primo processo penale in Europa contro un’associazione transnazionale di «caporali». Vengono condannati a 10 anni di reclusione 5 capicellula, per aver ridotto centinaia di braccianti in stato di schiavitù sui campi di pomodori della Capitanata, in Puglia. Vari loro complici, e sottoposti, subiscono pene tra 4 e 5 anni.”(48

L’uva da tavola, le ciliege e le fragole, dopo essere state raccolte, bisogna che siano confezionate. Un lavoratore della provincia di Taranto racconta che nel suo magazzino lavora un migliaio di operaie, tutte italiane, portatevi da una decina di caporali diversi (49), la cui potenza si misura dal numero di operai/e che ciascuno controlla e che gli fruttano 10 € ognuna. Dato che di media il caporale può portare dalle 50 alle 200 operaie, nelle sue tasche affluiscono dai 500 ai 2000 € al giorno! 

La raccolta delle uve, delle fragole e soprattutto del pomodoro comporta una postura spesso piegata (o con le ginocchia posate e striscianti sul terreno) di almeno 7 ore di fila e nel periodo di maturazione massima delle fragole, e quando si raggiunge e supera i 40° di temperatura, specie nelle serre, anche di 10 ore, mentre nei magazzini per il confezionamento si arriva anche a 15 ore.

Ma c’è pure il cottimo che schiaccia e spreme e ruba le energie vitali di queste donne e fa si che per riempire una pedana che ospita 8 quintali di uva, tutto il tempo che eccede la giornata lavorativa per raggiungere l’obbiettivo degli 8 quintali non è pagato e il salario orario finisce per appiattirsi intorno alle 4 € l’ora. La Flai-CGIL Puglia informa che se le paghe ufficiali provinciali giornaliere sono di 54€ a parità di mansioni, oltre al fatto che il salario per gli uomini scende nella realtà a 35€ e per le donne c’è una ulteriore differenza, arrivando fino a 27€. 

Da cosa nasce questa serie di incongruenze? Le aziende devono poter «dimostrare» di essere «in regola» per poter accedere ai finanziamenti pubblici: così trovano l’escamotage di registrare solo la metà delle giornate di lavoro effettivamente lavorate, mentre le braccianti vengono costrette a firmare buste paga figurative «ufficiali» che rispettano i contratti. Così continuano a pagare un terzo o al massimo la metà del salario dovuto, trattenendo per se il resto della paga ufficialmente registrata in busta paga. 

Racconta Antonietta, di Grottaglie: “In provincia di Taranto, con inquadramento minimo, posso avere una busta paga «ufficiale» di 47 euro lordi, però in realtà me ne arrivano 27, massimo 28 a giornata . L’azienda ci dà il foglio di assunzione, noi dobbiamo portarlo con noi tutti i giorni nel caso ci dovesse essere un controllo. L’autista del pullman risulta essere un dipendente dell’agenzia di viaggio”(50). 

Il compenso per i caporali viene loro versato in nero dalle lavoratrici, detraendolo dalle buste paga in cui i datori di lavoro lo infilano occultandolo o mascherandolo sotto qualche voce, come la ditta del resto, che figura (come si è visto) nella forma di agenzia viaggi.

NOTE 

(1) In proposito, contro questa impostazione, che include anche quella gramsciana, si può citare la polemica di AMADEO BORDIGA, nell’antologia Il rancido problema del Sud italiano, Graphos, Genova, 1993, che così si esprimeva nel 1949: «Un formidabile repugnante “chiodo” del peggiore opportunismo che regna nel movimento socialista e comunista italiano è quello della deprecata esistenza e sopravvivenza del feudalesimo nel Sud d’Italia e nelle isole, specie a proposito dell’abusata questione del latifondo agrario meridionale, vero cavallo di battaglia dell’istrionismo retorico e del ruffianesimo politico italiano…quel loro giudizio sulla situazione semifeudale del meridione calpesta qualunque seria conoscenza della situazione della reale situazione dell’economia e dell’agricoltura meridionali, di quelle che sono le caratteristiche distintive della gestione feudale della terra, e infine dei grandi tratti delle vicende storiche delle Due Sicilie» dove Bordiga dimostra come quella che viene configurata come arretratezza non è altro che in tempi persino anticipati, «un diretto prodotto dei peggiori aspetti ed effetti del divenire capitalistico nell’Europa specie mediterranea, nell’epoca post feudale», in Il preteso feudalismo nell’Italia Meridionale, «Prometeo», n. 12, gennaio-marzo 1949, op. cit., pp.17-18.

(2) RAFFAELLA COSENTINO e VALERIA TEODONIO, Sono italiane le nuove schiave dei campi, «Repubblica», Inchieste, 25 maggio 2015, in: http://inchieste.repubblica.it/it/r...

(3) La sintesi del II Rapporto è in : https://www.flai.it/wp-content/uplo...; Il II rapporto è pubblico: OSSERVATORIO PLACIDO RIZZOTTO (a cura), Agromafie e Caporalato. Primo Rapporto, c/o Flai-CGIL, Roma, 2012, in pdf : http://www.cestim.it/argomenti/19la...; il III Rapporto agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto – Flai Cgil è stato infine presentato il 13 maggio 2016 alla presenza del Ministro Martina e del Segretario della Cgil, Camusso, e valuta ancora in 400 mila i lavoratori coinvolti a livello schiavista. 

(4) (5) KARL MARX, Il Capitale, III, 2, Rinascita, Roma, 1955, p. 60. 

(6) Ne tratta diffusamente K. BALES, I nuovi schiavi…, cit. pp. 144-185. 

(7) Ivi, pp.123 e sgg. 

(8) B. BORRETTI, op. cit., p.502, nota 32. Borretti per indicare i braccianti, li chiama «iloti» del XXI secolo. 

(10) CHIARA BRUSINI, Cooperative, «economia parallela da 12 milioni di soci. Fa più soldi con la finanza che con le merci e nessuno controlla», in Il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2016, in <http://www.ilfattoquotidiano.it/201...>. 

(11) KEVIN BALES, op. cit., p. 118. 

(12) ALESSANDRO LEOGRANDE, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Mondadori, Milano 2008, p. 66 e sgg. 

(13) B. BORRETTI, op cit., pp. 502-503.

(14) ALESSANDRO LEOGRANDE, cit. p. 67. 

(15) «La Gazzetta del Mezzogiorno», 6.12.2006, in http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/...

(16) ENRICO ROSSI, A un anno dall’incendio della fabbrica cinese di Prato cosa è cambiato?, 09/10/2014, in http://www.huffingtonpost.it/enrico...

(17) DAVID GARCIA, In Qatar, schiavi del XXI secolo. Due milioni di lavoratori stranieri alla mercé dei loro «sponsor», in “Le Monde diplomatique”, giugno 2016. Riportiamo il testo nella traduzione del Manifesto, che traduce il sistema del kafala col termine «padrino». 

(18) CHIARA CRUCIATI, Arabia Saudita. Scioperi contro la semi-schiavitù, in http://nena-news.it/arabia-saudita-... 30/09/2016 

(19) Ibidem. 

(20) FABRIZIO GATTI, Io schiavo in Puglia. Sfruttati. Sottopagati. Alloggiati in luridi tuguri. Massacrati di botte. Diario di sette giorni nell’inferno. Tra i braccianti stranieri nella provincia di Foggia, Espresso-Repubblica, 1 settembre 2006, http://espresso.repubblica.it/dossi.... Il nome di DONALD WOODS allude al famoso giornalista bianco nel Sudafrica dell’apartheid, divenuto a 31 anni direttore del Daily Dispatch nel 1965, in aperta opposizione al regime che ricambiò lui e la famiglia con minacce e ogni sorta d’intimidazioni. Nel 1975 incontrò STEPHEN BIKO, leader bantu del movimento del Black Consciousness, e fra i due oppositori dell’apartheid nacque un’amicizia così profonda da sopravvivere anche alla morte di Biko che, nel 1977, arrestato con l’accusa di propagandare il comunismo, morì in cella per una lesione cerebrale provocata dalle torture. Woods non cessò di accusare la polizia politica e finì in prigione, bandito come persona pericolosa. Per cinque anni non avrebbe potuto allontanarsi da casa, pubblicare libri o articoli, essere citato in qualunque pubblicazione, stare nella stessa stanza con più di una persona alla volta, persino tenere un diario. Scrisse a mano un libro sulle atrocità dell’apartheid e sui delitti che la polizia politica compiva indisturbata nelle carceri, raccontando la verità sulla morte di Biko e incitando ad adottare sanzioni contro il Sudafrica. A tal fine nel 1978 scappò dal Sudafrica, travestito da prete, con la moglie e i cinque figli rifugiandosi a Londra. Nello stesso anno venne pubblicata a New York la prima edizione del libro su Biko e Woods fu il primo privato cittadino a poter riferire al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Divenne consulente per il Sudafrica al Commonwealth e alla Unione Europea e fondò il Lincoln Trust, un fondo che consentì a più di 100 esuli sudafricani di frequentare l’università negli Stati Uniti. Scrisse sette libri e fu nominato «Commander of the British Empire» per i servizi in favore dei diritti umani. La storia sua e del bantu Bifo sarebbe stata raccontata 10 anni dopo nel film di Richard Attenborough Cry Freedom, tradotto in italiano con il titolo Grido di libertà. Morì il 19 agosto 2001 a 67 anni lottando contro il cancro.

(21) ALESSANDRO LEOGRANDE, Caporalato tra passato e presente, in Agromafie e caporalato. Primo rapporto, cit.; Cfr. pure Id., Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi, Mondadori, Milano, 2008. 


(22) A. LEOGRANDE, Uomini e caporali…, cit., p. 45 e 49-50. Occorre osservare tuttavia che il buon lavoro d’inchiesta dell’Autore sul tavoliere pugliese alla fine riduce tutto a quel rapporto di subalternità tra l’atavico e il moderno sfruttamento come egli lo vede nel caporalato, senza inquadrare il rapporto tra braccianti e caporali nella struttura della filiera agricola internazionale, e relativa catena del valore. Cfr. B. BORRETTI, op cit, p. 506, nota.

(23) F. GATTI, Io schiavo in Puglia…, cit. 

(24) Ivi

(25) «38 euro al giorno per 8 ore di lavoro, invece di 55 per 6 e mezza come era scritto nel contratto», in «Caporalato, 4 arresti a Brindisi. Donne sfruttate nei campi: “Sono come mule e capre, per loro servono sesso e mazzate”», Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2017

(26) F. GATTI, Io schiavo in Puglia…, cit.

(27) Ivi

(28) RAFFAELLA COSENTINO, Il grande business dei Centri accoglienza La loro gestione diventa una miniera d’oro, Inchiesta speciale in Repubblica, 16 ottobre 2013. http://inchieste.repubblica.it/it/r...

(29) Mineo ospita il più grande Cara d’Europa, divenuto la prima industria del territorio. 4.000 migranti per circa 500 posti di lavoro. È gestito da «Casa della Solidarietà»: una ditta di costruzioni di Parma, cooperative locali, comitato della Croce Rossa e il soggetto che gestiva il centro di Lampedusa.

(30) «Caporalato, 4 arresti a Brindisi. Donne sfruttate nei campi: “Sono come mule e capre, per loro servono sesso e mazzate”», Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2017, cit.

(31) Ivi.

(32) Fonte: THE EUROPEAN HOUSE-AMBROSETTI su dati Flai Cgil, 2015, p. 43, studio presentato al convegno di ASSOSOMM-Associazione italiana delle agenzie per il lavoro «Attiviamo lavoro. Le potenzialità del lavoro in sommini-strazione nel settore dell'agricoltura» http://www.assosomm.it/wp-content/u...

(33) Cfr. un elenco in STEFANO LIBERTI, La guerra silenziosa contro i braccianti nel sud Italia, Internazionale, 8 luglio 2016.

(34) SENOFONTE, Economico, VII, 37, cit. in CLAUDE MOSSÉ, Il lavoro in Grecia e a Roma, D’Anna, Messina-Firenze, 1973, p. 70.

(35) IOAN PUSCASU, romeno, 46 anni, dal 2008 lavorava «a chiamata» nei campi di Carmagnola, a circa 4 euro all’ora, in nero, senza contratto, per 10 ore sotto le serre infuocate per via della temperatura che poteva raggiungere i 50°. Giunto dalla Romania per unirsi alla sorella, ambiva a ritornare a Botosani, dove stava costruendosi una casa con i risparmi messi insieme lavorando come manodopera migrante per l’Europa, una condizione ormai sempre più diffusa nell’economia globalizzata. Si adattava a vivere nell’angolo di un cascinale, dove si era ritagliato un orticello, lavorando per il padrone di casa e accudendo agli animali per pagargli l’affitto, spostandosi su una vecchia bici fra strade sterrate e granoturco per pescare qualche pesce nel Po. La sera del 17 luglio, alcuni conoscenti avvertono i carabinieri, che lo trovano morto per arresto cardiaco sotto la tettoia del suo alloggiamento. Nei giorni a seguire emergono dubbi sulle sue ultime ore di vita: non era a casa quando fu colpito dal malore, e le versioni fornite dai testimoni erano contrastanti. Un imprenditore, che dichiarò di conoscere Puscasu «solo di vista», ha affermato di averlo trovato riverso per strada e caricato in auto per riportarlo nella cascina dove viveva con la sorella. All’arrivo dei soccorsi, un’ora dopo, Ioan era morto. Da alcuni amici trapelò che Ioan lavorasse proprio per conto di quell’imprenditore che sosteneva di averlo trovato la sera del 17 luglio proprio di fronte alle sue serre, e che avrebbe, insieme con famigliari e conoscenti, eliminato le tracce di fango dal corpo, rivestendolo con abiti puliti e portandolo in cortile per una vera e propria «messa in scena». I carabinieri segnalarono il tutto alla Procura di Asti, e le ipotesi restarono al vaglio degli inquirenti. Nessun nome fu iscritto nel registro degli indagati e gli ispettori dello Spresal dell’Asl di Chieri effettuarono una lunga serie di controlli sulle condizioni di lavoro nelle serre, ma a tutt’oggi le indagini dovranno ancora decidere se quella di Carmagnola, nel 2015, fu una morte per semplice caldo o per fatica in un campo, o (mai sia!) morte per schiavitù. Gli amici, che avevano programmato di andare al mare insieme, hanno deposto un lumino accanto alla serra: «Giovanni – così lo chiamavano (italianizzando) – era un bravo ragazzo e non meritava una fine del genere…Si è spezzato la schiena nei campi per 7 anni senza vedere un contratto, ma non si è mai lamentato. Riusciva a farsi bastare quello che aveva».(Fonti: vari quotidiani dell’epoca).

(36) Dopo PAOLA CLEMENTE, la bracciante 43enne morta in circostanze poco chiare il 13 luglio 2015 nelle campagne di Andria, era morto, in verità, anche ARCANGELO DE MARCO, 42enne di S. Giorgio Ionico nel tarantino: svolgeva lavoro complicato e stressante di «acinellatura» in una vigna a tendone in Basilicata, staccando gli acini piccoli o malati dal grappolo, stando con le braccia tese in alto e la testa all’in su per ore sotto un caldo di 40°. La fatica e il caldo della campagna materana gli hanno schiantato il cuore dopo un’agonia di 34 giorni. De Marco, con una giornata di 7 ore più 5 di trasporto, pagava 12€ al caporale, per una paga giornaliera poco superiore ai 27€! Curiosamente, l’inchiesta coordinata dalla procura di Matera attestava che nei giorni del malore non risultava «nessuna assunzione» da alcuna parte. C’è poi il 52enne tunisino ZAKARIA BEN HASINE, morto il 4 agosto lavorando in un fondo agricolo di Polignano a Mare, (provincia di Bari).


(37) Ivi.

(38) L’episodio è riferito dal giornale «Today», Braccianti sfruttati per un euro all’ora: denunciate sei persone, in http://www.today.it/cronaca/braccia...

(39) Per es. in Capitanata, a Cerignola, in zona Tavernola ci sono romeni e nord africani, mentre a borgo Tressanti e Mezzanone sono bulgari. http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/...

(40) In Foggia-Sliven andata e ritorno: Appunti per un’inchiesta militante sulle ‘altre braccia’, «Campagne in lotta», http://campagneinlotta.org/?p=998; cfr. anche, per una ricognizione del problema, PATRIZIA RESTA (a cura di), Il vantaggio dell’immigrazione. Un progetto per una cultura condivisa, Armando, Roma 2008.

(41) Foggia-Sliven andata e ritorno… cit. 


(42) In si riferisce (25.01.2016) di «braccianti agricoli sfruttati come bestie nella raccolta degli agrumi a Sibari, in provincia di Cosenza. La Guardia di finanza, nel corso di controlli per contrastare il fenomeno del caporalato, ha denunciato sei persone – di cui quattro italiani, un bulgaro e un pakistano – per sfruttamento del lavoro e intermediazione illecita, attuati mediante minaccia, violenza e intimidazione». La paga qui era ancora più bassa che altrove, solo 1 € l’ora, senza pausa e senza cibo per oltre 10 al giorno e «costretti a pagare 100€ al mese per un posto letto in container in pessime condizioni, non areati, maleodoranti e in pessime condizioni igieniche». Paradossalmente qui non c’era alcuna «tratta» violenta, ma «libera» accettazione da parte dei braccianti della semplice «promessa» di paga «adeguata e decorosa».

(43) Ivi, e anche in anche in http://www.inventati.org/cortocircu...

(44) LUISA AMENDUNI (Ansa), Incendio nel “Ghetto dei Bulgari” a Borgo Mezzanone: un morto, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 9.12.2016; http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/...

(45) Quest’ultimo ghetto, mentre rivedo le bozze di questo lavoro, è stato appena smantellato, procurando la morte nell’ennesimo rogo, provocato secondo molti presenti dalle stesse forze dell’ordine con la deportazione forzata, di due immigrati maliani, rimozione avvenuta per probabili ragioni elettorali connesse al governatore Michele Emiliano, in un momento in cui la strategia da parte del governo Gentiloni e Minniti sembra coinvolgere regioni e comuni nell’utilizzo dei flussi migratori come fonte di lavoro gratuito.

(47) [Padrone mio/ti voglio arricchire/Come un cane/io voglio faticare/ Quando sbaglio/dammi le botte/Voglio la morte/non mi cacciare/Ho i figli/ che vogliono il pane/ Chi glielo dà/ è il papà.] Il testo Padrone mio è in una raccolta del cantastorie MATTEO SALVATORE, Le quattro stagioni del Gargano.

(48) ALESSANDRO LEOGRANDE, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Mondadori, Milano, 2008.

(49) RAFFAELLA COSENTINO, Così metà paga finisce al caporale, in op. cit.

(50) Ivi.
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